Ringrazio gli organizzatori che hanno voluto aprire questo terzo appuntamento delle “giornate landolfiane” con un omaggio a Walter Pedullà. E per aver voluto che fossi io a pronunciarlo a nome di tutti.
Pedullà è stato mio Maestro, ma anche mio amico, almeno nella misura in cui possa esserci amicizia tra un Maestro, appunto, e chi sente vanto nell’essere annoverato nella famiglia dei suoi allievi.
Questo rapporto è cominciato con la mia tesi sullo “stile” di Landolfi che Pedullà mi assegnò, giusto cinquanta anni fa, forse anche per la simpatia che nutriva nei miei confronti, essendo io cittadino del paese ciociaro nel quale aveva insegnato, in un periodo di “confino” per antifascismo, il suo sempre rimpianto fratello Gesumino: il giovane docente di latino e greco, studioso di sanscrito, morto a 32 anni, nell’agosto del 1944 quando Walter ne aveva appena quattordici, durante un viaggio di ricongiunzione con la sua famiglia rimasto incompiuto.
Il ricordo che vorrei condividere con voi, prima di affrontare il resto, riguarda il legame che Pedullà, nel nome di Landolfi, ha avuto con Pico e la provincia di Frosinone, dove è venuto ogni volta che i suoi giovani amici e allievi, da lui conquistati alla causa landolfiana, lo chiamavano per regalare l’autorevolezza del suo nome e l’esperienza del suo consiglio alle loro iniziative di studio sullo scrittore.
Una tra queste fu particolarmente importante. Tanto importante che, tempo dopo, ad essa venne riconosciuto di aver posto fine all’embargo critico sullo scrittore e di aver rotto il silenzio che sulla sua opera era calato dopo la morte.
Si trattò di un convegno, tenuto a Pico e Frosinone nel dicembre del 1987, che segnò l’esordio di una nuova generazione di critici e scrittori che elevarono Landolfi tra i propri numi tutelari.
Pedullà, oltre ad essere presente ogni giorno guidando i lavori del convegno, scrisse l’introduzione al volume che ne pubblicò gli atti (l’ormai introvabile Landolfi libro per libro). E notò, con l’ironica benevolenza che non gli faceva difetto, che aveva assistito al battesimo di una nuova generazione di scrittori e critici landolfiani. Giovani un po’ irriverenti, però, perché maneggiavano lo scrittore come il Gogol, protagonista di un suo famoso racconto, maneggiava la moglie bambola di gomma. E cioè gonfiandola e modellandola a proprio uso e consumo per ricavarne suggestioni per le proprie fantasie e i propri racconti. Questi giovani, in realtà, così facendo, stavano decretando l’assunzione di Landolfi nel loro paradiso (o inferno) dei classici.

Potremmo definire Walter Pedullà, tentando un gioco di parole che non gli sarebbe dispiaciuto, un landolfiano e non un landolfista, perché egli è stato essenzialmente un Maestro della critica letteraria “militante”: quella particolare categoria, o genere, di critica che non si concede la precauzione del tempo per emettere un giudizio. Ma segue passo per passo gli autori prescelti, accettando il rischio di diventare un loro interlocutore, qualche volta un loro sostenitore, altre volte addirittura un loro nemico.
Landolfiano – insisto – perché l’aggettivo, o anche il sostantivo, esprime – a differenza di landolfista, che ha un suono più accademico – quel rapporto non freddo, non semplicemente da studioso “terzo”, che Pedullà ha intrecciato, durante il suo lungo percorso critico, con Landolfi e su Landolfi. Che egli collocava nel filone – potremmo dire – della “corda pazza” della narrativa novecentesca. In quella famiglia di scrittori che, per Pedullà, compie una scelta stilistica così potente e assoluta da condizionare qualsiasi contenuto.
Pedullà racconta nella sua autobiografia, Il Pallone di stoffa. Memorie di un nonagenario, di avere incontrato Landolfi per la prima volta nell’occasione di un premio assegnato allo scrittore nel 1966, il Premio Isola d’Elba, nella cui giuria era stato arruolato. Un incontro difficile perché quasi immediatamente successivo – ricorda Pedullà – a una sua recensione-stroncatura, pubblicata sull’Avanti!, di Racconti Impossibili, la stessa raccolta di racconti cioè che, all’isola d’Elba, aveva poi contribuito a premiare.
Non sorprende che Landolfi lo avesse accolto freddamente e avesse chiesto a Geno Pampaloni, altro giurato, che bel tipo fosse questo giovane critico (Pedullà aveva all’epoca trentasei anni) che prima aveva fatto a pezzi il suo libro e poi lo premiava. “Premio l’autore non il libro”, aveva replicato Pedullà, che comunque si dice certo che Landolfi avesse letto le sue recensioni positive degli altri libri, anche se fingeva di non ricordarle.
Sulla recensione c’è anche il racconto di Idolina che parla di “un articolo davvero severo” di Pedullà, “dove una certa freddezza di macchinazione ravvisata nella raccolta viene messa in rapporto con l’indole reazionaria e una reviviscente ascendenza cattolica dello scrittore”.
L’articolo di Pedullà, mal digerito da Landolfi e ricordato con disappunto da Idolina, si può leggere, però, anche come la più convinta celebrazione della grandezza dello scrittore. Pedullà, infatti, mentre chiama a raccolta tutti i punti negativi che quei racconti impossibili evidenziavano, li volge nello stesso tempo in positivo. Nel momento cioè in cui denuncia il fallimento narrativo di quel libro, conferma tutti i punti di forza dei libri precedenti che avevano resa unica e inconfondibile, e perciò insostituibile, la sua opera, dall’esordio degli anni trenta fino all’approdo di quel momento.
La litote di Landolfi
Per Pedullà la cifra del raccontare di Landolfi, in particolare quello di Racconti impossibili si riassume – scrive nella recensione dell’Avanti! – nella figura retorica della “litote”, “il dire negando il contrario”. “E’ un’immensa litote tutto questo volume di racconti” dice. E – spiega – “impone ciò che viene disdegnato, si bestemmia ciò che si ama e resiste ciò che è più duramente colpito”.
La narrativa di Landolfi – scrive ancora Pedullà – chiede “di essere valutata non per i contenuti, malgrado l’irritazione di cui erano capaci, ma per il movimento, per i ritmi, per le impennate, per i mancati appuntamenti logici, per gli svolazzi inattesi, per le interruzioni musicali, e per l’ininterrotto privilegio del gratuito”. Tutti aspetti – insiste – che in Racconti impossibili erano restati solo come simulacro, privi di vitalità: “il bell’ingranaggio che era la sua fantasia si è guastato e dà meccanicamente sempre gli stessi movimenti. Se il meccanismo è malinconico in individui di moti lenti, lo è molto di più in uno che è stato frenetico”.
Anche Pedullà, dunque, ricorre alla litote per affermare ciò che manca a Racconti impossibili e così evidenzia, per contrasto, i caratteri che, a suo parere, avevano fatto di Landolfi un sistema letterario centrale della nostra letteratura novecentesca, capace di reggere e superare il confronto con scrittori meno controversi, già entrati o in via di entrare, per così dire, nel canone.
Ma, alla fine, se di litote si tratta deve essere chiaro il ribaltamento dal negativo al positivo. Nell’autobiografia, nelle stesse pagine in cui ricorda la freddezza del loro primo contatto, man mano stemperatasi con gli intensi colloqui successivi, Pedullà racconta che qualche giorno dopo l’incontro elbano, si era riconosciuto in un elzeviro del Corriere della Sera nel quale Landolfi gli aveva assegnato, senza citarne il nome, la qualifica di “storicista”.
“La sua contestazione linguistica – argomenta perciò Pedullà – diventava contestazione culturale non meno radicale di quella degli scrittori di neoavanguardia, i nipoti delle avanguardie storiche sui cui testi Landolfi si era formato. Come storicista potevo dire a una sua opera che andava nella giusta direzione ma la scrittura landolfiana latitava”.
Dunque, arrivato al punto pronuncia una sua ironica, ma sincera, palinodia:
“Sapete che vi dico, ora che ci penso meglio, conta poco che siano brutti o belli questi racconti, conta di più il fatto che Landolfi ha scoperto un malessere profondo del narratore odierno: oggi a lui è impossibile il racconto tradizionale, Non serve un racconto bello in più, alla narrativa serve di più narrare tale impossibilità. Il negativo è il positivo”.
E infine aggiunge di sentirsi “amico della verità ma più amico di Landolfi”, per ribadire che lo scrittore meritava fiducia e gli si poteva perdonare qualche prova meno felice.
E anche qualche idea non condivisibile. Lo aveva già scritto nella prima recensione, pubblicata sull’Avanti! il 6 giugno del 1963 dedicata a Rien Va (Il suggestivo diario di Tommaso Landolfi), dove c’è già una traccia dei suoi successivi interventi critici: le idee – affermava il giovanissimo critico – sono qualche volta da rifiutare, o quanto meno da discutere, ma l’opera poetica è validissima. Come per certo melodramma ottocentesco (accostamento non improprio per Landolfi) “il libretto è brutto, la musica piace”.

Pedullà ha scritto molto su Landolfi, e spesso i suoi articoli, e ancora di più i suoi saggi, sono anche le prove più convincenti del suo valore, della sua sapienza, di critico. Un critico che, sia pure per vie “anti-accademiche” o “a-accademiche”, si mimetizza con il modo che egli suppone proprio della scrittura “landolfiana”: partire da una parola, da un concetto inscritto in quella parola, sollecitarli e lasciarsi avvolgere nel loro girovagare. Un giro, alla fine del quale, c’è l’avvicinamento a una qualche verità, psicologica, letteraria, sociale da cui ripartire per il moto successivo.
Il cerchio e il cono
Pedullà scrive, nel discorso introduttivo all’insediamento del Comitato per il centenario landolfiano di cui fu presidente, che le figure fondamentali della narrativa di Landolfi sono il cerchio e il cono e che tutte e due possono, nel loro richiamare l’immagine della ruota della “roulette”, rappresentare il movimento della sua letteratura, che può esaltarsi nel vortice del ruotare alla ricerca del numero fatale, ma anche – il cono – nell’indirizzare la punta o verso il basso, per penetrare nell’inconscio, o nel proiettarla verso l’alto per ricercare l’assoluto.
Pedullà certamente concede i suoi favori al primo Landolfi, dove questo doppio movimento del cono è già evidente sia nella traiettoria verso l’astrazione filosofica, che in questa fase non diventa ancora sofisma, sia nella caduta verso il basso, che smuove i fondali della coscienza e ne porta a galla i depositi sotto forma di animali, come le blatte, i ragni e i gechi: un espediente protettivo – si è notato – per guardarli in faccia e controllarli.
Pedullà, in quello che ritengo il suo più prezioso e profondo contributo su Landolfi, il saggio “Landolfi tra due giochi” che compare nel volume del 1990 “Lo schiaffo di Svevo”, ragiona ancora sul “cono”.
Nel movimento del cono a noi sembra di poter vedere anche la metafora conclusiva con cui il critico soffermandosi sull’ultima riassume però la parabola dell’intera opera dello scrittore e delle sue sei facce (dalla narrativa alla memorialistica, passando per il teatro, la poesia, la traduzione, la saggistica).
Egli scrive così frasi destinate a restare nella nostra memoria:
“Il cono indirizzato sempre più verso il basso – la vita quotidiana, la conversazione futile, il linguaggio parlato e altra vuota concretezza – è ora una freccia che indica il foglio bianco. E a Landolfi non resta che scrivere. Lo ha sempre fatto, continuerà a farlo. Continuerà a scendere all’infinito. Con il non finito, con gli appunti, con i frammenti di Rien Va e Des moi. Scrivendo senza senso, ma con una forte attrazione oscura, sotterranea, senza fondo. Senza mai trovare il fondo di sé. Una ripetizione, nel cerchio, una spina. Fino alla morte. E qui va a finire il cono, il gioco, il cerchio, il grande zero della roulette? Si scrive partendo da zero e ad esso si torna. Così gira la vita, il mondo, la letteratura: su un punto che è uno zero”.
Sì, così gira il mondo, la vita, la letteratura. Sì, così gira la critica, vorticando come il cono, per fermarsi su un punto che è uno zero.
Da tutti noi, grazie Maestro, grazie Walter.
NOTA. Questo “omaggio” è stato letto al terzo convegno landolfiano, tenutosi a Pico il 27 settembre 2025. L’immagine della locandina è di Mario Ritarossi. La copertina di Landolfi libro per libro è di Giovanni Fontana. La recensione di Rien Va, la prima di Pedullà su un libro di Landolfi, secondo la bibliografia di Idolina Landolfi in “Il piccolo Vascello solca i mari” vol, II, è fotografata dall’Avanti! del 6 giugno 1963. Il Convegno del 1987 cui si fa riferimento si tenne a Pico e Frosinone il 17,18 e 19 dicembre del 1987, l’organizzazione venne curata da me, fu presieduto da Walter Pedullà ed ebbe come animatore Raffaele Manica.