Nel Catalogo della Mostra di Trisulti, studi, immagini ad alta definizione, prospettive inedite e originali per descrivere un’opera che il curatore Mario Ritarossi definisce “singolare”. E’ “La Testa anatomica”, il capolavoro del pittore napoletano che soggiornò lungamente alla Certosa. Una tavola a olio che, sottoposta a indagini non invasive, rivela una sua sconosciuta fragilità. Il Catalogo, 168 pagine, è edito da Gottifredo Edizioni, costa 35 euro. La mia presentazione

“Questa mostra è necessaria, e se è necessaria si realizzerà da sola, noi dobbiamo incoraggiarla, assecondarla”. Quante volte io e Mario Ritarossi, durante la lunga gestazione de “Il Corpo e l’Idea – La Testa anatomica di Filippo Balbi”, ci siamo ripetuti questa rassicurazione, soprattutto nei momenti in cui eravamo quasi sopraffatti dal peso dei problemi ideativi, progettuali, organizzativi e finanziari che un’impresa di tale portata ci ha proposto quasi quotidianamente fino a oggi.
Si deve alla convinzione di questa “necessarietà, se la Mostra non è restata uno dei tanti proponimenti che svaniscono lasciando appena un’ombra di rimpianto e sia diventata, invece, un obiettivo condiviso da tutta l’Associazione Gottifredo, dai soci che vi hanno lavorato prestando, come al solito, con generosità la loro opera, e poi sia stata fatta propria da tanti altri soggetti che con la loro disponibilità ci hanno permesso di arrivare al traguardo. Primi fra tutti i responsabili del Museo di Storia della Medicina della Sapienza, l’istituto che conserva da oltre settanta anni la “Testa anatomica” e ne ha concesso il prestito e consentito il restauro, premessa indispensabile per il successo dell’iniziativa che ora, con questo Catalogo e la Mostra stessa, affidiamo al giudizio di tutti.
Ma perché, per chi, questa Mostra è necessaria? Prima di tutto – ritengo – per la comunità artistica e scientifica alla quale riproponiamo, nella sua originaria fattezza, un’opera che è un “unicum” della pittura italiana e europea, conosciuta internazionalmente ma spesso spacciata in riproduzioni di qualità non sempre adeguata o addirittura approssimative. Necessaria, poi, per compiere finalmente, dopo centosettanta anni dalla sua composizione, un serio approfondimento storico e critico capace di entrare dentro il quadro e metterne in luce – come avviene nei pannelli delle “camere” dell’allestimento e grazie ai saggi di questo volume – la ragione, le suggestioni visionarie, la fortuna critica, le accidentate vicende della sua storia, dopo la morte del Pittore. Un lungo tragitto fatto di alcuni passaggi oscuri, in cui il quadro è sembrato perdersi nell’incertezza della documentazione, tanto da insinuare perfino interrogativi sulla sua autenticità: ed è un ulteriore e fondamentale merito della nostra Mostra aver pronunciato una parola definitiva su questo punto, dissipando ogni incertezza. Necessaria per il nostro territorio, perché nella superficialità che sovente macchia la cura del patrimonio artistico a noi più vicino, l’esposizione che abbiamo voluto alla Certosa di Trisulti, trovando il pieno sostegno della Direzione regionale dei Musei, può rappresentare un avvenimento di controtendenza che ci induce ad apprezzare il valore della circostanza, tutt’altro che casuale, che questa tavola, fatta da due tavole appiccicate come un manufatto che voglia subito declinare la sua irriproducibilità, abbia soggiornato per quasi venticinque anni da noi, nello studio alatrense di Balbi che mai volle separarsene, e che si è impregnata perciò della nostra aria, si è illuminata delle nostre luci, porta insomma i segni dei nostri luoghi che, come sempre avviene e dovunque con l’arte, si alimentano e vengono modellati e modificati (anche se capita di dimenticarlo) dal “bello” di cui diventano il contesto.

Questa Mostra è necessaria anche per operare un risarcimento postumo a Filippo Balbi, l’appartato Maestro che, partito da Napoli per incontrare la fervida attività artistica romana, appena coperta dal curiale passatismo dello Stato pontificio, approdò, dopo le splendide prove di cui portano testimonianza alcune tra le più importanti chiese della città eterna, prima a Trisulti e poi ad Alatri. Accettando, con il trasferimento trasformatosi da temporaneo in permanente, le costrizioni di una condizione che gli impedì i grandi palcoscenici, ai quali forse cessò di ambire per la fiera scontrosità del carattere e per la progressiva estraneità alla storia che si stava affermando con la nuova Italia.
In questi mesi di lavoro, durante i quali ho seguito le varie tappe che l’hanno scandito, osservando da vicino, con partecipazione ammirata, come la storia che volevamo raccontare (perché ogni mostra deve raccontare una storia inedita) si andasse componendo con coerenza in tutti i suoi aspetti (basta leggere i saggi di questo catalogo, che per una “singolarità” sorprendente, pensati e scritti autonomamente l’uno dall’altro, alla fine sembrano passaggi di un’unica tela narrativa) ho vissuto un momento di emozione profonda. É capitato quando ho visto le foto delle indagini diagnostiche del dipinto: il quadro passato ai raggi infrarossi, posto sotto i riflettori nei suoi diversi quadranti che ne portavano in evidenza i primi sicuri tratti compositivi.

Ho avvertito, chissà perché, l’increspatura dello stesso brivido che si può provare quando un bambino, un essere inerme, viene sottoposto a una visita medica, che prima di tutto, prima di ogni altro accertamento, ne rivela la tenera fragilità. La tenera fragilità di questo dipinto è l’assoluta necessità di questa Mostra.