Gradevole, divertente, ruffiano, in qualche punto fino a scivolare nel parodistico, con due attori (e il contorno di comprimari, piccoli e adulti) in grande forma e convincenti ma attaccati a personaggi che la loro storia la dicono già tutta dalle prime battute, idilliaco, fin troppo, e perciò un po’ falso come tutti gli idilli, diretto nella denuncia di un problema mai affrontato seriamente, quello dello spopolamento dell’Italia e della soppressione delle scuole della dorsale appenninica, ma con proposte di soluzione un po’ troppo facili, in qualche punto perfino ciniche: il film di Riccardo Milani “Un mondo a parte” può essere affrontato da più prospettive, se non si sceglie di considerarlo una bella favola con la sua morale ben confezionata e tuttavia di incerta presa sulla realtà.
Le domande fondamentali, però, a me pare che il film non le affronti, non di petto almeno. Per esempio, quella se lo svuotamento dei piccoli centri dipenda dalla fragilità, fino all’inesistenza, del tessuto economico che non offre occasioni di lavoro e incentiva perciò la fuga delle persone più giovani e volitive, o se, anche a trovarli i posti di lavoro, non siano i modelli di vita più suggestivi proposti dalle città, le inseguite “chances” di cambiamento, le comodità dei centri più grandi e raggiungibili, a far crollare la demografia delle aree interne dell’appennino (come il paesino del film di Milani) e a portare alla desertificazione delle scuole, che, dunque, sarebbe il risultato non la causa della crisi dei paesi.
O anche – l’altra domanda – se le pluriclassi, formate da bambini di diversa età e livello scolastico, come nella storia raccontata dal film, favoriscano l’educazione e la formazione degli alunni (lo pensano alcuni) o, invece, ne costituiscano un freno (come sostengono altri). Perché la scuola, la presenza di una scuola, è certamente utile a creare un indotto, ma non si può trascurare che la sua prima finalità è quella di educare, di dare formazione, di essere strumento per eliminare le disuguaglianze tra i cittadini che nella disparità dell’istruzione – spesso combaciante con quella dei luoghi – trovano una radice tenace e fondamentale.
Di questi argomenti ho scritto in diverse occasioni, ma soprattutto li ho discussi direttamente con il mio amico don Alberto Conti, direttore della Caritas di Trivento e parroco di Castelguidone, un paese di poche centinaia di abitanti al confine tra Abruzzo e Molise che, la sua scuola l’ha vista ridursi fino alla cancellazione in pochi anni, insieme con il ridimensionamento dell’ufficio postale e la fine del presidio del medico comunale reso drammatico dalla chiusura degli ospedali vicini, senza alcuna considerazione delle difficoltà di raggiungere i più distanti, nei casi d’urgenza, per le strade scoscese e dissestate e la loro impraticabilità per lunghi tratti del periodo invernale.
Io, per esempio, ho forti dubbi sulle pluriclassi, don Alberto no – e lo motiva con passione illustrando le virtù del confronto “educativo” tra ragazzini di età diversa. Io penso che avvalersi della connessione veloce (a Castelguidone, per esempio, c’è la fibra ottica) possa consentire di coniugare formazione in presenza e a distanza, con modelli ibridi che pure sono stati testati, a quanto sembra positivamente, nelle scuole di alcuni paesi del nord, anche essi in via di spopolamento. E che perciò la vera domanda da porsi sia: restare, mantenere aperte le scuole nei piccoli centri, fino a sfidare la demografia (gli “gnummeri so’ gnummeri”, sentenzia nel film l’addetta dell’ufficio scolastico provinciale, pronta a decretare l’assorbimento del plesso nel paese più grande) e battersi che così accada, va bene, ma per fare cosa, con quale missione educativa?


In un punto del racconto di “Un mondo a parte” c’è una “tirata” (che sembra incontrare il favore dell’autore) contro “la restanza”, espressa nelle teorie antropologiche di Vito Teti che con questo termine ha invocato la strategia di incoraggiare chi vuole resistere alle sirene della partenza, restando nei luoghi di origine. Forse la sequenza è solo un espediente retorico, perché in realtà, il film è piuttosto un’attestazione di fede nella “restanza”, nella sfida tentata dai più giovani di intraprendere imprese, per non andarsene altrove, scommettendo audacemente di durare oltre i due anni, il limite temporale dentro il quale, di solito – come è ricordato ancora nel film – nelle terre della fragilità economica e sociale, e del pessimismo atavico, si inabissano tutte le buone intenzioni.
La scuola è certo uno stimolo a resistere difendendo una rete di relazioni sociali minima e vitale; è sicuramente una palestra di “restanza”, ma se resta sola, se resta per restare, e smarrisce le sue finalità costitutive, rinunciando a insegnare, come diceva metaforicamente don Milani, al povero e sfruttato una parola in più del suo sfruttatore, mettendolo in competizione con lui, non salva nulla, nemmeno se stessa.
Nella foto in evidenza un’immagine del film, nella galleria l’inchiesta sui piccoli comuni scritta per il settimanale Pagina99