viste e sentite

Garanzia giovani. Per chi?

Oggi ho ascoltato il racconto di un ragazzo di ventisette anni, reclutato da una pizzeria con il progetto Garanzia Giovani, il quale da che doveva imparare a fare le pizze è stato messo per due mesi a lavare i piatti, ricevendo poi il ben servito nel momento in cui ha rivendicato, con la mitezza e l’educazione che gli si leggono in faccia, la formazione nel tipo di lavoro per cui era stato chiamato. Per di più il datore di lavoro non gli ha voluto certificare con la propria firma le ore svolte, sia pure nella mansione non prevista, con ciò impedendogli di percepire il compenso stabilito dalla legge e garantito da fondi regionali.

Ma dal racconto, più di questa prepotenza, che il ragazzo considera quasi inevitabile viste anche le esperienze vissute nel suo precedente provarsi nella ricerca di un lavoro appena normale, è venuta fuori una situazione di sfruttamento (costantemente il doppio delle ore concordate ed ammesse), di relazioni incivili nei rapporti di lavoro, di mancanza di rispetto per le sue cose e i suoi affetti, ma soprattutto la convinzione rassegnata di essere solo, di non avere nessuno cui appellarsi per richiedere una tutela, pretendere una protezione. Si rivolgerà, come gli abbiamo consigliato tutti noi adulti che lo ascoltavamo, al sindacato o allo stesso centro dell’impiego per ottenere quel poco o tanto che gli è dovuto. Ma il punto, forse, non è questo.

Il punto essenziale- e che va la di là del caso particolare o particolarmente infelice – è quello di leggi lasciate alla gestione di nessuno, perché nessuno si cura di come vengano applicate, osservate; a nessuno sembra interessare quali effetti producano e quanta frustrazione civile facciano nascere deludendo le speranze di chi su di esse investe la residua risorsa di fiducia che ancora custodisce in sé.

Ho letto, sul sito del governo, l’ultimo rapporto (17 settembre) sui risultati del “programma”. Le adesioni sono state 682.309 (è un dato che sconta la possibilità per lo stesso giovane di iscriversi in più di una regione e il rapporto tra iscrizioni e adesioni è di 1,13), i giovani “presi in carico” sono 451.824, il numero di giovani ai quali sono state proposte le misure di garanzia giovani sono 162.709 (proporre la misura non corrisponde a proporre un lavoro), le opportunità di lavoro emerse finora sono 61.364, le “vacancy” oggi attive sono 766 per un totale di 1.575 posti di lavoro disponibili. Ora, a parte la difficoltà (ma sarà un limite mio) di seguire tutte le distinzioni proposte tra registrazioni, iscrizioni, adesioni, presi in carico, opportunità di lavoro, “vacancy” (dovrebbe significare posti vacanti), posti disponibili, sembra di capire che finora quelli che hanno trovato un lavoro garantito da garanzia giovani sia una frazione minima dei giovani che hanno aderito la progetto. Ma risalta anche un altro dato, quello delle adesioni poi revocate, quasi 180 mila: giovani, si presume, che hanno ritirato il loro affidamento al programma per una qualche ragione che non conosciamo e possiamo solamente immaginare legata allo scoramento nato dalla smentita delle proprie aspettative.

Del Lazio, la regione del giovane di cui parliamo, il Rapporto ci dice solo che le adesioni sono state 51.656 e i presi in carico 34.580. Qui, come altrove, i centri dell’impiego hanno svolto la funzione del cosiddetto “profiling” dei giovani e dopo aver fatto firmare all’interessato, ormai “profilato”,  il patto di impegno reciproco (va molto questa filosofia del Patto) gli hanno consigliato di connettersi con il sito di una qualche agenzia specializzata nel trovare lavoro o, più semplicemente, di mettersi alla ricerca direttamente di qualche datore di lavoro da convincere ad usare l’opportunità di accaparrarsi per un po’ di mesi manodopera gratis con la scusa di formarla. È così che il nostro ragazzo è arrivato alla pizzeria da cui è appena fuggito.

L’altra questione riguarda l’erogazione del compenso per i giovani avviati nel programma. La stampa lo aveva denunciato qualche mese fa (ricordo un’inchiesta del Fatto quotidiano) e non è difficile riscontrarlo ancora domandando in giro: i fondi regionali destinati alla Garanzia giovani vengono erogati, almeno nel Lazio, con mesi di ritardo rispetto al dovuto e al pattuito, e non si capisce bene perché e per responsabilità di chi (funzionari regionali imbelli? Coperture finanziarie solo vantate ma non accertate?). Un ritardo che conferma, in questi giovani, la convinzione di trovarsi di fronte uno stato, una regione, un’amministrazione pubblica che non mantengono gli impegni, che pretendono serietà, correttezza e precisione da tutti ma non sono capaci di restituire nemmeno una parte infinitesimale della stessa moneta. Come dire?, di rispettare la loro parte del Patto.

Dopo averlo informato della mia intenzione di scrivere questa nota, partendo dalle sue vicissitudini, il giovane del racconto mi ha chiamato. Per un attimo ho creduto volesse ritrattare, per paura di finire nei guai (succede). L’ho rassicurato, prima che parlasse: non farò il tuo nome. Mi ha chiesto, invece, di inserire questa sua considerazione: “quando penso a garanzia giovani e ai ragazzi che come me ci hanno creduto, mi sembra di essere stato attirato su un campo pieno di tagliole, dove quelli più ingenui, indifesi o sfortunati finiscono per restare incastrati. Una trappola, anzi un trappolone”.

Se non è così chi deve intervenga, controlli, punisca. C’è in ballo una posta assai pesante, la credibilità dell’azione pubblica agli occhi di chi, più degli altri, in essa ha bisogno di confidare.

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