Senza categoria, viste e sentite

Se i poveri sono colpevoli

Sessanta anni fa un’indagine spiegava che la povertà del meridione nasceva dal “familismo amorale”. Un modo per dire che i poveri non sono esenti da colpe. In occasione dei quaranta anni della ricerca, realizzata da E.C. Banfield, da cui nacque un libro celebre “Le basi morali di una società arretrata” andai a visitare il paese lucano oggetto dello studio del sociologo americano e ne scrissi per il mio giornale “Rassegna Sindacale” e “Diario”, con cui saltuariamente collaboravo. Ma ne presi anche spunto per un saggio uscito su “Nuovi Argomenti” nel marzo del 2000. mentre si discuteva di riforma dell’assistenza e aveva appena preso avvio la sperimentazione del “reddito minimo di inserimento”. Mi è tornato in mente in questi giorni d’esordio del “reddito di cittadinanza”, soprattutto  avendo preso parte ad alcune presentazioni di questa “misura”, nel corso delle quali i promotori mi sono sembrati un po’ troppo preoccupati di spiegare le sanzioni e le punizioni previste contro i ”furbi”, riecheggiando l’atavica diffidenza contro i poveri tanto nota in letteratura. Nel saggio  guardavo lo “strumento” individuato per “certificare” la povertà, il “riccometro”, alla luce di questo atteggiamento culturale e politico. Ripropongo lo scritto senza cambiamenti, non credo lo abbiano letto in molti (nonostante la prestigiosa sede di pubblicazione – la rivista fondata da Pasolini e Moravia) e mi fa piacere segnalarlo, ritenendo perfino che qualcuna delle osservazioni in esso contenuta possa risultare utile anche nel dibattito di oggi.

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Povertà, è la volta buona o l’ennesima volta?

Serve ancora un decreto legislativo (ma forse più d’uno) da varare entro sei mesi prima di poter parlare di un atto concreto per attuare una misura universale contro la povertà (tendenzialmente universale, in realtà, perché già da ora si sa che non tutto l’universo dei poveri verrà coperto per insufficienza di risorse a disposizione). Ieri c’è stato, infatti, l’ultimo via libera parlamentare al disegno di legge delega che, nell’istituire lo strumento, battezzato reddito di inclusione, ne affida l’esecuzione al nuovo provvedimento legislativo. Si ha la sensazione di tornare sempre al punto di partenza, in un tourbillon di nomi e definizioni che fa perdere il conto e la testa anche a chi di misure anti povertà si occupa da sempre e proprio per questo coltiva, in proposito, la sana riserva del dubbio.

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Contro la povertà una misura universale. E’ così?

Bisognerà attendere la legge delega per poter esprimere un giudizio su quella misura di contrasto alla povertà presentata da Renzi come una novità straordinaria che accompagnerà la legge di stabilità. Quello che si può dire, però, già da adesso è che parlare di misura “universale” (e cioè rivolta ai poveri in quanto tali e non in quanto appartenenti a specifiche categorie da tutelare) con una dotazione finanziaria che nel giro di tre anni non oltrepasserà il miliardo di euro (nel 2017) sembra comunque eccessivo, un’affermazione vicina più alla strategia della “straordinarizzazione” degli atti del governo che a quella del “cambio di verso” vero e proprio nella realizzazione di fatti che segnino una svolta evidente e sostanziale delle politiche di welfare finora seguite (e non solo da quest’ultimo governo, ovviamente).

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Acronimi contro la povertà

Adesso si chiamerà Ria, reddito per l’inclusione attiva; due anni fa era stato battezzato con un meno impegnativo Sia, sostegno per l’inserimento attivo, l’estate scorsa un gruppo di trenta associazioni, che sembravano aver trovato buona udienza e ascolto tra addetti ai lavori e decisori (diciamo così) politici, aveva proposto Reis, reddito di inclusione sociale, diciassette anni fa, quando venne attuato per la prima volta a livello sperimentale, fu definito Rmi, reddito minimo di inserimento. Insomma ogni stagione, ogni governo, a volte più volte lo stesso governo sentono il bisogno di mettere mano al nome, alla sigla come primo passo per varare quella misura generale di contrasto alla povertà che l’Europa ci chiede da tempo e che da noi continua a non farsi, anche per la buona ragione che per disporre delle risorse sufficienti a generalizzarla ci sarebbe bisogno di azzerare prima la miriade di mini-misure (cosiddette categoriali, per dirla con gli specialisti) che fanno del nostro paese il più confusionario e inefficace, tra quelli della casa comune europea, nella lotta alla miseria (eccezion fatta, naturalmente, della Grecia e del Portogallo che con noi fanno parte dell’ormai gergale e dispregiativa locuzione, entrata nella vulgata giornalistica, che definisce i più arretrati nel campo).

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