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ELEGIA DI UN PAESE CHIAMATO ALATRI

Trentadue anni fa (era maggio 1992) per l’iniziativa e l’insistenza di un gruppo di amici, e con la generosa connivenza di un tipografo-editore, Alberto Minnucci, cronista d’eccellenza, pubblicò “L’orologio ad acqua. Confidenze alla macchina da scrivere”. Adesso il comune gli dedica una strada, quella che porta alla chiesa di Portadini, battuta – come egli scrive in una sua “confidenza in prosa” contenuta nel libro – da un vento mite che, a maggio, diventa “un vento re”. Ma l’orizzonte dei racconti e dei versi di Alberto non è paesano, essi sono tante piccole “intermittenze del cuore” che valgono per chiunque e dovunque. De “L’Orologio ad acqua” scrissi la prefazione, che ripropongo.

Alberto Minnucci racconta da trenta anni la storia quotidiana di Alatri. Lo fa dalle pagine del “Messaggero”, dalle colonne del “Lunedì sera” – un periodico cittadino di cui è direttore e che esce solo nei momenti importanti – , dagli schermi di TV Ernica; scrive anche sulle pagine diocesane di “Avvenire” e su cento altri fogli che ogni tanto compaiono nelle edicole, ai quali egli presta con generosità tutta la collaudata esperienza di chi ne ha viste tante e sa come raccontarle. Per Alberto, infatti, ogni occasione e ogni giornale sono buoni se c’è spazio per parlare di Alatri. Se gli domandate quale sia il suo mestiere, vi risponderà: “il cronista”, una definizione che vuole parere umile ma è, invece, orgogliosa, perché rimanda a una vecchia idea di giornalismo, quello che si impegnava a trovare i fatti e su questi, se era necessario, ingaggiava le sue battaglie.

Di fatti, Alberto, ne ha raccontati tanti, con scrittura veloce e controllata, di uno che ha compiuto brillantemente gli studi classici prendendo “sette” in italiano con Barlozzini, mitico professore colto e galantuomo del Liceo di Alatri. Diciamo, però, la verità. I fatti ad Alberto interessano davvero quando riesce a trovarci dietro dei personaggi, quando cioè può tirarci fuori, alla fine, una qualche sostanza umana.

Ne sono prova i racconti e i versi raccolti in questo volume, scritti in parte per pubblicazioni d’occasione e in parte come una sorta di promemoria personale, destinato a riletture private per riacchiappare sensazioni, atmosfere e sentimenti dispersi nella vita, Nascono tutti da una medesima ispirazione, da uno stesso atteggiamento: quello di chi sa guardare il mondo senza spaventarsi, perché riesce a rimanere ancorato alla sua piccola patria, che a volte è la famiglia, altre volte è il paese con i suoi luoghi e con la sua gente che, come suggerisce uno dei racconti del libro, anche quando va in America e fa fortuna si porta appresso l’ossessione di pensare se la vecchia meridiana del vicolo ci sia ancora o sia stata seppellita dal cemento: la meridiana che segna il tempo vero, non quello astratto della metropoli.

Un’elegia del proprio campanile: la forza dei racconti e delle poesie di Alberto sta in questo, e sta in questo anche il loro valore non solo paesano. Perché, se è vero che ogni campanile ha le sue storie da raccontare e in ciascuno c’è la pretesa che proprio quelle siano le più belle, è altrettanto vero che Alberto sa “manipolare” letterariamente i suoi racconti (in prosa e versi) e perciò, stingendone i dettagli troppo realistici, riesce ad allargarne lo sfondo e a costruire un rapporto sentimentale in cui (ma lui da “cronista” faticherà ad ammetterlo) scaturiscono, più che personaggi in carne e ossa, tante piccole “intermittenze del cuore” che possono illuminare anche chi ama campanili diversi da quelli di Alatri. Perché – sempre per rimanere al racconto degli italo- americani- alatresi – quando ci si alza in volo per l’America, senza sapere se e quando si tornerà, non è importante quale campanile si cerchi con lo sguardo dal finestrino del jet, è importante che lo sguardo, a un certo punto, non ce la faccia proprio più a mantenersi asciutto.

P.S. di oggi.

Il Tipografo – editore è Enzo Tofani che guidava l’Hetea editrice, gli amici, oltre a me, Raffaele Manica, cui si deve titolo e sottotitolo del volume, Mario Ritarossi, autore del disegno di copertina “Il vecchio e il tempo”, Pino Cappella, che si prestò volontario correttore di bozze.

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