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Racconti semplici che semplici non sono

Un libro con dodici racconti di Enrico Galantini, con uno stile a cui non mancano – come scrive lo scrittore Davide Orecchio nella quarta di copertina – “delicatezza e ironia. Soprattutto quando racconta le sfide del tempo umano e biologico, la malattia e la vecchiaia”. È stato pubblicato dalla Gottifredo Edizioni. Si può acquistare subito a questo link. La mia introduzione.

Enrico Galantini ama raccontare. Ama farlo soprattutto quando incontra gli amici e li trova disposti a condividere, in compagnia di un calice di qualità, le ore malinconiche della giornata, che richiamano – come succede a Manlio, il personaggio di un racconto di questo libro – le belle avventure di ieri e i fantasmi di oggi.

Ma a Enrico (d’ora in avanti lo chiamerò con il solo nome, per non velare che tra noi c’è una vecchia amicizia e senza perciò voler troppo nascondermi dietro al ruolo, necessariamente più “neutro”, di chi voglia dare contenuti critici al suo entusiasmo di lettore – che in questo caso è pieno) piace anche scrivere i suoi racconti, mantenendo però lo stile del parlato colto e diretto che rappresenta la cifra a mio avviso più significativa e convincente della sua scrittura.

Il racconto, del resto, ha un suo statuto preciso, quello di racchiudere tutti i suoi significati in un giro di poche pagine e di dover perciò in gran parte affidarsi fiduciosamente alla capacità di chi legge di andare avanti un po’ da solo, come quando ci si trova di fronte a un paesaggio compiuto, finito, magari interrotto da una siepe, e ci si sofferma un attimo a immaginare cosa altro ci sia da scoprire, e se poi sia così importante scoprirlo.

Il racconto, insomma, non è un romanzo e Enrico questa tentazione di diventare un narratore da lunghe distanze la evita accuratamente, così quando rischia di caderci trova il modo di tenersene fuori, con un leggero abbassamento di tono, con una sorta di riduzione lessicale al grado zero che nella conversazione e nei racconti funziona benissimo e che nei romanzi, invece, sarebbe severamente censurato.

Un esempio, il primo che ho annotato in una delle mie ripetute e felici letture, sta proprio nel racconto che apre il libro e dà il titolo al volume “Chi disegna e chi squadra”. Cosimo, il protagonista, viene presentato “mentre scende nell’orto dopo una notte che faticosa è dire poco”. Quel “dire poco” liquida in una battuta la tentazione di inoltrarsi in uno scenario che in un romanzo si sarebbe forse colorato di cupe riflessioni, evocando altre definizioni e dando una piega alla narrazione per il verso del di dentro, piuttosto che – come resta invece qui – per il verso del di fuori, tutta spiegabile nei fatti e negli atti che vengono elencati subito dopo: il molto che viene espresso da quel “poco” è tutto dichiarato in superficie, che è il modo del racconto di essere profondo.

I racconti di Enrico, insomma sono semplici ma tutt’altro che semplici. In questo senso ingannano e producono un singolare comportamento nel lettore che arriva alla fine convinto di avere capito tutto e di essere stato intrattenuto amabilmente da uno che sa aggiustare le sue storie e poi, riflettendoci quando come un lampo gli tornano alla mente alcuni momenti che hanno in qualche passaggio increspato la sua lettura, pensa che c’è dell’altro da scoprire e che perciò occorre rileggere.

A me, per dire, è accaduto con “Rico 2579”, costruito con una tensione sempre più avvolgente che rivela che c’è un destino, un’amarezza, un’ironia (è la dolente superiorità con la quale narcotizziamo la vita, ci insegnano i classici) in quell’Enrico che non accetta di essere padre ma tutto sommato si acconcia all’idea di una paternità senza ansie che è l’essere o sentirsi nonno.

O anche con lo splendido (ma giuro che mi è difficile fare una graduatoria dei racconti che più mi hanno regalato pienezza di lettura) “La risposta”, dove il climax arriva inaspettato, quando la conferma del lieto fine appare scontata e non c’è però precipizio, ma una sciabolata improvvisa che porta, anche qui mi è successo così, a riprendere la lettura dall’inizio.

Nei racconti di Enrico ci sono tante storie che si intrecciano dando vita a trame originali, ci sono tante letture assimilate negli anni, anche qualcuna che non ti aspetti ma che poi capisci che deve esserci: come le pagine di un diario di Bruno Trentin, mitico e amato segretario della Cgil (c’è pure un viaggio vero vissuto con lui), che sicuramente è personaggio all’altezza di questi racconti e che, probabilmente, si sarebbe sorpreso di ritrovarcisi dentro. O la storia di un “femore” che viene scandita nelle tappe di una sorta di “cursus honorum” della vita dentro cui compaiono tanti personaggi (tutti essenziali) e arrivano a nascondersi perfino amori sbocciati o solo accennati, con in controluce un sentimento composto e amaro del passare del tempo che nemmeno un femore ricomposto e rinnovato può redimere.

Tante storie, dunque, anche un frammento della mia. Nel penultimo racconto, “A chi parla e a chi ascolta” (“chi disegna e chi squadra”, se ci pensiamo) uno dei due protagonisti, il cileno Victor trapiantato in Italia dal 1973, l’anno orribile del colpo di stato contro Allende, racconta a Manlio (un “minimalista”, si chiama Tito Manlio ma gli sembra troppo) di aver appreso l’arte di montare mobili, senza usare i chiodi e in forza solo di incastri e colle speciali, da un mastro artigiano che l’aveva appresa a sua volta da un carpentiere e falegname di Alatri. Il falegname di Alatri era mio nonno, della sua arte avevo raccontato io a Enrico quando lo guidai, anni fa, a visitare la chiesa principale del mio paese con la scala in legno per il campanile che si regge da sé e che io vorrei nascondesse da qualche parte la firma di Ferruccio Tarquini. Enrico, se lo è ricordato e ne ha incastonato il ricordo in un racconto, che pare semplice ma semplice non è.

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La copertina è di Mario Ritarossi la foto è di Natale Madeo

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