libri e polemiche

L’inchiesta di Caracas, i sette emigrati di una storia dimenticata

La vicenda del grande rientro degli italo – venezuelani scacciati dal loro paese di emigrazione dalla crisi che lo ha sprofondato nella miseria – di cui ho scritto in un post precedente – mi ha fatto scoprire un libro che varrebbe la pena di ripubblicare perché racconta una storia pressoché sconosciuta, e che mai ho visto citata nei numerosi articoli che pure la stampa italiana ha dedicato al problema. Me l’ha fatta scoprire un altro libro, “Italiani mata burros” di Michele Castelli che ne fa la trama di uno dei suoi racconti.  È la storia di sette siciliani, emigrati in Venezuela negli anni cinquanta, catturati dalla polizia del dittatore Marco Perez Jimenez, i quali tenuti segregati e seviziati nelle carceri del regime per quasi tre anni (dal 13 aprile 1955, giorno dell’ “arresto” del primo dei sette, al 23 gennaio del 1958), vennero eliminati, proprio nelle stesse ore in cui un pronunciamento di militari “liberali” incendiava il Venezuela e costringeva lo screditato e corrotto tiranno alla fuga.

La storia è raccontata, appunto, in un libro che ripropone la lunga inchiesta che il giornale di Caracas “la Voce d’Italia” condusse alla ricerca prima della sorte subita da questi emigrati svaniti nel nulla e senza una ragione, e poi della verità che si nascondeva dietro il loro assassinio. “Inchiesta a Caracas” si intitola il libro, è stato scritto dal giornalista Gaetano Bafile, direttore all’epoca del periodico e corrispondente del Messaggero, il giornale che si occupò – pressoché solitario in Italia – tenacemente della vicenda. È stato pubblicato da Sellerio nel 1989,  oggi è praticamente introvabile, se non – come è stato nel mio caso – attraverso il canale di acquisti di Amazon. Ci ho speso 37 euro, ma ne è valsa la pena, perché si tratta di un libro che dice tante cose: è una rigorosa e coraggiosa inchiesta giornalistica (attirò l’attenzione anche di Gabriel Garcia Marquez che la esaltò per il “metodo ostinato e minuzioso”); parla delle condizioni di vita dei nostri emigranti in una nazione oggi diventata difficile ma che ieri, a dispetto di chi la ricorda diversa, prospera e accogliente, è stata non meno difficile e pericolosa; mette in luce l’intreccio tra viltà diplomatica e interessi commerciali e imprenditoriali che impedirono un’azione efficace della nostra ambasciata (su ispirazione dei governi dell’epoca – quelli di Scelba, Segni e Adone Zoli con Martino e Pella ministri degli esteri e sotto la presidenza della Repubblica di Giovanni Gronchi) in difesa dei nostri connazionali, la cui detenzione nelle carceri più segrete e infami della dittatura venne sempre “ufficialmente” negata; la pavidità e l’inconcludente e complice formalismo dei tribunali venezuelani che, alla scoperta del misfatto, non arrivarono mai a una sentenza che restituisse giustizia alle vittime e verità alla vicenda.

g.bafile

Gaetano Bafile, era nato a Avezzano nel 1924, nel 1949 si era trasferito in Venezuela

Gaetano Bafile, giornalista abruzzese (di Avezzano) che era stato partigiano aveva fondato La Voce d’Italia per dare uno strumento di informazione, ma anche di tutela, alla comunità italiana in Venezuela (è morto nel 2008 a ottantaquattro anni, ma il suo giornale, in edizione web, continua a esistere, diretto dal figlio Mauro Bafile). Partì dalla notizia della scomparsa misteriosa di un mite calzolaio, Calogero Bacino che, invitato a prendere un caffè, era svanito nel nulla e dopo una frettolosa riapparizione qualche settimana appresso, si era dileguato di nuovo dicendo, senza altre spiegazioni, di essere diretto al vicino porto di La Guaira per essere rimpatriato d’autorità in Italia. Bafile  dopo che a questa erano seguite le sparizioni altrettanto misteriose di altri sei emigrati, tutti del nutrito gruppo dei siciliani di Caracas, arrivò a scoprire – avendone la conferma una volta abbattuto Jimenez – che tutti loro erano rimasti stritolati, vittime incolpevoli, nelle morse di una faida tra militari; una fazione di questi, infatti, per acquisire meriti aveva letteralmente inventato un attentato al tiranno dandone la colpa ai nostri poveri connazionali, confidando nella circostanza, dimostratasi  purtroppo fondata, che la nostra fosse una comunità poco protetta dallo stesso governo italiano, annebbiato dall’obiettivo “nazionale” di garantire gli affari e gli investimenti in Venezuela dei grandi gruppi industriali del paese (nel libro è raccontato come e con quali mezzi la Fiat riuscì a conquistare una ricchissima commessa, che era già stata assegnata a un gruppo francese) più che la misera gente che era emigrata cercando un lavoro e una prospettiva di futuro che la patria non era in grado di offrire. Il paradosso è che, alla caduta del tiranno, si scatenarono veri e propri “pogrom” contro gli italiani, accomunati tutti, senza distinzioni e proprio per le tresche affaristiche di chi era stato connivente con il regime – al retaggio della dittatura.

la voce d'italia

Mentre leggevo, mi è venuta in mente, procurandomi un brivido, la storia di Giulio Regeni, la verità negata sulla sua fine tragica, affogata nella melassa, o piuttosto melma, della diplomazia senza principi che privilegia gli interessi commerciali e imprenditoriali, in una parola gli affari, il business, alla difesa del diritto e della dignità nazionale, un sentimento non astratto e da declamare retoricamente  ma concreto, vivo  nella cura della vita dei suoi cittadini più deboli nel momento del bisogno.

Il libro, ripeto, si trova – almeno io l’ho trovato così – su Amazon, anche se sarebbe davvero opportuno, specialmente in questi nostri tempi senza memoria, che venisse ripubblicato, magari con la continuazione di quella storia affidata a uno dei giornalisti di oggi della Voce d’Italia. Si potrebbe dire ancora del suo “stile”, del suo italiano letterario la cui immediatezza giornalistica non deprime mai l’eleganza e la compiutezza formale. Ma ha più urgenza ricordare un’altra cosa. I sette siciliani si chiamavano Giuseppe Ferrantelli, Rosario Laporta,  Bernardo Piazza, Vincenzo Piazza, Melchiorre Polizzi Minzione, Rosario Valente, oltre al già citato Calogero Bacino, dal cui improvviso e proditorio prelevamento, mentre lavorava nella sua bottega, cominciò tutto.

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