capitale umano, memoria, Ritratti, viste e sentite

E’ Atina la capitale del jazz e il Conservatorio di Frosinone il suo profeta

In un saggio del 2012 ho raccontato come il jazz sia diventato un insegnamento ufficiale dei Conservatori italiani partendo da Frosinone. Fu l’occasione per ricordare musicisti, direttori e appassionati che hanno fatto della provincia ciociara una delle grandi capitali del jazz, e dove ogni anno, ad Atina, si celebra uno dei suoi festival più prestigiosi. Ma tutto cominciò dalle visioni di alcuni visionari, Daniele Paris, Gerardo Jacoucci, Vittorio Fortuna. Ripubblico qui il mio scritto, senza ritoccarlo o aggiornarlo. E rileggendolo mi pare che parli del jazz con una tecnica jazzistica, mille fili che si intrecciano in tante variazioni.

Una buona metà degli iscritti al nuovo ordinamento del Conservatorio di Frosinone frequenta il corso di musica jazz; è un successo che dipende ovviamente dalla qualità dell’insegnamento e dal prestigio dei professori, guidati da Ettore Fioravanti, batterista leader di diversi gruppi, nonché componente del quintetto di Paolo Fresu di cui fa parte fin dalla costituzione quasi trenta anni fa. Un musicista che a me sembra tra i pochi che riesca a dare una sorta di autonoma musicalità al suo strumento, mentre negli altri suoi colleghi risulta quasi sempre in funzione caudataria rispetto al resto del complesso: so bene che è un’impressione da profano, ma non deve essere del tutto gratuita se qualcosa di analogo ha detto di lui un altro grande jazzista Marcello Rosa, maestro del trombone jazz in Italia che nella sua lunga carriera ha suonato con miti come Milt Jackson e Lionel Hampton, per dire che è uno che se ne intende.

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Ritratti

DANIELE PARIS, IL MAESTRO

Il 16 agosto 1989 moriva, in un letto dell’ospedale di Alatri, Daniele Paris, fondatore del Conservatorio di Frosinone. E’ stato un musicista e intellettuale di primo piano del Novecento italiano; la sua dimensione internazionale non gli impedì di donare alla sua terra tanta musica e il Conservatorio, che tanti musicisti ha formato. Quello che segue è il capitolo che gli ho dedicato, raccontandolo, nel mio “Conservatorio. Ieri, Oggi, Domani”. (Ediesse, 2012)

 

Tutti i docenti in Conservatorio vengono chiamati maestri. L’appellativo di maestro l’ho sempre considerato impegnativo e in genere lo uso rivolgendomi a persone per le quali ricorrere a un semplice titolo accademico – dottore, professore, avvocato – mi sembra insufficiente o improprio. La prima volta che ne ho capito l’eccezionalità è stato il giorno in cui mio padre, nominandolo in questo modo e con un’enfasi a malapena trattenuta, mi presentò – ero poco più che bambino – un pittore della mia città, che faceva il barbiere di mestiere, ma che era guardato con ammirazione perché sapeva scrivere e dipingere, ed era stato tra i fondatori della sezione socialista, alle cui riunioni, che si tenevano di domenica mattina, non riusciva mai a partecipare per via del lavoro nella barberia che allora, per il riposo settimanale, era chiusa il lunedì. Alle assemblee dei suoi compagni di partito inviava perciò delle lunghe lettere, che l’emissario o qualche amico aveva l’incarico di leggere, per spiegare le sue idee e le sue proposte, dando dimostrazione di quella serena e cordiale retorica che lo avrebbero fatto ancora ricordare con stima e riconoscenza tanti anni dopo. Era un artigiano e un maestro, un titolo che si era conquistato grazie alla sua capacità di andare al di là del perimetro della sua professione e che intendeva segnalare l’eccellenza che aveva raggiunto senza passare per la consacrazione di un titolo accademico.

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