viste e sentite

Oggi siamo tutti Marino, domani chissà

Non so, onestamente, se Ignazio Marino, come scrive oggi un quotidiano, voglia accreditarsi, per sfuggire alle dimissioni da lui stesso firmate e ora evidentemente in via di revoca, come un “sindaco del fare”. Ho però la netta impressione, pur non vivendo più da un paio di anni a Roma e perciò non avendo, come suol dirsi, il polso delle cose che accadono nell’Urbe, che egli sia stato giudicato dal suo partito ben oltre gli eventuali demeriti e che la sua colpa maggiore sia stata quella di infastidire, contrariare, colpire interessi che non ci hanno messo un minuto a coalizzarglisi contro, cercando di demolirlo prima con l’irrisione poi con la contestazione politica, infine con l’isolamento e con sempre più intense manovre di forte coloritura politico-affaristica.

Si è montato un caso, per esempio, sulle sue vacanze americane che lo avrebbero reso colpevolmente assente nella famosa giornata del funerale con i cavalli e l’elicottero del capo di una famiglia criminale, e si è insistentemente ironizzato sul fatto che in quello stesso momento, lui sindaco, fosse impegnato a scrivere un suo libro (scrivere è quindi una perdita di tempo, un’attività che berlusconianamente distoglie dalla fattività dell’uomo-imprenditore, qualunque sia l’impresa alla quale questo si volga), ma qualche settimana appresso una polemica, ben più modesta e limitata nel tempo, è capitato di leggere, sugli stessi giornali che hanno alimentato quella contro Marino, quando la presentazione di un film sulla Roma-suburra è stata salutata da imbarazzanti foto di gruppo con attori famosi accompagnati da esponenti di famiglie di fama simile a quella del defunto in questione: prossimità fotografica che, con altrettanta  evidenza, ha confermato quale sia il grado di opacità dei rapporti che avvolge in un paludoso continuum la faccia bene e la faccia male della nostra capitale. Si potrebbe postillare che questa storia delle fotografie che colgono personaggi noti con pregiudicati è una cosa vecchia che, se non costituisce una prova di colpa, denuncia almeno come si siano scoloriti sempre più i confini che dovrebbero separare gli uni dagli altri: come sia, cioè, crollata quella barriera una volta codificata nell’ammonimento “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” (negli ultimi mesi il fatto delle cattive compagnie ha riguardato perfino un ministro a cena, nella sua precedente funzione di capo delle cooperative, con i malfattori del “mondo di mezzo”).

Marino, dunque, non si dimette ma chiede che a esprimersi sulla fiducia sia il consiglio comunale. Lo trovo ragionevole, una mossa che lo affranca da una prepotenza del suo partito, perpetrata non solo contro di lui ma in dispregio di tutti coloro che lo hanno votato direttamente e ai quali tutti deve essere dimostrato, passando per l’atto formale del consiglio comunale e con una dichiarazione esplicita di responsabilità dei consiglieri, che il sindaco non può più svolgere la sua funzione perché i suoi compagni di avventura (eletti insieme con lui e sulla sua scia) gli sono ormai contro.

Questa riflessione su Marino e il partito democratico, potere dei partiti e funzioni e poteri delle assemblee elettive si incrocia, per me, in questi giorni con alcune considerazioni che stanno alla base di un mio rinnovato impegno politico sotto l’egida di un’ispirazione “civica”, una tentazione alla quale fino a qualche tempo fa non avrei considerato possibile, in alcun modo, un mio cedimento.

Storicamente nella società italiana i partiti (e i simboli che li rappresentavano) hanno costituito un fattore di identità per le persone che ad essi aderivano o in essi si riconoscevano elettoralmente. I partiti (e i simboli) svolgevano una funzione pedagogica, rappresentativa di interessi e idee, miglioravano le persone perché le facevano entrare in una dimensione collettiva all’interno della quale ciascuno temperava il suo interesse individuale con quello di tutti (o che come tale veniva percepito).

Oggi, al punto conclusivo di una fase storica contrassegnata dalla fine delle grandi ideologie politiche identitarie e del processo di “elettoralizzazione” del confronto politico, i partiti (che hanno cambiato la loro natura e finalità in questo nuovo contesto, diventando sempre più aggregazioni in prospettiva elettorale e uni-personalistica) sottraggono identità alle persone, si allontanano dalla rappresentanza dei loro interessi ed istanze, diventano fattore non più di “civilizzazione” (con la centralità assegnata all’interesse collettivo) ma di impoverimento delle personalità degli individui, e delle azioni di cui questi sono protagonisti nella società, e di manipolazione del bene pubblico.

Non è dunque casuale che sia proprio un sindaco, quello della città più importante del paese, a svelare la crisi o la fragilità del modello, portandolo alle estreme conseguenze. Chi vuole le dimissioni di Marino e pretende che le rassegni per diktat di partito, e senza ulteriore discussione, dovrebbe, in coerenza rimettere mano al sistema elettorale comunale, cambiandone in profondità gli equilibri e il centro (oggi il sindaco). Ma non è una strada percorribile, non con questi partiti. Che tutt’al più riescono a pensarsi come oligarchie, alle quali un comandante non assimilato, dopo che ha fatto comodo, è destinato a dare solo fastidio. Oggi siamo tutti Marino, domani chissà.

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