sociale

Contro la povertà una misura universale. E’ così?

Bisognerà attendere la legge delega per poter esprimere un giudizio su quella misura di contrasto alla povertà presentata da Renzi come una novità straordinaria che accompagnerà la legge di stabilità. Quello che si può dire, però, già da adesso è che parlare di misura “universale” (e cioè rivolta ai poveri in quanto tali e non in quanto appartenenti a specifiche categorie da tutelare) con una dotazione finanziaria che nel giro di tre anni non oltrepasserà il miliardo di euro (nel 2017) sembra comunque eccessivo, un’affermazione vicina più alla strategia della “straordinarizzazione” degli atti del governo che a quella del “cambio di verso” vero e proprio nella realizzazione di fatti che segnino una svolta evidente e sostanziale delle politiche di welfare finora seguite (e non solo da quest’ultimo governo, ovviamente).

Le stime su poveri e le risorse necessarie per contrastare “universalmente” la povertà le abbiamo ricordate in un post precedente, siamo nell’ordine dei sette-otto miliardi di euro e finché queste cifre non saranno messe in campo resterà azzardato pensare a interventi che abbiano efficacia risolutiva: si calcola infatti che, a conclusione del triennio, i poveri raggiunti dai benefici saranno un quarto del totale, una percentuale piuttosto lontana dall’universalità dichiarata (che è anche una questione di numeri).

Studio per un ritratto di clochard di Mario Ritarossi (1)

Suscita qualche sospettosa preoccupazione, inoltre, la comparsa, come elemento concorrente a determinare la somma complessiva disponibile, dei 100 milioni di euro (da destinare alla povertà educativa) provenienti da un accordo con le Fondazioni Bancarie che, da una parte, ricordano le promesse di Tremonti sugli interventi privati finalizzati al finanziamento della prima social card, e dall’altra rischiano di essere un tesoretto sottratto ad altre attività di welfare delle Fondazioni stesse, come dire un esercizio per tirare la coperta, sempre la stessa, da una parte all’altra. Se poi, come si è letto, l’accordo riguarda, con le Fondazioni, i comuni e si presume, a questo punto, i comuni ubicati nelle zone dove esistono le Fondazioni, c’è da temere che resteranno tagliati fuori proprio gli enti dei territori più poveri, quelli che maggiormente avrebbero bisogno di interventi.

Nella legge delega dovrebbero essere indicati anche i criteri per una riorganizzazione degli strumenti categoriali già operanti, in modo da convogliare tutte le risorse sulla nuova misura universale. Qui si arriva a un passaggio determinante. È un dato positivo, infatti, che un’operazione di razionalizzazione finanziaria venga richiamata tra gli obiettivi del lavoro legislativo che dovrà portare al nuovo istituto di lotta alla povertà, ma non bisogna nascondersi che si tratta di un proponimento evocato più volte, intorno al quale si è registrato regolarmente un consenso generalizzato (è facile prevedere che in queste settimane di discussione parlamentare accadrà la stessa cosa) ma che frana con altrettanta regolarità quando si passa dall’enunciazione al fatto, e cioè alla decisione su quale debba essere il sostegno o l’assegno da cancellare o ricomprendere dentro il nuovo sistema di protezione dei poveri. Non è solo cattiva volontà, c’è sempre la convinzione che il povero più povero sia quello che si conosce meglio o si è messo nel proprio carico (pensiamo alle associazioni che tutelano questo o quello). Navigando un po’ su internet si percepisce già il clima di incertezza che si sta determinando sulla questione e che è destinato a montare finché il testo legislativo non si esprimerà in modo più preciso e con numeri certi.

La legge delega, comunque, dovrebbe – io credo – affrontare di petto alcuni nodi che sono spesso sfuggiti alle diverse misure antipovertà varate negli ultimi anni e che hanno impedito di ottenere i risultati attesi. Il primo punto è che alla base della concessione di un beneficio non può esserci solo il metodo dello “scambio”, quello che impone al povero di attivarsi, in genere all’interno di un programma definito dall’operatore sociale, per mettersi nella situazione di non ricadere nelle condizioni che generano il suo stato di bisogno. O, comunque, se questo è il criterio bisogna preoccuparsi con serietà di capire se lo scambio non funziona – quando questo succede e succede con frequenza – per responsabilità del povero o per insufficienza (personale o di contesto) di chi siede all’altro lato del tavolo.

La Fondazione Zancan che studia da anni la povertà italiana (con la Caritas) è netta sul punto dei cosiddetti progetti personalizzati di attivazione. In una nota recente scrive:

La vecchia e nuova social card vengono archiviate impietosamente per aver fallito proprio su questo. Rimane quindi un comune denominatore: “attivazioni“. Quelle tentate si sono rivelate prestazionismo burocratizzato, mentre si continua a pensare ai poveri come a dei resilienti, cioè resistenti alle politicheattive“, ma solo di nome e “passive” di fatto, perché non valorizzano le capacità. Non credono nelle persone e non ammettono la possibilità di “darsi una mano”, visto che “non posso aiutarti senza di te”. Le attivazioni tradizionali continuano a garantire reddito agli “attivatori” e assistenza agli “assistiti”, finanziando attivazioni senza le persone.

Piuttosto duro, no? Soprattutto se arriva da una fonte non prevenuta e che, per la lunga attività di ricerca, ha conoscenza non occasionale dei fenomeni rilevati. Il limite sembra difficilmente superabile perché, per andare al di là, ci sarebbe bisogno di una qualificazione del sistema locale di welfare tale da renderlo realmente protettivo e capace di promuovere, sostenere, incoraggiare processi di “attivazione”, ma i persistenti tagli finanziari subiti dai comuni li costringono a impoverire la rete di protezione invece di rafforzarla.

Non ci sono dubbi, invece, che il governo colga nel segno quando mette al centro delle misure anti-povertà quello che sempre la Fondazione Zancan chiama “il sud della vita”, cioè i bambini.

“Nel 2014 – riferisce un report dell’Istituto – un minore su dieci era in povertà assoluta: più del doppio degli anziani. Era “assolutamente povero” quasi un quinto (18,6%) dei nuclei familiari con tre o più figli minori, contro uno su venti (4%) dei nuclei con almeno due anziani. I capifamiglia con meno di 35 anni erano più poveri (8,3%) degli equivalenti ultrasessantacinquenni (4,7%)”.

Il miracolo dell’inversione di rotta, del cambio di passo, dovrebbe avvenire garantendo alle famiglie giovani i mezzi per l’immediato, ma anche quelli destinati ad assicurare l’istruzione ai propri figli.

In una scuola e in un tempo nei quali si devono fare le collette pure per comprare i gessetti delle lavagne sembra temerario solo pensarlo.

Aspettiamo allora la legge delega, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Che altro potremmo fare, del resto?

Il disegno è di Mario Ritarossi, Studio per un clochard

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2 risposte a "Contro la povertà una misura universale. E’ così?"

  1. Pingback: Lotta alla povertà ad Alatri. Con quali risultati? – Discorso in Comune

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