Senza categoria, viste e sentite

Se i poveri sono colpevoli

Sessanta anni fa un’indagine spiegava che la povertà del meridione nasceva dal “familismo amorale”. Un modo per dire che i poveri non sono esenti da colpe. In occasione dei quaranta anni della ricerca, realizzata da E.C. Banfield, da cui nacque un libro celebre “Le basi morali di una società arretrata” andai a visitare il paese lucano oggetto dello studio del sociologo americano e ne scrissi per il mio giornale “Rassegna Sindacale” e “Diario”, con cui saltuariamente collaboravo. Ma ne presi anche spunto per un saggio uscito su “Nuovi Argomenti” nel marzo del 2000. mentre si discuteva di riforma dell’assistenza e aveva appena preso avvio la sperimentazione del “reddito minimo di inserimento”. Mi è tornato in mente in questi giorni d’esordio del “reddito di cittadinanza”, soprattutto  avendo preso parte ad alcune presentazioni di questa “misura”, nel corso delle quali i promotori mi sono sembrati un po’ troppo preoccupati di spiegare le sanzioni e le punizioni previste contro i ”furbi”, riecheggiando l’atavica diffidenza contro i poveri tanto nota in letteratura. Nel saggio  guardavo lo “strumento” individuato per “certificare” la povertà, il “riccometro”, alla luce di questo atteggiamento culturale e politico. Ripropongo lo scritto senza cambiamenti, non credo lo abbiano letto in molti (nonostante la prestigiosa sede di pubblicazione – la rivista fondata da Pasolini e Moravia) e mi fa piacere segnalarlo, ritenendo perfino che qualcuna delle osservazioni in esso contenuta possa risultare utile anche nel dibattito di oggi.

Ogni racconto sulla povertà italiana dovrebbe cominciare dal centro della valle del Sinni. Da un paese di duemila abitanti, stretti su una collina che guarda con un occhio il Salento e la Calabria con I’altro e che culmina in un anello di grotte naturali, dove oggi si conserva il vino e domani potrebbero arrivare i turisti del Parco naturale appena costituito, incuriositi da un’inedita fotografia che promette la scoperta dei sassi di Matera del duemila. Chiaromonte, signore delle Valli, come aggiungono con orgoglio ancora oggi gli abitanti, per ricordarne l’antica preminenza. Montegrano, per chiamarlo con il nome con cui l’ha reso celebre, quasi mezzo secolo fa, Edward C. Banfield, un ricercatore americano, un po’ sociologo un po’ funzionario governativo (al medesimo modo, pur se piu modestamente, del grande Galbraith, economista e, qualche volta, incaricato d’affari del governo) che pensò di scoprire qui, scrutando le giornate di una ventina di famiglie più disgraziate di altre, la radice della povertà di tutte le società dei tanti sud del pianeta.

La definizione trovata da Banfield ha girato il mondo ed é riprecipitata più volte in Italia, marchiando il meridione di un difetto d’anima: familismo amorale, incapacità, cioé, di guardare oltre lo stretto limite delle proprie mura domestiche e di costruire, insieme con gli altri, una comunità. Inabilita civile ad accumulare una dote comune da spendere per non restare paralizzati, come le tarantolate di qualche chilometro piu in su, davanti alle abbacinanti avversità della vita grama.

A Chiaromonte, i chiaromontesi oggi sanno di essere stati oggetto di studio. Ma nessuno ammette di conservare, in qualche cassetto di casa, una copia del saggio con cui Banfield li ha rivelati al mondo, “Le basi morali di una società arretrata” (pubblicato dal Mulino nel 1961 e, la seconda e ultima volta, nel 1973 e ormai fuori catalogo). La negazione, del resto, é forse il modo piu sbrigativo per allontanare da sé il libro in cui si trova scritta la profezia di un paese destinato a diventare fantasma, a meno che non fosse arrivato un cavaliere a spezzarne il desolato sortilegio.

Non é stato, dopo, il libro a rintracciare il filo dell’anima della piccola società di Chiaromonte. II cavaliere bianco è arrivato al galoppo fino alle pendici della collina, ma poi ha trotterellato tra i vicoli e i vecchi edifici nobiliari, imbracati in impalcature arrugginite che si fatica a capire se servano a fermare il degrado o si alzino a testimoni di lavori intrapresi e interrotti: come i desideri dei giovani che si incontrano nei bar più in basso, che svaporano, nel loro racconto di se stessi, proprio nell’attimo in cui cominciano a prendere forma. II cavaliere é arrivato, allora. E ha portato, prima, un ospedale che ha dato stipendi a tutti, ma ha distrutto le botteghe degli artigiani e le piccole attivita contadine. Poi, dalla sua sacca ha rovesciato fin negli anfratti i contributi della comunità europea. E infine, quando il paese ha cominciato a credere sconfitta per sempre la maledizione di Banfield, si è ripreso tutto regalando ai paesi più a valle una grande strada che ha accorciato i viaggi e tagliato fuori dagli interessi e dalle rotte i piccoli centri piu a monte.

La povertà di Chiaromonte può ancora rappresentare qualcosa al di la di se stessa? È una domanda inutile, perché ammette una sola risposta, scontata. Ogni cosa rappresenta qualcos’altro, oltre se stessa. Chiaromonte continua a essere Montegrano, ma Montegrano é anche tutti gli altri paesi che hanno affidato la loro sorte alle scommesse di uno sviluppo guidato dall’alto della sella di un cavallo.

Un sociologo dell’Università di Salerno, Alessio Colombis, sta interrogando da anni la foto di Chiaromonte scattata da Banfield. Ha riletto le vite delle famiglie povere protagoniste del libro dello studioso americano. Ha messo alla prova la memoria dei più vecchi per capire in che modo questa comunità ha risposto alle scelte dei suoi momenti cruciali. E ha scoperto nell’indolenza di quelle vite lampi di altruismo, decisioni prudenti, orizzonti non angusti. Scriverà percio il controcanto a Banfield, dicendo che quello spilungone, impresso nelle istantanee ancora conservate dagli eredi delle famiglie passate all’osservazione del suo laboratorio, si è sbagliato. | suoi poveri non erano poi così colpevoli come lui si era affrettato a condannarli.

Chi sono i poveri di oggi? Non quelli cui guardano i governi occidentali quando decidono di annullare i debiti dei paesi del sud del mondo. E nemmeno quelli che i leaders della sinistra europea, spinti da autentica pietas e dal bisogno di trovare radici assolute alla politica, vanno ad incontrare nei loro paesi disperati: gli stessi di cui il Papa e star della canzone festivaliera parlano alle platee televisive. Chi sono, insomma, i poveri della porta accanto? Quelli che abitano le nostre stesse città, riconosciuti dalla statistica per le loro medie (di consumo o di reddito, secondo opposte scuole sociologiche e economiche) un po’ più basse, o più alte (sono loro, spesso, a comporre i nuclei familiari più ampi) di quelle comuni. Ma che sfuggono alle fotografie di gruppo perché si camuffano in mezzo agli altri e che, qualche volta, sono indicati dal compagno che fa le corna dietro la loro testa, come uno sberleffo o un rabbuffo sociale. Di questi poveri manca un grande ritratto perché la loro “medietas” un po’ sballata non emoziona nessuno. Quest’anno, sappiamo, sono mezzo milione in meno dell’anno passato. La conta I’ha computata il Cnel, in un rapporto che è diventato un appuntamento fisso di chiusura di stagione, subito dopo che il Parlamento, con i consueti travagli, ha varato (come si dice, al pari di una nave che infine si metta in mare dal cantiere dove era imbrigliata) la legge finanziaria. Altri non contano più o, se si cimentano nell’opera, lo fanno a distanze più lunghe, come I’Istituto di statistica che, del resto, quando si prova ad accorciare i tempi (memorabile il caso delle stime sui poveri da beneficiare con reddito minimo, più che dimezzate nella conta reale) smarrisce la chiave per dare i numeri giusti. Fino a pochi anni fa il compito era espletato, in verita con passione scemante, da una commissione d’indagine sulla povertà, insediata dal primo dei due governi Craxi. Per fare cosa, non si è mai capito del tutto, se l’unica proposta derivata dalle sue ponderose ricerche, quella dell’assegno sociale minimo, rivendicato (con energia pari alla sordità di chi avrebbe dovuto tradurlo in realtà) dal suo primo presidente, Ermanno Gorrieri, sarebbe entrato nell’agenda delle decisioni politiche solo un decennio più tardi, dopo essersi affacciato già in alcune legislazioni regionali e in sparuti esperimenti comunali ed esser diventato motivo di richiamo per una non sollecitamente evasa direttiva europea.

Mezzo milione in meno, dunque, enumera il Cnel: duecento mila famiglie uscite dalla lista del biennio precedente. E ciò in virtù di provvedimenti adottati con la legge finanziaria, la prima predisposta, secondo le parole ufficiali del governo, senza |’assillo del risanamento e per redistribuire una parte del dividendo cosi conseguito alle persone pili bisognevoli. Ad esser più precisi, questi poveri in meno lo sono soltanto a livello potenziale, visto che il loro destino concreto è legato alle circostanze che dovranno trasporre in atto le disposizioni della finanziaria: ai tempi e ai meccanismi perciò di amministrazioni non sempre impeccabili, riguardo ai tempi almeno. Nessuno potrà dire se, alla fine del giro, fuori dalla povertà essi si troveranno davvero. Così come nessuno potrà spiegare se, in questo e in altri casi, anche la loro povertà, osservata attraverso la lente delle statistiche, sia il risultato di un’illusione ottica o di un paradosso del conteggio. La linea che demarca il limite della povertà non é, infatti, un valore assoluto ma il risultato di una media. È qualcosa che assomiglia al palloncino di un serbatoio, si alza o si abbassa a misura del liquido che riempie il contenitore. Può accadere perciò (ed è accaduto più volte negli anni), che se reddito e consumi si impennano verso l’alto lo stesso faccia la linea della poverta, ricacciando al di sotto più gente di quanta riesca a tirarsene fuori. Può accadere anche (ed anche questo è accaduto più volte) che il livello si abbassi e spinga con sé verso il fondo il confine tra chi è povero e chi no. Qualcosa di simile sembra nascosto dietro i numeri del Cnel, che mentre dichiara meno poveri passa una pennellata di opaco sull’ottimismo delle cifre. E spiega che a meno poveri corrisponde pero una povertà più densa: più ampia essendo diventata la distanza tra le famiglie che rimangono sotto la soglia che decreta lo stato di povero e quelle che I’hanno sia pur recentemente, e non si sa ancora se definitivamente o per quanto tempo, oltrepassata. Guardando dentro questa zona grigia in cui si può essere, magari solo per un’accidentalita improvvisa, certe volte poveri e certe volte no, districandosi tra la selva di cifre, si può alla fine riuscire a cogliere qualche volto noto, vicino. La faccia dei poveri ordinari, relativi, cittadini dello stato sociale più che destinatari della beneficenza pubblica.

Su chi siano i poveri non sa, invece, decidersi il Parlamento che rimugina da tempo sul tema, e su questo, forse più che su altro, tiene sospesa la riforma dell’assistenza. L’unica legge generale sulla beneficenza pubblica nel nostro paese ha perciò ormai più di un secolo e porta la firma di Crispi. Anch’essa arrivo (come ci ricorda il recentissimo studio di Stefano Sepe, “Le amministrazioni della sicurezza sociale nell’Italia unita”, Giuffré editore) dopo un trentennio di tentativi andati a vuoto per la spinosa questione del controllo delle opere pie. Adesso sono gli istituti pubblici, eredi delle opere pie (a loro volta eredi dei lasciti privati destinati al soccorso dei mendicanti), a frenare gli empiti riformatori.

Ma più che questo, si diceva, a dividere, ed é fatto che riguarda la cultura e la morale oltre che la politica, è la risposta all’interrogativo circa chi debba vedersi assegnato, per legge, lo statuto di povero. La disputa trova da una parte chi è convinto che, in fondo, essendo poveri, si possa aver diritto al pubblico sostegno solo se in grado, per condizione, di poter scusare la propria miseria. Per costoro la poverta è accettabile se definibile per categorie e tutte le categorie ammissibili se promanano da una causa, una ragione, oggettiva se non naturale. Il vecchio mondo dell’assistenza è cresciuto con lo sguardo pietoso rivolto ai colpiti, senza colpa, da cattiva sorte: il suo provvido manto ha proteso i suoi lembi a coprire tutti gli orfani di qualcosa. E questa protezione, in grande misura, per una parte dei legiferanti, dovrebbe continuare a garantire anche per il futuro. L’altro partito sostiene un avviso contrario dal momento che percepisce la sorda violenza del cambiamento nell’epoca della globalità, davanti alla quale nessuno può dirsi al sicuro. L’assistenza, secondo quest’altra parte chiamata a decidere, non è una singola e separata funzione ma una rete a cui si possa appigliare chiunque si trovi ad avvertirne l’urgenza. Tutto questo comporta che gli uni siano propensi al mantenimento di un sistema basato sul sussidio monetario e gli altri disegnino un’intera architettura in cui siano una molteplicità di servizi alla persona a rappresentare il riparo dalle cadute del tempo avverso. Ma, in origine, è quella diversità di sguardo verso il povero che conduce per strade diverse e paralizza, dietro lo schermo delle priorità parlamentari, la decisione sulla riforma piu attesa.

Tuttavia non è che nel frattempo tutto sia rimasto immobile inattesa del grande evento riformatore. Le regioni hanno cambiato, fin dove potevano, e spesso hanno potuto molto, per proprio conto. I comuni, con autonomia più ridotta ma talvolta con fantasia più spigliata, hanno provato lo stesso a fare da soli. Tutti spinti dalla necessità di afferrare il filo giusto del discorso per i propri poveri della porta accanto. La necessità della riforma non è stata, però, diminuita dai mille fiori di cui si é andato col tempo colorando lo stato sociale italiano. Anzi, le mille facce del Welfare locale, le distanze inquietanti riscontrate dalle ricerche sul paniere delle spese e dei servizi in dotazione ai cittadini – uguali, davanti al bisogno, per diritto ma diversi per residenza geografica – ricordano che l’agenda delle scelte non ammette aggiramenti. Ci sara un Crispi capace di imporre questa scadenza a tutti?

Non solo regioni e comuni hanno cercato di guardare in faccia i loro poveri. Anche lo Stato, soprattutto in quest’ultimo scorcio di governo D’Alema, è andato avanti con le proprie sperimentazioni, volta per volta individuando qualche tratto di normale indigenza. A maggior rischio di povertà sono state di recente definite le madri sole, e inequivocabilmente povere le famiglie numerose con reddito stentato. In un cestello di municipi italiani, su iniziativa ministeriale e a titolo sperimentale, si è precisato, si sta tuttora provando a integrare con un assegno i redditi familiari più miseri. Se la prova venisse estesa a tutti i comuni, occorrerebbero — si è calcolato — cinquemila miliardi. Se in questo nuovo e più razionale strumento di contrasto della povertà, chiamato reddito minimo di inserimento (perché ipotizza anche azioni non monetarie, anzi quelle a queste subordina, per reinserire l’escluso in un circuito virtuoso) si provvedesse a far confluire tutti i sussidi già da oggi elargiti, la spesa aggiuntiva sarebbe appena di mille miliardi. Sul finire degli anni settanta, Giovanni Sarpellon, il sociologo veneziano che aveva coordinato una monumentale indagine sulla povertà nei paesi europei, stimava che per trascinare al di sopra della linea della poverta tutti i poveri italiani ci sarebbero voluti non più di tremila miliardi. Mille, cinquemila, tremila miliardi, cifre tutte di entità molte volte inferiore a quelle richieste in una delle tante manovre di aggiustamento finanziario attuate nell’ultimo decennio. Perché non spenderle? Ma, ancora una volta, come eludere la domanda: per quali poveri tali cifre dovrebbero essere spese? E |’altra, con essa incatenata: chi è povero e chi no nella nostra società? È curioso che, dopo anni di discussioni sull’immaterialità delle nuove poverta, l’unico sistema escogitato per rispondere sia un meccanismo, un po’ farraginoso, tarato per misurare il reddito e paradossalmente, in quanto deputato a svelare la poverta, appellato riccometro.

basijpg

“Se siete poveri ve lo meritate”. Pinocchio non ha dubbi e respinge con decisione le richieste di aiuto del Gatto e della Volpe e ricorda che la povertà, dal punto di vista del bambino per bene che, da burattino che era, sta per diventare, ha sempre una causa e nasce da un demerito: prorompe da una sgrammaticatura del comportamento, da una fiacchezza e deviazione dell’animo. Se non fosse per la sgradevolezza dell’aspetto e per |’indomita furfanteria, o anche per gli handicap fisici che potrebbero farli inserire per diritto in una categoria protetta, e cioé in una povertà ammissibile dalla beneficenza pubblica, il Gatto e la Volpe potrebbero essere insigniti della cittadinanza onoraria di Montegrano, la Chiaromonte descritta da Banfield che, come abbiamo visto, qualcuno sostiene non esserci mai stata. Ma non solo loro, Gatto e Volpe, bestie emblematiche e montegranesi di elezione, per l’incapacità di progetti da cui ricavare utili condivisi (e non invece, come avviene, dispetti continui della sorte). Anche gli altri, tutti gli altri poveri, fanno i conti da sempre con una non scontata riconoscibilità sociale. Nel passato medievale il confine del riconoscimento era spinto fino a una tipologia di povero, tra le tante evidenti all’acribia nomenclatoria dell’epoca: quella dei poveri “verecundi”, non esagerati nell’ostentazione del loro stato di decaduti; gente composta nel pudore della sua disgrazia, offerta al discernimento caritatevole degli altri ma non imposta alla loro pietà. A riconoscerli ha stentato, fino in anni recenti, anche la sinistra che ai poveri, per renderli pronunciabili nella lingua dei suoi valori, ha rifiutato la dignitosa compiutezza significativa di un sostantivo ed ha preferito tenerli ad aggettivazione di nomi piu titolati del proprio vocabolario. I poveri tra queste maglie ideologiche e lessicali riuscivano, però, a insinuarsi recando con sé il lasciapassare ricevuto per essere stati, o essere ancora, non solo poveri ma anche qualcos’altro.

La furia misuratoria dei legislatori di oggi nasce, dunque, da un retaggio di incertezze conoscitive oltre che dall’impoverimento delle dotazioni dei nuovi stati sociali, un tempo fin troppo – così si dice, censurando – abbondanti. E – a digressione – di fronte a quest’appannamento dei fini, acquista senso il ricordo della mite e preveggente indignazione di Federico Caffé che, quando era appena un refolo il vento di tempesta che avrebbe minacciato le modeste e oneste pratiche di risarcimento distributivo, si chiedeva perché mai lo stato avrebbe dovuto temere di andare in rovina per aver dato dentiere gratuite ai più miseri. E se anche questo fosse il suo destino, ci chiediamo ora, quale ragione piu nobile potrebbe concedersi a una rovina?

La misura, cosi, è diventata la premessa per l’accettazione sociale del bisogno. E per la legittimazione conseguente al conferimento della prestazione dell’assistenza pubblica. Nella società che non può riconoscere i poveri dai segni (proprio perché non più vistosi, come quelli portati dal povero del Roman de la Rose: “chi è povero è sempre triste e vergognoso, dovunque sia”) la definizione dei parametri e dei criteri appare l’unico filo resistente alla lacerazione del tessuto che reca nell’ordito, parte dello stesso disegno, chi da e chi riceve. Ma ogni misura diventa incontestata certificazione se ammette il controllo: e in esso, nella sua sommarietà necessaria e rassicurante, si placa in fondo l’ansia del legislatore. Che non sospetta, o forse non ammette, che il residuo vigore dello stato sociale, che si celebrò come la più lungimirante costruzione delle società politiche dell’Europa novecentesca, si innerva tutto sulla forza di un ammonimento inquisitorio. Su un atto, minacciato, di polizia.

(TARCISIO TARQUINI, Nuovi Argomenti, “Roma”, Marzo 2000, pp. 47-57)

 

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...