Ultime lettere dal carcere: “Mia carissima Noretta”, “Carissima Bruna”

“Mia carissima Noretta, dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse a un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. (…) Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può più cambiare. Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. (…) Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra di voi. Per carità vivete in un’unica casa, e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda ed incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e a tutti un caldissimo abbraccio pregno di amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.”

noretta moro

“Carissima Bruna, come ho detto è già molto tempo che penso a questo passo e…l’ho anche tentato una volta. È un passo molto duro e all’ultimo momento ti riassalgono infinite speranze. La vita è veramente incatenata nel nostro profondo e soltanto una forza straordinaria riesce a stordirla.

Spero con tutte le mie forze, è la mia ultima speranza, che tu possa affrontare questo dramma con il coraggio e la forza d’animo che tutti ti riconosciamo. Che tu possa ritrovare uno spazio, nel tuo cuore, di accettazione serena di questa tragica realtà e la gente possa ancora dire guardandoti: questa è una regina. (…) Me ne vado con dolore e rabbia. Lascio d’un colpo la nostra bella famiglia e lascio te che ho tanto amato di questo grande amore totale e ostinato sul quale avevamo costruito le nostre speranze di un futuro sereno, insieme. Ho perduto tanto tempo a inseguire sfide assurde e non ho appieno approfittato della grande fortuna di averti vicina: un rimpianto che non riesco a sopire.

Mia carissima sposa e compagna: quante ne abbiamo ancora da dirci, ma il tempo…non ne abbiamo più il tempo. E io ho gli occhi pieni di lacrime e non posso scrivere oltre. Ti abbraccio forte forte per dirti grazie della nostra vita insieme. Addio, amore del mio cuore”.

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La prima lettera è di Aldo Moro, l’ultima inviata alla moglie Noretta, dalla prigione delle Brigate Rosse, che precede di poche ore l’esecuzione della sentenza di morte, decretata contro di lui, la mattina del 9 maggio di quaranta anni fa.

La seconda lettera è Gabriele Cagliari, l’ultima inviata alla moglie Bruna, da una cella di un carcere della repubblica italiana, prima di mettere fine alla propria vita infilando la testa in una busta di plastica, rinchiuso dentro un gabinetto di San Vittore, il 19 luglio di trentacinque anni fa.

È un accostamento scandaloso, ma non perché avvicina le parole di commiato di due uomini potenti, protagonisti di vicende tanto distanti, colti al passaggio definitivo della loro vita, ma perché rivela punti di contatto inaspettati e insopportabili. Un politico di primo piano, per molti lo statista più grande dopo De Gasperi, da una parte. Un manager pubblico di successo, deciso e spregiudicato, il vero erede di Enrico Mattei, dall’altra parte. Entrambi scoprono – e protestano – di pagare un prezzo esagerato al rilievo del loro ruolo, alla fortuna del loro destino pubblico. E si volgono, come a un rifugio e con parole il cui asciutto nitore non è diminuito dalla commozione, all’affetto più complice, più sicuro.

Moro sa di morire perché è un “simbolo” irriducibile del potere trentennale della DC, e non lo accetta perché sa quanto una tale identificazione sia poco veritiera e significativa (il potere non può mai essere rappresentato da un uomo solo, in un’epoca come la nostra – e quella della primavera del 1978 già lo era). Cagliari sa di essere sotto accusa – e trattenuto in carcere oltre ogni ragionevole esigenza di custodia – perché “simbolo” del sistema corrotto delle tangenti, emblema della dipietresca “datazione ambientale”, tributario di un rapporto tra partiti e impresa pubblica di cui la tangente è diventata una modalità comune, priva ormai di qualsiasi barriera valoriale, insignificante a decretare l’onestà o la disonesta delle persone coinvolte. “Se tutto questo fosse accaduto cinque anni prima o cinque anni dopo – scrive in un’altra lettera – non sarebbe successo niente”. La colpa sta nell’esserci capitato dentro nel momento sbagliato (o giusto, dipende dai punti di vista). La punizione è per l’intempestività, che in qualche modo è anche l’accusa di cui è vittima Moro. Sta nella dinamica incontrastabile della storia più che nella responsabilità dell’individuo.

Lo scandalo non è nell’accostamento delle parole di due uomini reclusi, destinatari di sentimenti e giudizi opposti, è nell’identità della logica che muove i “reclusori”. Gherardo Colombo, inquisitore di Mani Pulite (non di Cagliari direttamente, del cui figlio, però, per le eloquenti coincidenze che capitano nella vita, è coinquilino) nella prefazione dell’umanissima memoria di Stefano Cagliari, il figlio primogenito di Gabriele, pubblicata da Longanesi appena qualche settimana fa (“Storia di mio padre”) – scrive che, anche nelle fasi più crude del processo penale, nell’accusato “bisogna riconoscere la persona. Vedere il volto dell’altro”. Le Brigate rosse vollero, nella loro cinica e miserabile follia, trascurarlo. Lo stato democratico non lo avrebbe dovuto. Sì, se c’è scandalo è questo.

 

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