Guido Barlozzini, memoria, Ritratti, viste e sentite

Alla fine della ricerca, la poesia che Guido ha vissuto

“La ricerca non ha fine”. La copertina dell’autobiografia di Karl Popper me l’ha inviata un amico con un messaggio whatsapp quando gli ho comunicato (essendomi affidato al consiglio della sua sapienza e esperienza) che la mia ricerca su Guido Barlozzini, che pure sto concludendo, apre sempre nuove piste, tanto da farmi ritenere (e temere) che non possa mai dichiararla esaurita.

È così, interrogare in profondità la vita e l’opera di una persona, di un intellettuale dalle molteplici e complesse esperienze come è stato Guido Barlozzini, propone sempre nuove domande: punti in ombra da chiarire, testi di cui si viene a conoscenza grazie a riferimenti indiretti accennati in qualche lettera ma che nessuno ha mai trovato, congetture suggerite da sintetici appunti vergati su fogli sparsi e senza data, snodi biografici che sembrano nascondere sviluppi in grado di cambiare la prospettiva, il giudizio, la rappresentazione complessiva della sua figura. E, tuttavia, a un certo momento dell’indagine, quando si raggiunge la convinzione che il più sia stato trovato e spiegato, e che la ricerca sia stata condotta con scrupolo, bisogna rassegnarsi a mettere il punto finale.

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libri e polemiche, Ritratti, viste e sentite

La memoria intermittente dell’ultimo racconto di Felice

Felice Toti ci ha lasciato un libro, edito per iniziativa del fratello Tonino a meno di due mesi dalla sua morte, che nella quarta di copertina viene definito “un noir esistenziale”.

Si intitola “Deve essere successo qualcosa” e, nelle prime pagine, rileggiamo le righe che Felice (o forse i suoi familiari) ha voluto fossero riportate, sul retro di una sua bella foto sorridente, nel biglietto che lo ricorda ed è stato distribuito il giorno del funerale.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

Felice nella battaglia, armato di parole

Felice Toti è morto questa mattina, con un sorriso e – così racconta il nipote Rosario che in quel momento gli era vicino – alzando il braccio, con il pugno della mano stretto, come se volesse catturare quella di una persona che gli stava di fronte e solo lui poteva vedere. Era peggiorato inaspettatamente in nottata, ma fino a ieri sera sembrava che l’ultima coda della sua lunga e dolorosa malattia, affrontata con coraggio e lucidità non comuni, fosse destinata ad allungarsi ancora per un po’. Eravamo amici, ero amico della moglie Lilia fin da quando eravamo ragazzi; di Martina, la sua prima figlia, mi sento come una specie di zio. L’amicizia era diventata più stretta, irrevocabile, in un bel periodo della nostra militanza politica, socialista, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

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Guido Barlozzini, memoria, Ritratti, viste e sentite

In due scatole, conservate in soffitta, inediti sorprendenti di Guido, e un’ironica partecipazione a “Campanile Sera”

Due grandi scatole piene di dattiloscritti, manoscritti, appunti, relazioni didattiche, progetti editoriali e, soprattutto poesie, quelle del Cattivo Ladrone ma anche tante altre scritte prima e dopo la chiusura della raccolta “principe” che, come ricorderanno coloro che mi hanno seguito nella ricerca sulla vita e l’opera di Guido Barlozzini, porta come date di inizio e chiusura il 1943 e il 1976.

Le due scatole mi sono state fatte recapitare (tramite il mio amico Felice Rolletta) dalla signora Anna, vedova di Michele Settanni, che insieme con il marito acquistò, dopo la morte di Guido, la casa che egli possedeva, per sé e la famiglia, ad Alatri. L’appartamento dove soggiornava l’estate e teneva libri, carte di lavoro, bozze e progetti di opere, tutto ciò che era parte del suo quotidiano e inesauribile prodigarsi intellettuale e, perciò, della sua vita.

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capitale umano, Guido Barlozzini, memoria, Ritratti, viste e sentite

Il film mai realizzato di Cesare Zavattini e Vincenzo Mazzocchia

La data della scheda dell’archivio Zavattini è 19 gennaio 1958 e la descrizione è molto precisa: “Si tratta di un soggetto che Cesare Zavattini scrisse in collaborazione con Vincenzo Mazzocchia. Nel corso del 1958 è documentata una collaborazione tra Cesare Zavattini, Vincenzo Mazzocchia e Guido Barlozzini relativa a un progetto di film da realizzare in Egitto”.

Il fascicolo contiene un soggetto dal titolo, provvisorio, “Io sono papà”, il cui protagonista è uno straccivendolo che si chiama Tonin. Non saprei dire se il film da realizzare in Egitto sia lo stesso del soggetto, potrebbe essere così perché l’ambiente nel quale si svolge la vicenda è quello degradato di un villaggio di stracci, ma la didascalia potrebbe anche alludere a un altro progetto di cui non sia restata traccia nell’archivio. Ho chiesto qualche chiarimento ai responsabili del Fondo Zavattini, depositato nella biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, ma senza averne informazioni più precise.

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Guido Barlozzini, memoria, Ritratti, viste e sentite

Guido Barlozzini nello “Specchio” della Mondadori, altre puntate del mio diario di ricerca

In un prezioso volumetto, che è conservato nella Sala Falqui della Biblioteca Nazionale di Roma, abbiamo forse le prime poesie pubblicate da Guido Barlozzini, “Dedica” e “Canto di portatori”, precedenti certamente al 1948 e che si ritrovano, seppure con titolo diverso, nell’inedito che le raccoglie tutte, “Il Cattivo Ladrone”, il cui dattiloscritto porta le date di inizio e fine 1943-1976.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

L’eroe dimenticato, Guido Gino Pelagalli

A volte basta un post e si rinnovano ricordi, si aprono cassetti e si ritrovano documenti che non si era immaginato di avere, o di cui non si era supposta l’importanza o che si era preferito non ostentare, per riservatezza. È accaduto con il mio post (pubblicato sulla mia pagina facebook) su Guido Gino Pelagalli, il cui nome compare su una lapide posta nella Risiera di San Sabba, commemorativa della fucilazione di quattro patrioti, tre militari e una donna civile, avvenuta il 16 settembre del 1944. La lapide è stata fotografata, alcune settimane fa, da alcuni studenti di Ceccano, che l’hanno inviata al loro professore Pietro Alviti. Il quale, a sua volta, leggendo che uno dei fucilati era nato ad Alatri me l’ha girata sapendo che avrebbe suscitato il mio interesse. Di Guido Gino Pelagalli sapevo qualcosa, ma assai poco, e soprattutto – dopo aver ricevuto la segnalazione del professor Alviti – non ero riuscito, seguendo alcune piste indirette, a identificare la sua provenienza familiare. E, invece, il post ha avuto un immediato riscontro e la storia di Guido Gino Pelagalli si è subito ricomposta.

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capitale umano, memoria, Senza categoria, viste e sentite

Quando mio padre tradì il legno e fu tradito dal linoleum

Vincenzo Moretti, sociologo e scrittore, ha inventato “la notte del lavoro narrato” , che si “celebra” ormai da oltre un decennio tra la sera del 30 aprile e la mattina del giorno successivo, il primo maggio. Chi vuole e si sente parte di questo progetto e fa professione di credere nel lavoro fatto con coscienza (un lavoro da prendere di faccia e non di traverso, come avrebbe detto il padre di Vincenzo, pressappoco con queste parole, per ricordare che. per umile che sia, il lavoro deve essere ben fatto – è una questione di rispetto prima di se stessi e poi degli altri) può partecipare scrivendo una storia, mandando un pensiero, postando un video. Ne viene fuori, ogni anno, un racconto corale della coscienza del lavoro del nostra paese. Ho partecipato alla prima edizione, nel 2014, scrivendo questa mia esperienza, vissuta da bambino, di un lavoro che a mio padre non riuscì bene, ma proprio perchè provò una novità che tradiva la sua arte artigiana. Eccolo, anche in video.


Mio padre, da quando sono nato al giorno in cui è arrivata la mia seconda sorella ed io avevo ormai quasi nove anni, è stato un falegname disoccupato. Non che fosse propriamente senza lavoro, ma siccome lavorava alla falegnameria di suo padre e in quei tempi un artigiano per farsi pagare doveva penare e accontentarsi anche di compensi in natura (tipo i ceci e le lenticchie che una volta una signora dell’aristocrazia del mio paese gli offrì, rubando anche sul peso), guadagnava poco o nulla e stava sempre alla ricerca di qualche altra occasione.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

Walter Pedullà, un critico “militante” per Landolfi

Ringrazio gli organizzatori che hanno voluto aprire questo terzo appuntamento delle “giornate landolfiane” con un omaggio a Walter Pedullà. E per aver voluto che fossi io a pronunciarlo a nome di tutti.

Pedullà è stato mio Maestro, ma anche mio amico, almeno nella misura in cui possa esserci amicizia tra un Maestro, appunto, e chi sente vanto nell’essere annoverato nella famiglia dei suoi allievi.

Questo rapporto è cominciato con la mia tesi sullo “stile” di Landolfi che Pedullà mi assegnò, giusto cinquanta anni fa, forse anche per la simpatia che nutriva nei miei confronti, essendo io cittadino del paese ciociaro nel quale aveva insegnato, in un periodo di “confino” per antifascismo, il suo sempre rimpianto fratello Gesumino: il giovane docente di latino e greco, studioso di sanscrito, morto a 32 anni, nell’agosto del 1944 quando Walter ne aveva appena quattordici, durante un viaggio di ricongiunzione con la sua famiglia rimasto incompiuto.

Il ricordo che vorrei condividere con voi, prima di affrontare il resto, riguarda il legame che Pedullà, nel nome di Landolfi, ha avuto con Pico e la provincia di Frosinone, dove è venuto ogni volta che i suoi giovani amici e allievi, da lui conquistati alla causa landolfiana, lo chiamavano per regalare l’autorevolezza del suo nome e l’esperienza del suo consiglio alle loro iniziative di studio sullo scrittore.

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memoria, Ritratti, viste e sentite

Appunti per un ritratto di Guido

Questo è un breve diario (tuttora in progress), che ho tenuto pubblicando brevi post sulla mia pagina facebook, di una ricerca su Guido Barlozzini, un intellettuale, che fu docente, poeta, traduttore, saggista, impegnato in politica, rimasto nella memoria di chi lo ha conosciuto direttamente e di chi di lui ha saputo grazie al racconto degli altri.

Di Barlozzini ho una immagine stampata nella memoria, accompagnata dal suono e, direi anche, dal ritmo della sua voce che sembrava immergere chi lo ascoltava nella profondità dei sentimenti. È una sua conferenza in un circolo cittadino, negli anni del mio liceo. Tema “Leopardi”, su cui egli aveva scritto un saggio, forse in dispense universitarie, “Introduzione alla Canzone Ad Angelo Mai”, pubblicato dalle Edizioni dell’Ateneo (La Sapienza) nel 1947, ancora per me introvabile.

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