appunti darrighiani, Saggi dispersi

La mia breve fenomenologia delle lagrime orcynuse, che partono dagli occhi e arrivano al mare

In un vecchio quaderno, che però ho tenuto sempre sott’occhio, rileggo alcune suggestioni d’arrighiane di quasi quaranta anni fa, tali rimaste, nonostante i reiterati propositi di tirarne fuori qualcosa in più. In queste righe che pubblico di seguito ci sono spunti per quella “fenomenologia delle lagrime” in D’Arrigo” che avrei voluto delineare, approfondendoli e completandoli con i corrispettivi interni trovati anche in “Cima delle nobildonne” e, al di fuori, nella tradizione letteraria europea. Un’opera al di là delle mie forze, come può supporre chi sa di cosa stiamo parlando. Si tratta, quindi, di brevi appunti che rispolvero per il cinquantennale di Horcynus Orca, solo per testimoniare una lunga passione.

LE LAGRIME DELLO SPIAGGIATORE (p. 127) NON SONO LAGRIME DI PIANTO, sono lagrime d’occhi, “lagrime che si lagrimano da sole”. É questa la fondamentale distinzione conoscitiva sulle lagrime che D’Arrigo enuncia.

Le lagrime non sono tutte uguali né ci sono soltanto quelle di gioia e di dolore, legate cioè a emozioni profonde. Queste sono “lagrime di pianto” che arrivano agli occhi ma non nascono dagli occhi. Dagli occhi nascono le “lagrime d’occhi” e l’origine di queste è molto più lontana di un’emozione o di una commozione forte, improvvisa e incontrollabile. Sono lagrime che vengono da lontano, non escono fuori, non bagnano il viso; esse tornano dentro all’occhio da cui stillano per poter essere di nuovo riciclate, altrimenti al vecchio non rimarrebbero più lagrime poiché “anche quella sorgente si essicca col tempo in un vecchio, le lagrime via via la vita le dilapida, la vita si essicca per la morte”.

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Ritratti, Saggi dispersi

“Codice Siciliano” di Stefano D’Arrigo nello scrigno della Biblioteca Totiana

TRA I CIRCA 15 MILA VOLUMI DELLA BIBLIOTECA TOTIANA, c’è un solo libro di Stefano D’Arrigo, ma si tratta di una edizione rara. E’, infatti, la prima di “CODICE SICILIANO”, la raccolta di poesie uscita in tiratura limitata nel 1957, per i tipi dell’editore Scheiwiller, nella collana (ma di più: un marchio editoriale vero e proprio) “All’insegna del pesce d’oro”.

L’edizione è preziosa, ne furono stampate 350 copie numerate, quella in possesso della “Totiana” è la numero 236. Il formato, dalla leggendaria e semplice eleganza in carta giallina, è quello “taschinabile”, la nostra copia è collocata in un settore dedicato a libri di formato ridotto, tra cui compaiono altri “pezzi” rari. Ma la particolarità che rende il nostro “Codice Siciliano” ancora più raro è il frontespizio che reca la firma di Stefano D’Arrigo, con una dedica a Carlo Salinari, storico della letteratura italiana (generazioni di studenti si sono formati con il suo “Miti e coscienza del decadentismo italiano”) che fu protagonista della resistenza romana e amico fin da quegli anni di Gianni Toti.

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Ritratti, Saggi dispersi

Gianni Toti e Stefano D’Arrigo, incontro su “Carte segrete”

Mentre sta per chiudersi l’anno di Gianni Toti, nel senso dell’anno del centenario della sua nascita, si avvicina l’anno cinquantesimo di Stefano D’Arrigo, nel senso che nel prossimo febbraio sarà giusto mezzo secolo dalla pubblicazione di Horcynus Orca, romanzo capitale della letteratura europea.

Due sperimentatori, due visionari della parola, profondamente diversi (è ovvio), Toti impegnato e risolto nei molteplici progetti di rifacimento della lingua letteraria, fino ad allargarne infinitamente tutte le maglie, D’Arrigo impigliato in una scrittura senza fine, volta al passato e al sotterraneo per arrivare al futuro e alla luce.

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Saggi dispersi, Senza categoria

Nella domanda del nome la legge del melodramma

Rigoletto. Atto primo, quadro secondo. Gilda alla sua prima comparsa in scena cerca, cogliendo un momento di angoscia del padre, di sapere qualcosa del suo passato. Evidentemente ci ha già provato altre volte se, piuttosto cautamente, la prende alla larga e, sottolineando una sorta di suo diritto di figlia, si esprime in terza persona, quasi facendosi portavoce della curiosità di un’altra. Dice: “Voi sospirate! Che v’ange tanto?/Lo dite a questa povera figlia. /Se v’ha mistero per lei sia franto. /Ch’ella conosca la sua famiglia”‘· Rigoletto non vuole rispondere e la interrompe bruscamente: “Tu non ne hai”. Gilda, stavolta più direttamente, torna alla carica: “Qual nome avete?“, Rigoletto, sempre più infastidito e anche con una certa sorprendente bruschezza (soprattutto se si tiene conto che poco prima ha detto alla figlia: “A te d’appresso/Trova sol gioia il core oppresso“) replica: “A te che importa?“. Su come si concluda questo dialogo torneremo più avanti. Intanto spostiamo la nostra attenzione qualche battuta più in là.

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