“Per capire meglio la singolarità della figura di Don Morosini, ma anche la sua storicità concreta che lo rende un personaggio non astratto nella sua solitaria perfezione, ma pienamente immerso nella fatica del suo tempo può aiutarci un saggio fondamentale nella storiografia della resistenza, quello di Claudio Pavone “La guerra civile. Saggio sulla moralità nella resistenza”, che dedica specificamente un capitolo ai cattolici e la guerra civile, individuando un punto fondamentale di discontinuità tra il prima e il dopo l’otto settembre. “ Nel 2016, il Comune di Ferentino mi affidò il compito di ricordare don Giuseppe Morosini nell’anniversario del suo sacrificio e nel settantesimo della Repubblica. Il tema era “le visioni di don Morosini”, quella che noi abbiamo di lui e quella, che noi oggi possiamo solo supporre, che egli aveva di se stesso e del suo futuro. Pubblico oggi il mio intervento in occasione della visita del del Presidente Mattarella alla città di Ferentino e del suo omaggio a don Giuseppe Morosini.
Il tema che è stato proposto per questa giornata che celebra il martirio di don Giuseppe Morosini mi pare suggerisca due diversi modi di affrontarlo, due modi di intendere le visioni di cui siamo chiamati a parlare. Da una parte siamo sollecitati a dare la nostra visione di don Giuseppe, dall’altra ci si chiede, più impegnativamente, di ricostruire da quel poco che ne conosciamo dai documenti disponibili le sue visioni, quello che egli vedeva come prospettiva delle sue azioni, della sua attività di educatore e musicista, della sua missione di prete. E quello che egli vedeva anche come evoluzione storica della sua comunità, del suo paese, della sua Chiesa, i grandi contesti cioè che potevano dare senso pieno agli individui e che in effetti lo avevano assicurato ma tutto ad un tratto si erano scoperti insufficienti a cogliere una nuova e drammatica dinamica degli eventi, dopo una lunga fase di stabilità che aveva fatto ritenere quasi che la storia italiana potesse chiudersi con il fascismo e con il ritorno ai riti della romanità, come al termine di un ciclo che era giunto al suo compimento e da allora in avanti sarebbe stato votato a ripetersi continuamente.
Ma sia che decidiamo di prendere le mosse dalle nostre visioni di don Morosini sia che optiamo per tentare di entrare nelle sue il compito che ci si impone è arduo, perché vorrebbe che noi riuscissimo a dare un senso compiuto a una vita che è stata interrotta quando era ancora un groviglio di potenzialità e avrebbe potuto perciò dischiudersi a tanti percorsi, a tante visioni, prima di assumere la piega definitiva del suo destino. Ragionando sui fatti e sulle testimonianze della vita di Don Morosini, cercando testi e racconti ulteriori rispetto a quelli già conosciuti, ho letto il discorso commemorativo tenuto nel 2002 dal senatore Domenico Rosati e in esso ho trovato espressi i miei stessi interrogativi e soprattutto la prudenza nell’azzardare giudizi, nell’attribuire a una figura così importante della nostra storia più recente un profilo disegnato da noi, secondo le nostre esperienze, le nostre conoscenze, la nostra sensibilità. In quel discorso Rosati cerca, perciò, di contestualizzare l’azione del sacerdote, collocandola all’interno del movimento cattolico italiano e dei suoi rapporti controversi con il fascismo, che nel momento cruciale della guerra arrivano a un punto di non ritorno, facendo esplodere tutte le ambiguità e le contraddizioni che negli anni precedenti erano rimaste sopite, imbrigliate, all’interno dell’estenuante azione diplomatica condotta dalle gerarchie vaticane e dal papa stesso. Possiamo seguire la stessa strada, abbassando però lo sguardo e portandolo a esaminare non la discussione delle idee ma gli atteggiamenti e i comportamenti concreti di tanti uomini del clero, disperso nelle parrocchie italiane, che vissero quotidianamente il dilemma di scelte che mettevano alla prova non solo le convinzioni della propria dottrina ma soprattutto i presupposti della propria morale, della propria individuale moralità.
Per capire meglio la singolarità della figura di Don Morosini, ma anche la sua storicità concreta che lo rende un personaggio non astratto nella sua solitaria perfezione, ma pienamente immerso nella fatica del suo tempo può aiutarci un saggio fondamentale nella storiografia della resistenza, quello di Claudio Pavone “La guerra civile. Saggio sulla moralità nella resistenza”, che dedica specificamente un capitolo ai cattolici e la guerra civile, individuando un punto fondamentale di discontinuità tra il prima e il dopo l’otto settembre. È con l’otto settembre e l’inizio della guerra civile che si apre nel mondo cattolico italiano il drammatico problema dell’uso della violenza fra gente della stessa nazione, che si riconosce, almeno formalmente, in un medesimo credo religioso ed è convinta di combattere una buona battaglia per valori che spesso sono, almeno nelle dichiarazioni di principio, gli stessi sostenuti dalla chiesa cattolica. Questo, per la chiesa italiana, è un cambiamento importante tra il prima e il dopo, un fatto sostanzialmente inedito nella ancora breve storia nazionale italiana. La guerra, infatti, era una violenza tra stati, che proprio per questo suscitava riprovazione e condanna, ma poteva consentire una distanza diplomatica, consolidata da secoli di esperienza. La violenza che si scatena in seno allo stesso “gregge” pone problemi assai diversi, costringe alla scelta chi esercita la sua attività pastorale e che, nell’esercitarla, si trova coinvolto nelle stesse vicende che travagliano tutti gli italiani nel lungo anno e mezzo che dall’otto settembre porta alla liberazione. La scelta ufficiale, e anche quella dettata dalla segreteria di stato vaticana, è di restare super partes, ma è una posizione che non tiene. Il clero delle parrocchie, ma anche gli stessi vescovi, cercano ciascuno una propria strada per testimoniare come possono la loro fede e la loro azione di guida. E le scelte spesso non sono nette, dividono il clero ma dilaniano anche le persone, che hanno atteggiamenti contraddittori. Pavone ne fa un lungo elenco. Sul piano della dimensione politico-diplomatica ci sono direttive, richiami dottrinali, equilibrismi tattici, moniti per un’impossibile neutralità. C’è, per esempio, la direttiva della segreteria di stato che suggerisce una “superiore imparzialità di fronte al conflitto armato”; c’è un’analoga affermazione di obbedienza che andrebbe assicurata a un governo, quello occupante, illegittimo ma che è tutore di beni comuni, come l’ordine pubblico, con la diretta conseguenza di una sostanziale acquiescenza all’autorità dell’occupante e dei residui del fascismo che legano le loro fortune a quelle dell’esercito tedesco. Di questo segno è anche l’esortazione del futuro Paolo VI, Giambattista Montini, al vicario di Roma che gli chiede consiglio su come debba comportarsi di fronte alla richiesta fascista di convincere i giovani a non disertare la leva: il suo suggerimento è di “limitarsi a raccomandare la tranquillità e l’obbedienza alla pubblica autorità”. Altre volte, giunge in soccorso il richiamo al postulato di San Tommaso che chiarisce che “l’uso del potere sarà da Dio se viene esercitato secondo i precetti e le norme della giustizia divina, non sarà invece da dio se chi lo tiene se ne serve per commettere ingiustizia”. Nella sfera pratica ciò equivale a una quasi totale paralisi di iniziativa, come succede con la decisione della Chiesa di non nominare vescovi nelle sedi vacanti del settentrione, il territorio della Repubblica Sociale, per non dover chiedere l’assenso al governo di Salò che però con la Carta di Verona del novembre del 1943 ha ribadito che la religione dello stato è quella cattolica.
Queste le direttive, le norme dei piani alti, per così dire, della Chiesa. Poi ci sono le persone che da esse non riescono a trarre indicazioni utili e univoche e in questo vortice di segni indecifrabili trovano ispirazione e consigli da se stessi e dal loro bagaglio, piccolo o grande che sia, di esperienza e umanità, non temendo di esporsi a contraddizioni, scegliendo volta per volta secondo il sentire del momento. Pavone ricorda il caso di monsignor Angrisani, vescovo di Casal Monferrato che invita ad atteggiamenti di prudenza, ma poi dimentica la prudenza e non esita a offrirsi di essere fucilato, nel novembre del 1944, al posto di 150 ostaggi. E quello di Aldo Moretti, cappellano nella guerra coloniale che diventa organizzatore delle formazioni partigiane Osoppo in Friuli. O anche il caso di un parroco, Aldo Mei che sarà fucilato – dice lui stesso un attimo prima dell’esecuzione – solo per aver fatto il prete. Ci sono, per tornare vicino a noi, i vescovi e i preti delle nostre zone che diventano difensori della fede e della città degli uomini e risultano straordinari interpreti dell’angoscia dei tempi. Vengono alla mente per primi i nomi del vescovo Edoardo Facchini della diocesi di Alatri, Attilio Adinolfi di quella di Anagni, Tommaso Leonetti di quella di Ferentino. Questi uomini, dopo l’otto settembre, riempiono il vuoto di potere che la guerra e l’imminente sconfitta del nazismo e del fascismo hanno determinato, esercitano per necessità, per forza degli eventi e per i caratteri della loro missione, un ruolo di supplenza che ne accresce l’immagine, li fa punto di riferimento e registi di una opera di mediazione che però raramente riesce ad essere neutra.
Un passaggio fondamentale di questa pagina nella storia della guerra civile, che ci riporta a Don Giuseppe Morosini, è l’autorizzazione concdessa da Pio XII, su richiesta del cardinale Schuster arcivescovo di Milano, a dare assistenza religiosa ai partigiani, nella duplice funzione di testimonianza spirituale ma anche di presidio politico ideologico di quel movimento che ormai si profilava come vincitore. Siamo nell’ottobre del 1944. Don Morosini, che questa assistenza aveva deciso di darla un anno prima senza aspettare particolari autorizzazioni, era stato fucilato ormai da mesi. Una visione che abbiamo della vita di Don Morosini è dunque questa. Una visione che ci viene dagli atti della sua vita, dal confronto con le azioni e gli atti compiuti dagli altri che hanno vissuto il suo stesso tempo e che mette in luce il suo passo in avanti rispetto alla pur preziosa testimonianza di carità compiuta da tanti suoi confratelli. Non è però una visione condivisa. Per lungo tempo, anzi, questo “di più” che oggi ci sembra definito in maniera netta non è apparso evidente, messo nel giusto risalto, proprio a cominciare dall’affettuosa biografia che a don Giuseppe ha dedicato il fratello Salvatore che sembra a volte voler circoscrivere la reale portata dell’originalità del fratello più giovane, come se fosse intimorito dell’audacia non dei suoi gesti ma delle sue idee e dalla scoperta della radicale coerenza tra gli uni e le altre, che lo poneva distante dal modello del prete che viene fucilato solo per essere stato prete.
Sfugge a questa ricostruzione vera ma parziale un dato che segna le vite di coloro che sono protagonisti della resistenza, il fatto cioè che tutti abbandonano i ruoli assegnati, dimenticano le classi e i ceti di provenienza, i mestieri scelti e le vocazioni seguite. Si mettono alle spalle tutto questo che è codificato nella tavola delle regole della vita normale e accettano di tradire un po’ se stessi per essere parte di un moto collettivo che dà autenticità a tutto. A me sembra che lo stesso possa dirsi di don Morosini che nell’eccezionalità della situazione nella quale si trova ad operare accetta, paradossalmente, di cambiare ruolo per vivere più a fondo quello che sente come il suo e che ha scelto con consapevolezza. Sono, a mio avviso, assai convincenti le ipotesi di Antonio Poce, contenute nel volume pubblicato nel 2015, proprio perché colgono questa rottura di schemi validi nella vita normale ma che si frantumano davanti ad eventi eccezionali, perché si rivelano inadeguati e incapaci di incidere nella realtà così come si presenta ed è assai diversa da come si vorrebbe. Si tratta di ipotesi sulle quali ci si interrogherà e studierà ancora a lungo e che potrebbero essere risolte da documenti che oggi mancano, che forse ci sono stati ma per qualche ragione o fatalità si sono persi. Certamente la nostra visione di don Giuseppe sarebbe molto più lucida se riuscissimo ad andare più a fondo e a disegnare un ritratto completo. Sarebbero preziosi, per esempio e per restare a uno snodo determinante della vita di don Giuseppe, appunti, riflessioni, resoconti delle cose viste e vissute quando fu cappellano militare a Laurana, nel periodo della forzata italianizzazione di quelle terre e delle violenze con le quali si tentò di imporla. Prima di allora c’erano state le leggi razziali, che segnarono una svolta nel rapporto tra cattolici e fascismo, ma anche su questo periodo e sulle reazioni di don Giuseppe, allora appena ordinato sacerdote, non ci sono testimonianze dirette, sebbene si possa supporre che qualcosa sia cominciato a rompersi nel suo animo e a cambiare nella sua visione del mondo.
C’è poi, arrivati nei mesi tra settembre 1943 e aprile 1944, la questione del rapporto tra don Giuseppe e i movimenti antifascisti e partigiani. Un rapporto che assumerebbe una colorazione politica più marcata se risultasse provato quello che Poce suppone e cioè una vicinanza non episodica, anche se favorita dai rapporti personali con Marcello Bucchi, con il partito d’azione. So che questa tesi è contrastata, troppo difficile da immaginare e da accettare. Non credo, però che, quando si parla di quel periodo, si debba dare nulla per scontato, perché quello che oggi ci sembra più evidente – e la successiva esperienza storica ha chiarito – nel 1943 e 1944 era ancora confuso. Anche all’interno del movimento cattolico. A me è capitato di notare, per esempio e per restare nella nostra provincia, la pubblicazione, il 21 novembre del 1943, nel secondo numero del giornale dei cattolici di Alatri, Libertà, dell’appello programmatico del Movimento dei cristiano sociali di Gerardo Bruni, una formazione politica oggi pressoché dimenticata ma che in quegli anni venne vista come una possibile alternativa alla stessa democrazia cristiana, con contenuti sociali e istituzionali più radicali. Siamo però in una fase della storia in cui la ricerca di strade politiche nuove interessò soprattutto quella parte di mondo cattolico impegnato a marcare la sua distanza dal prefascismo e che pensava che il “dopo” fascismo dovesse nascere nel segno della discontinuità. E, del resto, fu proprio una esponente del movimento di Bruni e sua diretta collaboratrice, Anna Maria Enriques Agnoletti, trucidata dai nazisti nel 1945, a proporre una confluenza con il partito d’azione, al quale riconosceva un’identica tensione morale e la stessa volontà di cambiamento senza compromessi. Questo per dire che ciò che con gli occhi di oggi, e sulla base della storia successiva agli anni della resistenza, consideriamo inconcepibile, era tutt’altro che improbabile e inconcepibile in un clima di incertezze, di tramonto di vecchi valori e convinzioni e di ricerca di strade nuove.
La vita di don Morosini è conosciuta nella sua città, non debbo dunque ripeterne i momenti fondamentali ai quali ci si è sempre ampiamente riferiti in ogni rievocazione degli anni passati. Ci sono però alcune visioni che possiamo sollecitare da questa biografia, anche se non possiamo sapere – possiamo solo immaginarlo – se sarebbero state tracce vere della sua vita oppure sarebbero restate solo possibilità, alcune tra le tante possibilità che ciascuna persona ha davanti a sé quando si è appena trentenni, ma che sono destinate a spegnersi o mutare con il passare degli anni e il maturare della propria personalità e del definirsi dell’orizzonte dei propri interessi. Del suo precoce amore per la musica, maturato poi con gli studi in conservatorio a Piacenza, parlano tutti quelli che hanno lavorato a comporre i pezzi della biografia di don Morosini. C’è un particolare che racconta il fratello, Salvatore, che mi ha incuriosito. Dice Salvatore che don Giuseppe suonava al pianoforte ogni volta che gli capitava di tornare a casa, quasi fosse un segno convenzionale della sua presenza, un valzer, Sull’onda del Danubio. L’ho ascoltato e mi è parsa non casuale questa scelta, perché si tratta di un brano composto e gioioso nello stesso tempo, pieno di suoni, non saprei dire diversamente, che suggeriscono un incontro tra risonanze intime e vitalità della natura, un’idea di musica, della sua funzione conoscitiva, non solo estetica quindi, che a me sembra si rintracci in tutte le sue prove di musicista. Un altro particolare, che si apprende dalle biografie, è la sua predilezione per lo studio di musica e canto corale. Ma questo della musica è un punto importante, lo coglie molto bene il senatore Rosati quando mette a contrasto la musica del regime, la retorica di quelle canzoni e di quelle musiche, che spesso evocavano la morte, la guerra, con la musica amata e cercata da don Giuseppe, piena di vita. C’è un brano della sua “Fantasia campestre”, che abbiamo riascoltata nell’orchestrazione di Antonio D’Antò, che rende con una nettezza assoluta il contrasto tra guerra e vita, la guerra in quello che sembra essere il rombo di un motore o l’incedere di un carro armato e la vita della natura che è quella dell’uomo che non la dimentica e non la rinnega e la esprime in una festa di suoni. In un romanzo di Carlo Mazzantini, “A cercar la bella morte”, che racconta la guerra civile, dalla parte di un giovane miliziano di Salò, troviamo una confessione sulla funzione dei canti nell’educazione dei giovani fascisti. Canti e fanfare – scrive Mazzantini – che sostituiscono i ragionamenti e i sentimenti, che spingono a compiere un salto logico di fronte allo sbarramento della ragione, della comprensione, dell’umanità. Don Giuseppe, da educatore, afferra, perciò, e cerca di restituire alla musica la sua funzione di educazione, ma aperta alla ragione, alla comprensione, all’umanità. E non è certo un caso che questa sua idea di musica come viatico da offrire alle persone per servirsene nel cammino della vita egli lo affidi alla ninna nanna composta per il figlio nascituro del suo giovane compagno di cella Epimenio Liberi, un bambino, come ha rivelato Antonio Poce, mai nato ma che grazie proprio alla ninna nanna può essere assunto a simbolo delle vite alle quali la tirannide e la disumanità hanno impedito di realizzarsi. Penso che la musica e il suo insegnamento fossero già presenti nel progetto di vita che don Morosini immaginava per sé e, dunque, questo sarebbe stato un tratto della sua missione, una delle visioni che aveva già chiare e che illuminano, almeno per questo aspetto, la visione che noi abbiamo di lui.
Don Morosini era giovane, trenta anni, anche se le foto che abbiamo lo mostrano più maturo e tale egli fu certamente per l’asprezza dei tempi in cui visse. Ma noi spesso lo dimentichiamo, dimentichiamo che la resistenza è stata un fatto di giovani che ci entrarono per i più svariati motivi, tutti però riassumibili nella volontà di scrivere da soli il proprio destino. E ciò vale per tutti coloro che parteciparono alla guerra civile, anche per molti di quelli, i più giovani e ingenui, che si schierarono dalla parte sbagliata pensando così di riscattare con l’onore della nazione la dignità del loro futuro. Se cerchiamo nella storia, ma anche nella letteratura che a volte ci aiuta a capire meglio la storia, nelle rivolte, nelle contese più aspre, incontriamo sempre giovani che si mobilitano e combattono; il fascismo sfruttò il mito della giovinezza per affermare la propria visione del mondo, iniziò con i giovani ma finì con i vecchi che strumentalizzarono i giovani togliendo loro la vera possibilità di decidere per sé l’Italia che avrebbero voluto. Certamente don Giuseppe patì questa lotta di giovani, che tuttavia non gli impedì di schierarsi. Era certamente – anche questa visione è chiara in lui e noi – un educatore, un fratello più grande che assisteva i più giovani. Credo che sia quasi scontato riconoscerlo – se fingessimo che la sua parabola di educatore di giovani non sia stata brutalmente interrotta – nelle figure dei preti che nell’Italia repubblicana hanno svolto quella missione, andando al di là della stretta funzione pastorale e formativa dal punto di vista morale e religioso. Don Primo Mazzolari, per esempio, della generazione precedente a quella di don Giuseppe, che dopo l’adesione alla lotta partigiana, negli anni cinquanta maturò una sua idea di pacifismo assoluto, accompagnato da una scelta che potremmo definire di classe nel campo sociale. O, ancora di più, Don Lorenzo Milani, di dieci anni più giovane di don Giuseppe, ma che con lui condivide molti tratti. Basti pensare alla comune fiducia nella conoscenza, alla convinzione che nella formazione si racchiudessero gli strumenti di emancipazione dei più deboli: per don Milani si trattava della lingua italiana, delle scienze, della scrittura, per don Morosini della musica. Ma soprattutto, a renderli vicini e ad avvicinare le distanze che estrazione sociale e intellettuale sembrerebbero rendere incolmabile, tanto da descrivere due tipologie diverse di sacerdoti, è la disponibilità a confondere i ruoli, a rovesciare le gerarchie sociali e culturali. Ci sono, naturalmente, anche le differenze. È difficile riconoscere in don Milani, per esempio, la cordialità ottimistica di don Giuseppe che faceva germogliare buonumore, come ricorda il fratello Salvatore. Ma probabilmente la visione più forte di don Giuseppe era proprio questa della vicinanza ai giovani, da giovane un po’ più grande e maturo della propria età ma con lo stesso ardimento generoso e confidente di tutti gli altri suoi coetanei.
C’è, infine, una visione pubblica che non sappiamo se appartenne a don Giuseppe ma che, grazie a lui e a quelli come lui, si sarebbe presto materializzata nella Costituzione della Repubblica che nel 1946 dopo il referendum del 2 giugno, la scelta istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, cominciò a prendere fattezze concrete. Penso che non solo il successo elettorale nelle elezioni costituenti e la prestigiosa rappresentanza ottenuta in seno all’assemblea, ma soprattutto il peso della memoria e della riconoscenza verso figure come don Giuseppe assicurarono ai cattolici il ruolo preminente che ebbero nella scrittura della carta costituzionale. Che proprio per questo è una sintesi, capace di lunga durata, non solo tra le culture politiche che avevano restituito la libertà al nostro paese, ma tra le esperienze esistenziali di uomini e donne diversi che nella tragedia ebbero la capacità e la forza di riscoprire la comune umanità. Certamente don Giuseppe avrebbe ritrovato le sue convinzioni nelle parti in cui la nostra Carta fondamentale afferma i suoi principi costitutivi. Sono alla mente di tutti e non c’è da ripeterli, con il rischio di cadere in un formulario retorico che suonerebbe offensivo per l’autenticità del sacrificio di don Giuseppe. Forse, però, la sua visione più forte, incalzante, quella che lo portò, insieme con la fede e la coscienza serena e limpida, a confidare a monsignor Traglia, pochi minuti prima dell’esecuzione, che la giornata che si stava aprendo gli colmava di tranquillità il cuore, la sua visione più forte, appunto, fu che l’Italia che sarebbe venuta dopo sarebbe stata giovane, e giovani sarebbero state le sue leggi, e giovane sarebbe stata la sua Costituzione. la nostra Italia, in effetti, per questo aspetto non ha tradito le attese, perché porta dentro di sé il sentimento di una giovinezza pronta al futuro, una “tensione al futuro” come commentò Giuseppe Dossetti, uno degli eminenti rappresentanti della cultura giuridica cattolica in seno all’assemblea. Un sentimento di futuro che ancora oggi rende la nostra Costituzione vitale e capace di rispondere, con la forza e nella saggezza dei suoi principi, alle novità della storia, come è accaduto lungo tutti i decenni passati. Don Giuseppe Morosini e altri che al pari di lui non hanno avuto modo di partecipare direttamente alla sua elaborazione è come se le avessero trasmesso, però, un loro tratto umano e le avessero affidato un compito, quello di raccontarli ai giovani del futuro e di proseguire così la loro missione.
L’immagine è un disegno di Mario Ritarossi