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Walter Pedullà: quella lezione a Roccella Jonica sull’Horcynus, nel ricordo di Gesumino

Walter Pedullà, che se ne è andato questa notte (tra il 26 e il 27 dicembre), è stato legato alla città di Alatri per la memoria di quel suo fratello, Gesumino, professore al liceo classico Conti Gentili nel biennio 1942-1944, che proprio tornando da Alatri alla sua Siderno morì che non aveva neppure trentadue anni.

Gesumino ha lasciato ricordi profondi per la sua dottrina e il suo insegnamento e, forse cercando testimonianze di quel periodo, Walter – che è stato mio professore all’Università di Roma e al quale debbo le letture e le conoscenze fondamentali della mia formazione letteraria – venne ad Alatri nel 1974 in occasione di una manifestazione, organizzata dal partito socialista che era il suo partito, per la conferma della legge che aveva istituito il divorzio. Da quel momento, e dopo la successiva mia tesi di laurea su Tommaso Landolfi, mi ha considerato benevolmente suo allievo consigliandomi anche in scelte che avrebbero positivamente segnato la mia carriera professionale. Per questo rapporto, mi invitò nel tardo inverno del 2012 a Siderno, dove nel centenario della nascita, veniva intitolata al fratello la locale scuola media, perché parlassi dell’attività di cui Gesumino era stato protagonista nella costruzione del partito comunista alatrense (gli venne poi dedicata la sezione, che ora non c’è più) e nelle iniziative della resistenza antifascista.

In quell’occasione Walter mi volle al suo fianco anche nella presentazione di “Giro di vita”, il primo nucleo della sua autobiografia che sarebbe uscita per intero qualche anno più tardi. E così ebbi modo di ascoltarne, a Roccella Jonica, sollecitato da una mia domanda, una lezione memorabile sull’Horcynus Orca e Stefano D’Arrigo. Tre anni più tardi, una sua intervista video (che si trova ancora su youtube) aprì il convegno sul quarantennale di Horcynus Orca che, grazie al sindaco di Trevi Silvio Grazioli, organizzai tra Trevi e Arcinazzo, dove D’Arrigo aveva rivisto e scritto parti del suo grande romanzo (per Siriana Sgavicchia forse, addirittura, il “discorso dello sperone” che segna la svolta fondamentale del lungo racconto).

Dopo Roccella Jonica scrissi per il mio blog di allora “rendiamoci conto” (su rassegna.it, ora collettiva.it) un post che ripubblico di seguito per ricordare l’ultima lezione di un Maestro, il mio Maestro. (27 dicembre 2024)

Il racconto segreto di Gesumino

Mi dispiace non aver registrato l’intervento che Walter Pedullà ha tenuto ieri pomeriggio, nella bella sala di un convento ristrutturato che ospita uno dei numerosi circoli culturali di Roccella Jonica, concludendo la presentazione del suo libro autobiografico “Giro di vita”, alla quale ho avuto ventura e piacere di partecipare e di dire la mia.

Mi dispiace perché io che sono stato allievo di Pedullà, e perciò ho frequentato le sue lezioni e letto i suoi libri, non lo avevo mai sentito così convincente, appassionato, emozionato ed emozionante. È accaduto soprattutto nel momento in cui, per spiegarci la sua anima di critico e cosa abbia cercato sempre nel romanzo, si è fermato, indottovi da un mio precedente riferimento, su Stefano D’Arrigo e il suo immenso Horcynus Orca, che egli ha studiato con profondità raggiunta da nessun altro, e ci ha portato a toccare tutti i significati, e perciò il senso, di uno dei suoi momenti cruciali, quello della notte delle femminote, quando ‘Ndria Cambria incontra e ama Ciccina Circe’ e come in un sogno viene trasportato nell’abisso delle sue metamorfosi di femmina. Che importa interrogarsi se la lingua di D’Arrigo sia un impasto di calabrese e siciliano, quale scrittura abbia usato, quanto tempo gli sia costato costruire questa sua inusitata parlata: ciò che importa davvero – ha spiegato Pedullà, con parole ben più penetranti di questo mio riassunto – è che D’Arrigo sia riuscito in quella come in altre pagine a spingerci verso le profondità in cui ritroviamo l’essenza della vita e delle cose, dentro quel fondo oscuro in cui cogliamo l’unità da cui nasce poi il molteplice; a portarci davanti allo specchio attraverso cui guardiamo l’immagine della donna ancora “una” nelle sue potenzialità, al limite del luogo dove essa, senza patire contraddizioni, è madre, amante, moglie, prostituta, destinata sempre a sfuggirci, inafferrabile come, del resto, inafferrabili e molteplici siamo tutti noi.

In mattinata avevamo celebrato a Siderno, sua città natale, i cento anni dalla nascita del fratello maggiore di Pedullà, Gesumino, morto nel settembre del 1944 a 32 anni di una malattia infettiva resa inesorabile dal fisico indebolito dalle privazioni e dalle tensioni subite nei mesi in cui, professore di latino e greco nel liceo della mia città, Alatri (c’era arrivato per  trasferimento da Locri, ma di fatto si era trattato di un confino, nell’ottobre del 1942), era stato tra gli organizzatori dell’attività antifascista e delle prime formazioni della resistenza ciociara. Walter ha dedicato a questo suo fratello uno dei capitoli più intensi della sua autobiografia, un libro un po’ particolare che per una buona metà è costituito da un’autointervista che senza preoccuparsi troppo della cronologia passa da un tema all’altro riuscendo però alla fine a proporci il compiuto ritratto intellettuale di un critico militante che ha cercato costantemente, raccogliendo la lezione di Giacomo Debenedetti – il maestro per il quale Walter ha preteso e ottenuto il risarcimento contro la sottovalutazione e le ingiustizie subite nella vita – di scoprire il narratore nascosto che sta dietro o sotto quello ufficiale; la voce che racconta la vera trama del romanzo.

In fondo, anche io – se ci rifletto – ho parlato di Gesumino ai quattrocento alunni della scuola media di Siderno tentando di capire quale sia stato il racconto segreto di questo giovane maestro che affascinò i suoi studenti lasciando una lunga coda di memoria della sua cultura e del suo coraggio civile. L’hanno capito i ragazzi di Siderno e glielo ha detto, anche qui con una passione che poche altre volte gli ho visto, Walter, il fratello minore oggi ottantenne, che li ha scossi invitandoli a guardare il mondo rinnovando il punto di vista; questo mondo non lo salveranno i vecchi, con la loro cultura: salvare il mondo spetta ogni volta ai giovani che debbono essere capaci di costruirsi da soli i loro strumenti, di dotarsi delle loro lenti, per capire e trovare le soluzioni. Lo raccontava anche Gesumino, quando insegnava ai suoi studenti quasi coetanei a rinnovare modo di guardare, a provare la strada di una cultura che cambiando la vita di ogni singola persona sarebbe riuscita anche, per una sorta di processo di accumulazione, a migliorare quella di tutti. Lui fu costretto a fermarsi a pochi chilometri da casa stroncato da miseria e fatiche mentre rientrava in famiglia per un periodo di congedo; altri grazie a lui sarebbero andati avanti. (2012).

Nell’immagine Gesumino Pedullà

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