capitale umano, memoria, Ritratti, viste e sentite

E’ Atina la capitale del jazz e il Conservatorio di Frosinone il suo profeta

In un saggio del 2012 ho raccontato come il jazz sia diventato un insegnamento ufficiale dei Conservatori italiani partendo da Frosinone. Fu l’occasione per ricordare musicisti, direttori e appassionati che hanno fatto della provincia ciociara una delle grandi capitali del jazz, e dove ogni anno, ad Atina, si celebra uno dei suoi festival più prestigiosi. Ma tutto cominciò dalle visioni di alcuni visionari, Daniele Paris, Gerardo Jacoucci, Vittorio Fortuna. Ripubblico qui il mio scritto, senza ritoccarlo o aggiornarlo. E rileggendolo mi pare che parli del jazz con una tecnica jazzistica, mille fili che si intrecciano in tante variazioni.

Una buona metà degli iscritti al nuovo ordinamento del Conservatorio di Frosinone frequenta il corso di musica jazz; è un successo che dipende ovviamente dalla qualità dell’insegnamento e dal prestigio dei professori, guidati da Ettore Fioravanti, batterista leader di diversi gruppi, nonché componente del quintetto di Paolo Fresu di cui fa parte fin dalla costituzione quasi trenta anni fa. Un musicista che a me sembra tra i pochi che riesca a dare una sorta di autonoma musicalità al suo strumento, mentre negli altri suoi colleghi risulta quasi sempre in funzione caudataria rispetto al resto del complesso: so bene che è un’impressione da profano, ma non deve essere del tutto gratuita se qualcosa di analogo ha detto di lui un altro grande jazzista Marcello Rosa, maestro del trombone jazz in Italia che nella sua lunga carriera ha suonato con miti come Milt Jackson e Lionel Hampton, per dire che è uno che se ne intende.

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memoria

ELEGIA DI UN PAESE CHIAMATO ALATRI

Trentadue anni fa (era maggio 1992) per l’iniziativa e l’insistenza di un gruppo di amici, e con la generosa connivenza di un tipografo-editore, Alberto Minnucci, cronista d’eccellenza, pubblicò “L’orologio ad acqua. Confidenze alla macchina da scrivere”. Adesso il comune gli dedica una strada, quella che porta alla chiesa di Portadini, battuta – come egli scrive in una sua “confidenza in prosa” contenuta nel libro – da un vento mite che, a maggio, diventa “un vento re”. Ma l’orizzonte dei racconti e dei versi di Alberto non è paesano, essi sono tante piccole “intermittenze del cuore” che valgono per chiunque e dovunque. De “L’Orologio ad acqua” scrissi la prefazione, che ripropongo.

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