In un vecchio quaderno, che però ho tenuto sempre sott’occhio, rileggo alcune suggestioni d’arrighiane di quasi quaranta anni fa, tali rimaste, nonostante i reiterati propositi di tirarne fuori qualcosa in più. In queste righe che pubblico di seguito ci sono spunti per quella “fenomenologia delle lagrime” in D’Arrigo” che avrei voluto delineare, approfondendoli e completandoli con i corrispettivi interni trovati anche in “Cima delle nobildonne” e, al di fuori, nella tradizione letteraria europea. Un’opera al di là delle mie forze, come può supporre chi sa di cosa stiamo parlando. Si tratta, quindi, di brevi appunti che rispolvero per il cinquantennale di Horcynus Orca, solo per testimoniare una lunga passione.
LE LAGRIME DELLO SPIAGGIATORE (p. 127) NON SONO LAGRIME DI PIANTO, sono lagrime d’occhi, “lagrime che si lagrimano da sole”. É questa la fondamentale distinzione conoscitiva sulle lagrime che D’Arrigo enuncia.
Le lagrime non sono tutte uguali né ci sono soltanto quelle di gioia e di dolore, legate cioè a emozioni profonde. Queste sono “lagrime di pianto” che arrivano agli occhi ma non nascono dagli occhi. Dagli occhi nascono le “lagrime d’occhi” e l’origine di queste è molto più lontana di un’emozione o di una commozione forte, improvvisa e incontrollabile. Sono lagrime che vengono da lontano, non escono fuori, non bagnano il viso; esse tornano dentro all’occhio da cui stillano per poter essere di nuovo riciclate, altrimenti al vecchio non rimarrebbero più lagrime poiché “anche quella sorgente si essicca col tempo in un vecchio, le lagrime via via la vita le dilapida, la vita si essicca per la morte”.
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