Quella che segue è una nuova puntata del mio diario di ricerca su Guido Barlozzini, che tengo su facebook con una certa regolarità e che, però, anche per lasciarne una traccia più profonda di quella concessa dalla rapidità e brevità di circolazione dei post, di tanto intanto pubblico su questo blog (quello precedente è del 18 settembre)
È una ricerca che, finora, ha prodotto più domande che risposte. Ci sono interi capitoli della biografia personale e intellettuale di Barlozzini che debbono essere riempiti. La sua militanza politica nel Partito d’Azione, per esempio, prima di approdare nel Partito comunista, dopo lo scioglimento di questa formazione politica, ricordata ancora oggi per la sua importanza nel periodo resistenziale (nei gruppi di Giustizia e Libertà) e per l’alto tasso di intellettuali presenti tra i suoi militanti.
Oppure gli anni del suo servizio militare, tra il 1941 e il 1944, su cui alcune scarne, ma indicative, informazioni si possono trarre da un appunto, conservato nel fascicolo personale depositato nel Liceo dove Barlozzini insegnò per circa un decennio (fino al 1961), con la pausa di due anni tra il 1956 e il 1958 passati al liceo francese Chateaubriand di Roma (Barlozzini era apprezzato traduttore da quella lingua). Nell’appunto, vergato ai fini di una pratica di ricostruzione della carriera, datato 1953, si ricorda che il giovane professore era stato allievo sottoufficiale, poi tenente, e che aveva partecipato ad azioni nel Mediterraneo ma dopo l’8 settembre del 1943 si era sottratto “alla cattura in territorio metropolitano occupato dai tedeschi per ricongiungersi a un comando italiano”.
Altri capitoli pieni di domande riguardano la sua attività politica ad Alatri, dove fu consigliere comunale (finora non sono riuscito a visionare gli archivi del comune – ma credo sia solo questione di tempo) e sulla quale si hanno solo ricordi, peraltro assai sfumati, di suoi compagni che lo conobbero o che, di lui assai più giovani, sentirono il racconto ammirato di chi lo aveva frequentato (io stesso potrei aggiungere ai loro i racconti che di Barlozzini vennero fatti a me).
Della sua attività universitaria occorre sapere di più (ho trovato le sue dispense leopardiane), così come di quella editoriale (con Editori Riuniti, la SEI, D’Anna, e, per un solo testo, La Nuova Italia) e di divulgatore scolastico: ma i suoi libri – gran parte dei quali ho rintracciato e comprato – sono nel segno di una manualistica molto particolare, rivolta ai docenti più che all’uso degli studenti. Una sua lettera, anche essa conservata nell’archivio del Liceo Pietrobono, datata 1950 e all’apparenza determinata da una richiesta del Preside dell’Istituto perché esprimesse il suo parere su una qualche ipotesi di riforma scolastica, allora in discussione, è già un manifesto della sua idea di didattica e di scuola, quella che ritroveremo nei suoi testi e negli articoli, di venti anni dopo, pubblicati su Paese Sera.
C’è anche qualche altra questione di estremo interesse su cui tornerò presto, con un altro pezzo di diario, altri post e approfondimenti e altre ricerche che ho intrapreso seguendo varie direzioni.
Resta però quella sorta di smarrimento da cui sono stato sorpreso constatando che di Barlozzini, alla fine dei conti, sono riuscito a sapere molto poco ad Alatri, il luogo dove supponevo fosse restato più profondo il suo segno. E me ne sono dato, alla fine, una spiegazione. Ad Alatri molti ricordano Guido, il suo carattere, la sua disponibilità intellettuale, la sua ironia efficace, la sua bella oratoria, la stessa sua voce. E questo è bastato a ritenerne sufficiente la conoscenza, a credere di averlo conosciuto. Ci si è limitati, diciamo, al ricordo di Guido, ci si è lasciati avvolgere dalla pervasività del suo fascino e, così, si è rinunciato a conoscerlo, a studiarlo.
Per studiare Barlozzini, dunque, è forse indispensabile un altro passo, un altro atteggiamento: dimenticare Guido.
Ecco allora il mio diario in “post”, in ordine di data di pubblicazione.
VERSI PER PARTITURE
Nell’Archivio Ricordi di Milano, sono conservate due partiture di RENZO ROSSELLINI, risalenti agli anni dell’immediato dopoguerra, che contengono musiche con testi di GUIDO BARLOZZINI.
Si tratta della CANZONE DI FORTUNIO, tratta dall’opera teatrale di De Musset “Le Chandelier” e la CANZONE DI FIGARO, tratta dal Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, in tutti e due i casi la traduzione in italiano dei versi è di Barlozzini e testimonia la sua attività traduttoria dal francese, autorevole e riconosciuta scientificamente; specialmente per quanto riguarda la poesia.
Non è un caso che Barlozzini abbia tradotto tre opere teatrali di De Musset, pubblicate nel 1955 da Sansoni nel corposo volume che raccoglie tutto il teatro del grande drammaturgo francese. Ed è proprio la curatrice della pubblicazione, MARIA ORTIZ, ad affidare a Barlozzini (“giovane poeta” lo definisce nella citazione dei collaboratori) l’incarico di tradurre i versi contenuti nei testi da lei stessa tradotti, fatto che mi pare rappresenti un attestato di fiducia da sottolineare.
Barlozzini aveva al tempo di queste traduzioni poco più di venticinque anni, e si trovava nel pieno dell’apprendistato compiuto con Ungaretti. in un periodo di lavoro impegnato e fecondo.
Nel capitolo traduzioni della bibliografia “barlozziniana”, oltre alle citate canzoni musicate da Rossellini, compare anche – qualche anno più tardi – un’opera teatrale di STÉPHANE MALLARMÉ lasciata incompiuta dal poeta. É l’ERODIADE, il cui testo tradotto in italiano da Guido venne utilizzato in un ciclo radiofonico intitolato il “Teatro dell’Usignolo”, che ebbe tra i suoi curatori il poeta LEONARDO SINISGALLI.
Un’altra traduzione di Barlozzini da Mallarmè ho scovato in un quadernetto dattiloscritto, ma con larghi interventi di integrazione o correzione a penna, che porta il titolo “La Festa dei poveri”. È una raccolta di poesie, tutt’altro che definita e certamente non licenziata dall’autore, che ho potuto leggere per la gentilezza del collezionista che gelosamente la conserva.
Una coincidenza che mi emoziona segnalare. La versione originale in lingua francese della “Canzone di Fortunio” l’ho letta in un raro volume ottocentesco delle Opere di De Musset che è appartenuto a PIETRO TRIPODO, maestro della traduzione, un amico che manca a me e a tanti altri suoi estimatori da oltre venticinque anni. E che ogni tanto rispunta per darmi una mano, perché possa sentire rinnovato il suo affetto.
(14 ottobre 2025)
UNA PLAQUETTE POETICA DEL 1946
Il proposito resta fermo: pubblicare la raccolta poetica di Guido Barlozzini, IL CATTIVO LADRONE. Avuto il testo (ho già raccontato di come ci sono arrivato, dopo averne temuto il definitivo smarrimento, grazie a un’amica, Laura Mangiapelo) ora è necessario ottenere il consenso degli eredi di Guido.
Con il figlio Alessandro sono in corrispondenza da tempo e non è da lui che arrivano difficoltà (anzi da lui mi vengono generosi incoraggiamenti), non riesco invece a mettermi in contatto, né direttamente né indirettamente con l’altra figlia Beatrice Lina che risulta a Milano ma a Milano non si trova, per lo meno al suo indirizzo anagrafico.
Ho chiesto al sindaco di Alatri, Maurizio Cianfrocca una lettera per così dire di patronage – indirizzata a un nipote di Guido, figlio di Beatrice Lina – che testimoniasse l’interesse cittadino per la pubblicazione dell’opera poetica di suo nonno, un intellettuale che tanto ha operato per la nostra città e i suoi cittadini (come docente del liceo classico e consigliere comunale comunista, negli anni Cinquanta).
La lettera è stata spedita già da qualche giorno, e siamo tuttora in attesa, il sindaco (che ringrazio) e io, di un riscontro che ci auguriamo positivo.
Intanto, però, la mia ricerca prosegue. Sono riuscito a individuare, dopo le indicazioni che mi sono state fornite, con rapidità e cortesia, dalla direttrice della Biblioteca Nazionale di Bari, una plaquette poetica in cui una (o forse più d’una, ancora non so) poesia di Guido è stata pubblicata insieme con quelle di altri poeti e, soprattutto, che è aperta dai versi di Giuseppe Ungaretti, del quale quei giovani presumibilmente si riconoscevano allievi.
Il libriccino (un Quaderno) risulta pubblicato a Bari nel 1946, ma l’unica copia rintracciabile è custodita nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Ho telefonato, il bibliotecario addetto all’ufficio informazioni mi ha confermato la presenza nel loro catalogo dell’opera. Ma ha anche aggiunto che prima di darmi la certezza che la copia sia realmente disponibile occorrerà controllare che non faccia parte delle collezioni danneggiate dall’alluvione del 1966, cosa purtroppo non da escludere considerata la sua collocazione storica.
Sono in attesa, ne darò notizia, augurandomi che il volumetto si sia salvato dalle acque o non ne sia stato eccessivamente danneggiato.
Sarebbe importante averlo, perché si tratta, con ogni probabilità, della prima testimonianza poetica di Guido, in una sede resa autorevole dalla presenza di Ungaretti. E, del resto, le prime poesie del “Cattivo ladrone” portano la data del 1943 (lo stesso anno dell’incontro con Ungaretti), come quelle di un quaderno inedito che ho potuto consultare grazie a un collezionista.
A conferma che la definizione di “giovane poeta” data a Guido dalla curatrice italiana delle opere teatrali di De Musset a cui egli collaborò, traducendone tutte le parti in versi, scaturiva da un’attività riconosciuta e nel 1955 (anno dell’edizione Sansoni di tutto il teatro del grande drammaturgo e poeta francese) consacrata al punto da poterne essere contraddistinto.
La pubblicazione che ho in mente, dunque, prende forma. E l’omaggio a Guido nel cinquantesimo anno dalla “chiusura” del dattiloscritto del “Cattivo Ladrone” è sempre più vicino. Forse tardivo, ma proprio per questo necessario e non più rinviabile.
(18 novembre 2025).
LA “PLAQUETTE” (FORSE) SMARRITA
La plaquette poetica “Poesie” che si apre con una lirica di Giuseppe Ungaretti e contiene, tra gli altri, un testo di Guido Barlozzini – che risulta in catalogo alla BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE – probabilmente è andata smarrita, o irrimediabilmente danneggiata, in conseguenza dell’alluvione che devastò il capoluogo toscano nel 1966.
I gentilissimi bibliotecari di quella Biblioteca hanno effettuato, su mia istanza, la ricerca e, alla fine, con rammarico mi hanno comunicato che il quaderno (edito a Bari nel 1946, secondo altre fonti nel 1948) “è mancante”, e la causa potrebbe essere proprio quella che rende il danno irrimediabile.
La bibliotecaria fiorentina che ha preso in carico la mia richiesta, lascia qualche sia pur minima speranza, E, infatti, attutendo un po’ la mia delusione. mi scrive: “Purtroppo non è possibile sapere in modo certo se la miscellanea risulta mancante per danni da alluvione o per un “semplice” ricollocamento fuori posto, furto, ecc. È altamente probabile che la causa sia effettivamente il disastro del 1966″.
E prosegue: “La prego di tenere in considerazione che ogni risorsa segnalata come “mancante” non viene considerata definitivamente smarrita, se non dopo molti anni. Non escludiamo che controlli futuri restituiscano questo preziosissimo materiale. La biblioteca ha in attivo dei progetti dedicati proprio all’identificazione delle miscellanee alluvionate, delle quali non è stato possibile recuperare la collocazione e che ad oggi non sono ricollocate in magazzino.”
Qualcosa in più della raccolta, però, sono riuscito a sapere dalla BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI, da dove mi scrivono (anche in questo caso con una gentilezza e rapidità che mi riempie di speranza sulla cura con cui si tengono i nostri grandi depositi bibliotecari e si rispetta il lavoro degli studiosi che della loro consultazione hanno bisogno) di aver effettuato anche lì la ricerca, di non avere il volumetto, ma di aver rintracciato la sua presenza nel Catalogo della Nazionale di Firenze e, soprattutto, allegano alla comunicazione la foto della scheda dedicata alla poesia di Barlozzini, con il suo titolo “PERSEFONE”.
Questo quanto mi scrive da Napoli la responsabile delle informazioni bibliografiche: “ (…) del testo non è presente traccia nei cataloghi in Biblioteca. Le allego una scheda del catalogo CARTACEO della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, all’interno della quale è presente il riferimento ad un testo del Barlozzini intitolato “Persefone”, che sarebbe presente nel libro che sta cercando.”
Già mi è capitato di rintracciare grazie al catalogo cartaceo – stavolta alla Biblioteca centrale di Roma – una raccolta poetica con introduzione di Barlozzini (ne ho scritto in un post, ma si può leggere sul mio blog “Dettagli a parte”) in una collocazione diversa da quella indicata nel catalogo digitale, spero perciò che la buona sorte torni a sorridermi facendo saltar fuori la “plaquette”. Si tratta, infatti, di un quaderno importante, poiché, per gli elementi che abbiamo, pare abbia proprio il carattere di una pubblicazione con la quale faceva il suo esordio pubblico (nel 1946, Barlozzini aveva venticinque anni, e conosceva e frequentava Ungaretti da tre) una piccola corte di poeti giovanissimi, il nucleo ristretto di una scuola ungarettiana che, patrocinata dal Maestro, si presentava per la prima volta al pubblico delle lettere.
Nel prossimo post, racconterò della mia ricerca, e dei suoi esiti provvisori, di quella storia della letteratura (in realtà, probabilmente, una Grammatica italiana”) che Guido stava preparando, con il consueto entusiasmo, per l’editore D’Anna e che non sarebbe riuscito a completare per quella sua morte così immatura e inaspettata (nel 1980, Guido aveva appena 58 anni).
UNA POSTILLA debbo, però, aggiungerla fin da adesso. Io penso che per trovare documenti riguardanti Guido Barlozzini, compreso qualche dattiloscritto o addirittura qualcuna delle opere sulle cui tracce mi sono messo, non si debba andare lontano. Guido ha insegnato e vissuto ad Alatri per oltre un decennio, è impensabile che in biblioteche e archivi cittadini non sia stato depositato nulla da lui o dai suoi numerosi estimatori del tempo. Il fatto è che, da noi, archivi e biblioteche sono spesso inaccessibili, non so bene per quale motivo. Ma questo, indubbiamente, è un problema serio, e non riguarda solo me e la mia modesta ricerca, che pure credo abbia una sua rilevanza: se non altro perché vuole ricostruire il profilo bio-bibliografico di un intellettuale del cui ricordo, come comunità cittadina, dovremmo onorarci.
(28 novembre)
UNA LETTERA AUTOGRAFA, UNGARETTI SCRIVE AL LICEO
Il testo autografo di GIUSEPPE UNGARETTI si trova nel fascicolo personale di GUIDO BARLOZZINI custodito nell’archivio storico dei docenti del Liceo Pietrobono di Alatri che all’epoca – siamo nel 1951 – portava ancora il nome glorioso di Liceo Classico Conti Gentili.
Guido Barlozzini, docente e intellettuale allora appena trentenne, era stato assegnato al liceo di Alatri, nell’ottobre 1949 (prenderà servizio solo il mese successivo) come titolare della cattedra di italiano e latino, ma fin dal 1945 era “assistente volontario” di Giuseppe Ungaretti all’Università di Roma, un ruolo normato nell’ordinamento accademico anche se malamente retribuito (Barlozzini ricorderà, anni dopo, di aver ricevuto per i tredici anni dell’incarico una somma una tantum . liquidata nel 1948 – di ventimila lire).
Guido aveva bisogno dunque di insegnare e, dopo due anni di assegnazione provvisoria al Liceo Dante Alighieri di Roma (con valutazione: ottimo), era arrivato al liceo di Alatri, destinazione che, anche per l’allora inderogabile obbligo di residenza nel luogo di lavoro di tutti i dipendenti statali, rendeva difficile la continuazione della prestigiosa collaborazione universitaria.
In una richiesta di trasferimento di qualche tempo dopo (la otterrà, alla fine, con un incarico al Liceo francese Chateaubriand nel biennio 1956-1958, che pure gli procurerà qualche danno economico) Barlozzini parlerà dell’urgenza di completare, con il grande poeta, suo Maestro e mentore, uno studio su Leopardi). E così Ungaretti non esitò, indirizzando la lettera al Preside Carlo Minnocci, a spendere il suo nome per tenerlo ancora con sé. Il preside, come si legge in margine alla lettera, concesse al docente un giorno libero per continuare la sua attività universitaria.
Non credo di peccare di indiscrezione se rivelo che la scoperta di questo autografo, scritto dal poeta con la penna verde (allora in uso tra gli intellettuali, se ne potrebbe scrivere la storia) ha emozionato non solo me, ma ha coinvolto anche la dirigente Simona Scarsella e le collaboratrici amministrative che mi hanno facilitato nella ricerca. È stato un bel momento, di cui le ringrazio.
(12 dicembre 2016)
