sociale

Acronimi contro la povertà

Adesso si chiamerà Ria, reddito per l’inclusione attiva; due anni fa era stato battezzato con un meno impegnativo Sia, sostegno per l’inserimento attivo, l’estate scorsa un gruppo di trenta associazioni, che sembravano aver trovato buona udienza e ascolto tra addetti ai lavori e decisori (diciamo così) politici, aveva proposto Reis, reddito di inclusione sociale, diciassette anni fa, quando venne attuato per la prima volta a livello sperimentale, fu definito Rmi, reddito minimo di inserimento. Insomma ogni stagione, ogni governo, a volte più volte lo stesso governo sentono il bisogno di mettere mano al nome, alla sigla come primo passo per varare quella misura generale di contrasto alla povertà che l’Europa ci chiede da tempo e che da noi continua a non farsi, anche per la buona ragione che per disporre delle risorse sufficienti a generalizzarla ci sarebbe bisogno di azzerare prima la miriade di mini-misure (cosiddette categoriali, per dirla con gli specialisti) che fanno del nostro paese il più confusionario e inefficace, tra quelli della casa comune europea, nella lotta alla miseria (eccezion fatta, naturalmente, della Grecia e del Portogallo che con noi fanno parte dell’ormai gergale e dispregiativa locuzione, entrata nella vulgata giornalistica, che definisce i più arretrati nel campo).

Perché questa giravolta di sigle? Se si osserva il merito delle misure e delle procedure di ciascuna di esse, non mi par di vedere differenze sostanziali tra l’una e l’altra. I cardini su cui poggiano, infatti, sono uguali per tutte, sempre gli stessi: un’erogazione monetaria accompagnata da un patto sulla base del quale il beneficiario si impegna a partecipare a progetti di inserimento (formativi e di recupero scolastico per sé e i propri famigliari, nella maggior parte dei casi, ma anche percorsi di inserimento lavorativo) che gli vengono proposti da chi gestisce la misura.

Nella sperimentazione del 1998 (Livia Turco ministro) finì che le cose andarono bene e il Patto più o meno funzionò dove la rete dei servizi sociali preesistente e il mercato del lavoro erano già capaci di assistere e formare ma anche di inserire i bisognosi; le cose andarono male dove il contesto non aveva queste capacità e si rivelò una clamorosa allucinazione l’ipotesi che l’introduzione della nuova misura sarebbe riuscita a riorganizzare la rete di welfare locale e a scoprire potenzialità inespresse del mercato del lavoro. Il contraddittorio risultato venne preso a pretesto da Roberto Maroni, ministro arrivato dopo la Turco, per far piazza pulita dell’esperimento e trasferire alla buona volontà delle Regioni la decisione se mantenerlo in piedi o meno tra i propri confini e per i propri poveri (secondo gli aurei principi dell’universalità di marca leghista).

Se la sostanza è la stessa, dunque, perché i cambiamenti del nome? Che cosa nasconde quest’ansia definitoria che disorienta anche i più incalliti osservatori delle politiche sociali del nostro paese (schiera all’interno della quale mi piace collocarmi)?

Molto probabilmente la girandola dei nomi è, per prima cosa, un’operazione retorica, la ricerca di eufemismi, ma forse anche di metafore, per far passare il concetto che un povero va certo aiutato con del denaro pubblico ma che, nel momento in cui riceve questo beneficio, in qualche modo è costretto a uno scambio, a offrire qualcosa in risposta, a sottoporsi a un “do ut des” magari poco efficace per sollevarlo davvero dalla condizione nella quale si trova (il solito problema del contesto) ma utile per rendere accettabile, digeribile socialmente, potremmo dire, al suo vicino e all’intera comunità l’erogazione effettuata: niente a fondo perduto, insomma. Il contrario dell’evangelico “donate senza nulla isperarne” (nell’elegante traduzione di Niccolò Tommaseo).

Ma poi, forse, concorre anche, a stimolare la fantasia del legislatore nomenclatore, un po’ di ritegno, una preoccupazione legata all’esito infelice, all’abortita realizzazione che ciascuna di queste misure ha portato con sé, per cui cambiare il nome, mescolare la sigla, equivale a poggiare timidamente  un velo sulla realtà, per lasciare intendere che stavolta sì è quella buona, la volta buona che si fa sul serio e si ricomincia da capo.

Teniamolo come promemoria per la prossima misura universale: per raggiungere l’obiettivo di portare oltre la soglia della povertà tutte le famiglie oggi al di sotto della linea convenzionalmente fissata (e che si sposta a seconda dell’ampiezza del nucleo famigliare e i livelli di consumo e reddito medi) occorrerebbero 8 miliardi di euro ogni anno, secondo lo studio del ministro Enrico Giovannini sull’applicazione del Sia, reso noto appena due anni fa (i miliardi erano 5.000, ma di lire, nella stima effettuata da diversi istituiti di ricerca ai tempi dell’Rmi: il fabbisogno è quindi triplicato in poco meno di un quindicennio). Ci vorrebbero 7,1 miliardi di euro per il Reis (con erogazioni medie di 400 euro e una platea raggiunta fin dal primo anno di attuazione del provvedimento del 40%), secondo gli studiosi della Voce.it che ne hanno valutato l’impatto economico. È tanto? Certo che è tanto. Ma il bonus di 80 euro, che non arriva ai poveri perché riguarda solo i “capienti” con lavoro dipendente, costa 10 miliardi all’anno, per dire che a volte si tratta di scelte e non di quantità. Il Sia, attualmente in sperimentazione nelle 12 città italiane con più di 250.000 abitanti, ha impegnato 26 milioni di euro (su 38 disponibili) per 6.899 famiglie. Dalla conta manca Roma che, a due anni dall’inizio della prova, ancora sta ferma alla fase dell’analisi delle domande: si sa solo che ne sono state presentate 8.266 e che l’Inps ha quasi finito il suo lavoro di verifica dei requisiti (il numero verde per rispondere sul tema agli utenti interessati è disattivato dal 14 settembre, forse gli operatori non sanno più che scusa mettere). Intanto, però, è già sulla pedana di partenza la prossima sperimentazione, anche se per ora dobbiamo accontentarci della sigla.

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