É stata scattata il 18 settembre 1980, è la foto dei funerali laici di Guido Barlozzini, morto per infarto il giorno prima mentre prendeva la corriera per rientrare a Roma per l’inizio dell’anno scolastico. A portare la bara sono – da sinistra – i compagni Franco Padovani, Cesare “il capostazione”, Alvaro Frasca, all’epoca segretario della sezione del PCI di Alatri, Giovannino Di Vico (il cui figlio Valerio mi ha gentilmente dato la foto, che porta sul retro la data, anche se con l’anno sbagliato – 1981 invece di quello giusto). Dietro il feretro si riconoscono i famigliari di Guido, la figlia Beatrice e la moglie Tina e, in seconda fila, insieme con altri giovani militanti, il figlio Alessandro.
Vedo ritratte persone che non ci sono più e che non mi meraviglia siano presenti, noto con sorpresa che, almeno stando a questa immagine, c’è meno gente di quanta io ne abbia finora ricordata ma, forse, si tratta di un inganno dell’inquadratura perché sullo sfondo, a fianco del portone di ingresso del Comune spalancato si scorgono alcuni ragazzi che per vedere il corteo si sporgono da un piano più alto della piazza, forse dal palco che evidentemente era stato collocato proprio davanti al Palazzo, sede allora dell’aula consiliare. La cerimonia funebre, dunque, viene fotografata nel momento della sua conclusione.
Barlozzini era stato consigliere comunale di Alatri per diversi anni, suppongo (gli archivi storici del comune non sono attualmente consultabili) dal 1952 al 1970: l’unico registro dei verbali delle sedute consiliari del periodo che ho trovato è dell’anno 1966, che attestano la presenza di Guido in alcune sedute, una conferma mi è arrivata dai ricordi diretti di Americo Di Fabio che in quegli anni – dal 1965 al 1974 – fu segretario del sindaco Costantini.
NON SOLO DOCENTE. Barlozzini ad Alatri non viene ricordato solo per la sua attività di docente e il suo profilo di intellettuale, assistente di Ungaretti, amico di Zavattini, saggista e giornalista. Lo si ricorda anche, forse soprattutto, come comunista il cui livello culturale assegnava maggiore significato alla sua militanza politica, che veniva vissuta come un vanto dai militanti comuni, gli stessi che anni dopo mi raccontavano delle riunioni nelle zone della campagna, raggiunte da Guido a piedi, al tramonto quando la giornata di lavoro, sua e dei compagni che lo accoglievano, si era conclusa.
Guido fu candidato per la prima volta per il Consiglio comunale di Alatri, con la lista unitaria della sinistra “Rinascita”, nel 1952. Lo sappiamo da un volantino del maggio di quell’anno (mi è stato segnalato da un cultore di memorie alatrensi, Nazareno Culicelli), da lui firmato e veemente contro qualcuno che lo aveva accusato di “immoralità” e – così sembra di capire – di essersi sottratto a un “contraddittorio pubblico”, e cioè di avere compiuto un atto di viltà, rifiutandosi a quella forma di contrasto dialogico, allora largamente in uso a margine dei comizi, secondo cui tra l’oratore e il contraddittore si instaurava un botta e risposta, contestando o irridendo reciprocamente l’uno le affermazioni dell’altro. Quale fosse l’argomento della contesa non sono riuscito a scoprire, Barlozzini, del resto, non ne fa menzione diretta (probabilmente per la sempre saggia ragione che una smentita – anche di un’infamia – equivale a una notizia data due volte), ma nega di essersi ritirato dal confronto: magari qualche lettore, o documento, potrà aiutare a ricostruire meglio l’episodio.

NEL COMITATO FEDERALE DEL PCI DI FROSINONE. Nel 1951 (due anni dopo il suo arrivo ad Alatri, di cui era originaria la famiglia della madre) Guido Barlozzini compare tra gli eletti al Comitato federale e al comitato esecutivo della Federazione del PCI di Frosinone. Dal prezioso archivio del PCI, conservato presso la Fondazione Gramsci di Roma, si possono infatti leggere i fascicoli in cui sono raccolte notizie sull’attività delle diverse province, e un ritaglio dell’Unità, che dà notizia dell’avvenuto congresso di qualche giorno prima, riporta l’elenco completo, Barlozzini compreso, del gruppo dirigente frusinate appena eletto. Dall’Archivio apprendiamo ancora che Barlozzini nel 1953 è responsabile della commissione federale degli enti locali, in sostituzione di un personaggio della statura di Enrico Giannetti, esule durante il fascismo, combattente nelle Brigate internazionali in Spagna, confinato a Ventotene. I documenti citano anche un precedente incarico di Guido nella commissione culturale, che certo appare più confacente alla sua personalità e ai suoi interessi. Non sorprende, allora, che nel fascicolo del 1956 il suo nome compaia nell’elenco dei compagni la cui rielezione nel direttivo è “in discussione”, per “scarsa attività”. La bocciatura non è però definitiva, i compagni, infatti, “si propongono di parlargli perché sia più attivo”. E il colloquio deve aver rassicurato gli emissari del partito, se Guido viene confermato nel Comitato federale e lo si trova ancora nel nucleo dei dirigenti più importanti nel 1958 (insieme con un altro compagno della sezione di Alatri, Candido Tofani).
IL SOSPETTO DI DI GIULIO. La sezione di Alatri del PCI, peraltro, era guardata con un po’ di sospetto per i suoi insoddisfacenti risultati elettorali (il giudizio negativo riguardava gran parte dei comuni della provincia) ed è rilevante, da un punto di vista storico, quanto troviamo scritto in una relazione sull’attività del Comitato Federale di Frosinone, datata primo novembre 1958, firmata da un dirigente centrale che diventerà un parlamentare importante, Fernando Di Giulio. “Si denunciano – scrive Di Giulio – nuclei di opposizione alla linea politica del partito”. E precisa: “ si è parlato delle posizioni dei compagni dirigenti di Alatri fra i quali si manifesterebbero influenze degli orientamenti di Azione Comunista”.
Azione Comunista era il movimento fondato da Giulio Seniga qualche anno prima, che contestava la linea togliattiana troppo cauta e compromissoria con lo stalinismo (anche più tardi, dopo le rivelazioni del ventesimo congresso del PCUS del 1956) e sempre più distante da una prospettiva rivoluzionaria, ma né la consultazione dell’Archivio Seniga (conservato nell’Archivio storico della Camera dei deputati), né le conversazioni che ho avuto con Maria Antonietta Serci, l’archivista che scrupolosamente e meritoriamente ha ordinato le carte del famoso e infamato dissidente, né quelle avute con Martino Seniga (il figlio di Giulio, ex giornalista Rai che ha risieduto per qualche anno anche a Fumone) mi hanno permesso di confermare il sospetto di D’Onofrio. E, del resto, sono abbastanza convinto che con la storia della dissidenza “senighiana” Barlozzini abbia poco a che fare. Semmai la traccia potrà essere ripresa per altre ricerche e per altre figure che hanno avuto un rapporto con la provincia di Frosinone.

UN RICORDO PERSONALE. Due anni prima della sua morte, il 25 aprile 1978, nelle settimane della prigionia di Aldo Moro, le sezioni dei partiti democratici di Alatri organizzarono un comizio e Guido venne scelto come oratore, il più importante del novero di cui anche io facevo parte. In quella occasione, schierandosi nettamente contro il cosiddetto partito della trattativa (a cui io invece aderivo con tutta la forza e la convinzione dei miei ventisei anni), con il tono inconfondibile della sua voce, che sembrava scandire dei versi, pronunciò una frase che a me parve terribile, nella quale, tuttavia, avvertii il sentimento profondo della tragedia della politica. Guido disse: “ perisca un uomo purché la Repubblica sia salva”. Lui così mite, così attento alla vita e al destino delle persone, decretava giusta – con la negazione di un possibile compromesso che la storia, che lui ben conosceva, fin dall’antichità aveva più volte proposto – la perdita di un uomo nel nome di una repubblica che mai come in quel momento a me si rivelava incapace di compiere l’atto di umanità che non l’avrebbe distrutta ma salvata: viva quest’uomo, ogni uomo, così la repubblica sarà salva, avrei preferito dicesse Guido, questa volta dissentendo dal suo partito ma, forse, consentendo meglio con se stesso.
Nella foto, datami da Valerio Di Vico, Guido al suo arrivo ad Alatri, nel 1949.