Era, anche allora, agosto. Filippo Balbi, come ci rivela un sonetto di saluto che un suo amico frate volle dedicargli, proprio in quel mese dell’anno 1863 usciva dalla Certosa di Trisulti, dove era vissuto e aveva lavorato per quattro anni, e si avviava verso nuove destinazioni. In quell’agosto del 1863, con il Pittore abbandonava Trisulti anche il quadro al quale egli teneva di più, e che non avrebbe lasciato fino alla morte, la Testa anatomica. Nell’agosto del 2023, centosessanta anni dopo, ci torna.
L’anno di nascita si conosceva, il 1806. La città natale anche, Napoli. Ma il giorno in cui Filippo Balbi, il Maestro della Testa anatomica e delle pitture di Santa Maria degli Angeli e di Trisulti, aprì gli occhi al mondo e dove fosse ubicata la casa dei suoi primi vagiti (la stessa nella quale è vissuto fino a 22 anni) ve lo sveliamo noi per la prima volta nella Mostra “Il Corpo e l’idea. La Testa anatomica di Filippo Balbi”.
Lo ha scoperto, infatti, Mario Ritarossi, il curatore della Mostra, che ha ritrovato e sfogliato un polveroso e dimenticato fascicolo personale del pittore, custodito negli archivi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Queste due notizie non sono dettagli, curiosità. Specialmente la seconda, l’ubicazione della casa dell’infanzia e dell’adolescenza di Balbi, che abbiamo individuato in vico dei Zuroli 24. Come è oggi, lo vedete nella foto. Ma il dettaglio interessante è che la casa di famiglia del Pittore si trova a pochi passi dal Pio Monte della Misericordia, dove possiamo ammirare, oggi come ieri al tempo del Balbi adolescente, le “Sette opere della Misericordia” di Caravaggio e alcune delle tele più belle del grande barocco napoletano. Poteva un giovane curioso e dotato restare immune da queste meraviglie? L’arte di Balbi inizia da qui e finisce a pochi metri dall’Acropoli preromana di Alatri: un alfa e un omega esemplari.
Ah dimenticavamo: il giorno di nascita del Pittore è il 12 dicembre.
Dunque, Balbi – lo abbiamo scritto nel post precedente – nasce e viene battezzato il 12 dicembre 1806 nella parrocchia di Santa Maria a Piazza, nel popolare quartiere di Forcella. Ma le fonti ci raccontano di più.
Da un documento del 1830 egli risulta abitare ancora in “vico dei Zuroli 24”, residenza, come già sappiamo, della sua famiglia, che si trova tra via dei Tribunali e via Forcella. Quattro anni più tardi, però, il suo domicilio è indicato, in una dichiarazione da lui sottoscritta, in “Salita San Raffaele 44. E qui abbiamo un soprassalto e dobbiamo fermarci, perché questa strada è non lontana da via Santa Teresa degli Scalzi, dove in quello stesso periodo abita Giacomo Leopardi, che a Napoli visse negli ultimi quattro anni della sua vita, tra il 1833 e il 1837.
Non sappiamo a voi, ma a noi è venuta questa idea: che tra il grande poeta delle Rimembranze e il giovane pittore, che sarebbe diventato il mai acquietato nostalgico dell’età passata, ci possa essere stato uno sguardo, un saluto durante le passeggiate che interrompevano le loro solitudini. La Mostra “Il Corpo e l’idea. La Testa anatomica di Filippo Balbi” non finisce mai di conquistarci con le sue mille suggestioni.

C’è la firma del pittore, c’è il suo tratto inconfondibile, confermato da numerosi esperti, c’è un segno ben preciso sulla tavola che ritroviamo in tutte le successive copie fotografiche, eppure a qualcuno è venuto il dubbio che non si tratti dell’originale. Parliamo della “Testa anatomica” di Balbi, custodita nel museo di storia della medicina della Sapienza di Roma e che esporremo, restaurata, nella Certosa di Trisulti dal 5 agosto al 29 ottobre,
Ma, allora, perché è circolata questa fake news? Il pasticcio, in realtà, è in due schede presenti nell’inventario del Museo, nelle quali si parla, nella prima, di una “riproduzione e, nella seconda, di un originale di mano dell’artista. Perché questa incertezza? La spiegazione più plausibile la ipotizza Alessandro Aruta, l’attuale curatore del Museo. E ci riporta alla figura di colui che il Museo ha fortemente voluto e fondato nel 1938, Adalberto Pazzini, storico della medicina, appassionato d’arte e figlio di un pittore di scuola macchiaiola di metà ottocento. Pazzini vede il quadro, tra gli oggetti della sezione dell’arte medica della vastissima collezione del tenore Evan Gorga, requisita dallo Stato e finita nei sotterranei prima di Valle Giulia e poi della Sapienza. Si rende conto della sua importanza artistica e chiede che venga data al nascente museo. Ma si rende conto anche che musei più titolati potrebbero rivendicarla e perciò “trucca le carte”, declassando l’opera a “riproduzione”. Insomma ricorre a un marchingegno archivistico per sottrarla alla concupiscenza di altri. Una bugia bianca: a fin di bene.
La “Testa anatomica”, dunque, faceva parte della vastissima e variegata collezione dei più disparati oggetti d’arte di Evan Gorga, un tenore che, a cavallo tra l’ottocento e il novecento dello scorso secolo, ebbe momenti di grande notorietà. Era nato ai confini meridionali della futura provincia di Frosinone, nel piccolo comune di Broccostella, e la sua arte lo avrebbe portato a essere il Rodolfo della “prima” della Bohème, quella, per intenderci, diretta dal ventinovenne Arturo Toscanini in scena al Regio di Torino il primo febbraio del 1896. Ma la carriera di Evan Gorga, avviatasi con auspici tanto promettenti, si conclude inspiegabilmente appena cinque anni dopo. Molti ipotizzano che l’abbandono dei teatri lirici coincida con l’esplodere della sua passione di collezionista, quando egli comincia a raccogliere forsennatamente strumenti musicali, opere d’arte, oggetti di valore d’ogni tipo. Nel 1929, completamente spiantato e temendo che tutta la sua ormai vastissima collezione (non bastano 11 appartamenti a contenerla) vada dispersa per le pretese dei creditori, invoca la tutela dello Stato che pone il suo vincolo su tutto il patrimonio e, qualche tempo dopo, lo acquisisce ripromettendosi di affidarlo, a pezzi, ai musei appropriati. Gli strumenti musicali diventano così il primo nucleo del Museo degli strumenti musicali di Santa Croce in Gerusalemme, i quadri prendono, invece, direzioni diverse: confuso tra di essi c’è la Testa anatomica, comprata da Gorga chissà dove. È a questo punto che entra in scena Adalberto Pazzini, il medico che – lo abbiamo visto- – si è messo in testa, e alla fine ci sta riuscendo, di realizzare un museo di storia della medicina annesso all’università di cui è docente, La Sapienza di Roma. E per entrare in possesso del quadro ricorre, anche questo lo abbiamo raccontato, a un piccolo “trucco”. É così che il capolavoro di Balbi finisce al Museo nel quale è restato dal 1954 a oggi. È la tavola a olio che, restaurata, esponiamo nella Mostra “Il Corpo e l’Idea” a Trisulti dal 5 agosto al 29 ottobre prossimi.

“Un uomo accovacciato che si ancora con le mani alle gambe del suo comprimario, che lo sostiene sulle spalle”, due figure con le quali Filippo Balbi restituisce “tutta la plastica miologica dell’area buccale”. La descrizione di Marco Bussagli, docente di anatomia artistica all’Accademia di Belle Arti di Roma, non nasconde l’ammirazione per la “genialità” della Testa anatomica di Balbi. E per il particolare del muscolo della bocca, quella bocca leggermente socchiusa che a Luca Salvadori, docente di composizione del Conservatorio di Frosinone, suggerisce una “trama musicale” in cui Bach sta insieme con Gesualdo da Venosa e oscure musiche etniche si confondono con la chiarità dell’arte del contrappunto e della fuga. Ma la bocca di Balbi suggerisce l’allucinata fantasia di corpi dialoganti in realtà virtuale del gruppo Keiron e provoca le creazioni multimediali di Valerio Murat e dei suoi studenti del Conservatorio, accresciute dalle performance poetiche di Giovanni Fontana. A Trisulti dal 5 agosto al 29 ottobre e nel catalogo della Mostra, pubblicato da Gottifredo Edizioni”, che è uno scrigno prezioso di suggestioni critiche e di invenzione artistica.
A noi sembra di sentire, da lontano, il brontolio compiaciuto del “pictor egregius”.

Una firma segreta che imprime il suo sigillo di identità a un’opera d’arte, Quella, per esempio, con cui l’immenso Bach volle firmare“L’arte della fuga”, le sue iniziali tradotte in musica secondo la notazione alfabetica: B = si bemolle, A = la, C = do, H = si bequadro. È un codice nascosto nella composizione, una dichiarazione intima. L’arte della fuga è una delle musiche che Luca Salvadori ha scelto per la “trama sonora” della nostra Mostra “Il Corpo e l’idea”, perché la Testa anatomica – spiega – è in qualche modo la firma di Balbi. Tanto che il pittore la volle raffigurata, aaccanto a lui, nell’autoritratto che da ieri è possibile vedere dal vivo nella Galleria degli uffizi di Firenze, nel settore dedicato agli autoritratti degli artisti, spesso donati al celebre museo per la propria gloria futura. Da ieri, perché proprio ieri le sale del nuovo allestimento che ospita il dipinto sono state aperte, con tanto di notizia passata in un telegiornale, non sfuggita all’attenzione di un nostro concittadino che, con cortesia, ce l’ha segnalata: Balbi e la Testa anatomica offerti agli occhi della vastissima platea televisiva.
Forse è un caso che sia accaduto proprio a poche settimane dall’inaugurazione della Mostra di Trisulti che, a conclusione di un lungo lavoro, riporta la “tavola”del pittore napoletano, fresca di uno splendido restauro, dalle nostre parti. Ma forse c’è anche un senso in tutto questo: la “singolarità” che determina uno scatto del destino e interrompe la parabola incerta della fortuna critica di un grande, costretto al silenzio da troppo tempo.
C’è la torsione spasmodica dei corpi, ciascuno un muscolo in tensione, e c’è invece la compostezza astratta, indifferente del tutto. La Testa anatomica di Balbi porta in sé questo difficile equilibrio tra il tumulto romantico che l’attraversa e la nettezza di una misura nascosta che vorrebbe temperarlo, rendere innocui i sussulti vitali del corpo, le sue percezioni disordinate e potenzialmente distruttive, e chiede alla mente di renderli controllabili, compatibili con la necessità di salvare la vita e l’unicità della persona.
Il corpo e l’idea, il corpo e la mente, non sono solo il manifesto programmatico della “Testa anatomica”, ma l’anticipazione – non importa quanto consapevole – di conoscenze che la “scienza dell’anima” raggiungerà e chiarirà nei decenni successivi. Balbi ricorre alla scienza delle proporzioni, alle regole della geometria e della matematica. La Testa è così come è, perché non è frutto solo di perizia artistica, o di esplosione creativa, ma anche di studio dei numeri, di ricerca del disegno che assicuri, nello spazio limitato del dipinto, la vittoria dell’unità sul molteplice con l’individuazione di una formula che rinvia all’infinito senza rinnegare i tanti finiti che ne sono parte. Balbi ne trova il codice e noi, mettendoci in sintonia con la sua opera, abbiamo tentato di decodificarne la combinazione. Basta osservare la “tavola” e affidarsi a un esperto di numeri che faccia sue le nostre stesse domande.
La Mostra Il Corpo e l’Idea: la Testa anatomica di Filippo Balbi è una scoperta continua, è la rivelazione di un “colpevole” che stava sotto gli occhi di tutti e proprio per questo nessuno aveva finora notato.

Era, anche allora, agosto. Filippo Balbi, come ci rivela un sonetto di saluto che un suo amico frate volle dedicargli, proprio in quel mese dell’anno 1863 usciva dalla Certosa di Trisulti, dove era vissuto e aveva lavorato per quattro anni, e si avviava verso la sua nuova casa: prima Casamari, dai frati di quel monastero, e poi Alatri, qui facendosi precedere da una lettera indirizzata al futuro vescovo di Assisi, Monsignor Luigi De Persiis, a cui raccomandava che l’abitazione, che gli chiedeva di aiutarlo a trovare, rispettasse con scrupolo i suoi rigidi dettami igienici.
In quell’agosto del 1863, con il Pittore abbandonava Trisulti anche il quadro al quale egli teneva di più, e che non avrebbe lasciato fino alla morte, la Testa anatomica.
Quando abbiamo fissato la data di inizio della Mostra “Il Corpo e l’Idea: la Testa anatomica di Filippo Balbi”, ci siamo lasciati soggiogare da questa suggestione. La Testa anatomica, e con essa lo spirito di colui che l’aveva dipinta, sarebbero tornati a Trisulti esattamente centosessanta anni dopo, nel mese di agosto del 2023. Un movimento del pendolo a ritroso, che non cancella la storia ma rimedia a una lunga assenza, anche se per il tempo breve di tre mesi.
Un momento, dunque, importante, memorabile a suo modo. Non solo per noi. Lo abbiamo capito quando, varcato il portone della Certosa e tolto il quadro dall’imballaggio, gli occhi dei testimoni si sono inumiditi: avvertivano il privilegio di salutare il ritorno a casa del “Pictor egregius”, con l’opera che reca impressa la sua più duratura identità d’artista.