capitale umano

Il Sole 24 Ore sospende l’incredulità

Quando insegnavo, anni fa, arrivò a scuola uno studente canadese, un quindicenne figlio di emigrati  che erano tornati a casa. Conosceva poche parole di italiano, si esprimeva in uno slang bastardo di cui riuscivamo ad afferrare a malapena qualche vocabolo, sfigurati relitti emergenti da fiotti di parole incomprensibili per noi professori e i suoi compagni. Il consiglio dei docenti, di cui facevo parte,  si riunì per decidere come affrontare il problema. Un nostro collega si offrì (poi capimmo che la famiglia del ragazzo, residente in campagna con orto e pollaio, aveva previsto un modesto extra in natura) di impartirgli lezioni intensive per portarlo, così disse, a leggere e scrivere correttamente, per il suo livello, entro il 15 giugno successivo, giorno di chiusura dell’anno scolastico e di rilascio del titolo finale. Nel corso dell’ultima riunione didattica, subito dopo le festività di Pasqua, quella immediatamente precedente al consesso degli scrutini di fine anno scolastico, i professori del ragazzo lamentarono di non aver registrato miglioramenti significativi e ne chiesero ragione al collega che l’aveva preso sotto il suo tutorato, da lui ricevendo ancora assicurazione che il 15 giugno lo studente avrebbe inesorabilmente scritto e parlato l’italiano nel grado sufficiente a promuoverlo.

Naturalmente non fu così, ma ancora poche settimane prima della data fatidica il nostro collega continuò a mostrarsi certo del risultato, tanto che, un po’ per ridere e un po’ per non morire, immaginammo di organizzare una cerimonia, proprio alla mezzanotte del 15 giugno, quando il ragazzo avrebbe cominciato a parlare nella nostra lingua, certo per effetto di un’improvvisa  calata sul suo capo di uno spirito benevolo, evocato dal nostro fiducioso e ostinato collega.

Questa è una storia vera e mi è tornata in mente l’altro ieri (29 ottobre) quando, agli Stati generali della cultura promossi dal Sole 24 Ore, Paolo Ferri, docente alla Bicocca, ha citato le previsioni del Piano nazionale digitale, erede di quello presentato da Luigi Berlinguer diciassette anni fa, che fissa al 2020 il momento in cui tutte le scuole del nostro paese saranno fornite di banda larga e ultralarga e connesse con il wi-fi, non senza rimarcare che a tutt’oggi, fine 2015, in questa felice situazione si trova appena un decimo di esse.

Chi vivrà vedrà. Occorrerà darsi appuntamento, fra cinque anni, allo spirare del giorno di San Silvestro per assistere all’evento. Non che l’obiettivo sia irraggiungibile, la Spagna (come raccontò e spiegò Enzo Valente, direttore generale del Garr, il giorno in cui inaugurammo la connessione in fibra ottica nel Conservatorio di cui ero presidente) lo è da tempo e l’impresa anche da noi non sarebbe più ardua che altrove, ma non è ancora ben chiaro come ci si arriverà e soprattutto quali investimenti si stiano facendo concretamente, anno dopo anno, per avvicinarsi gradualmente alla meta.

Questo scarto tra obiettivo e mezzi, la distanza siderale tra luminoso futuro e modesto presente, sono risultati, potremmo dire, il “sottotesto” di tutta l’interessantissima Convention romana del Sole 24 Ore (a Roma perché non è vero che la capitale non abbia gli anticorpi contro il malaffare, ha detto Della Valle in polemica con Cantone che invece lo pensa). Si sentiva, cioè, nell’aria una certa fatica a esercitare quella benevola “sospensione dell’incredulità” che, non solo quando si leggono i romanzi ma adesso anche quando si ascoltano le promesse politiche, ci rende capaci di credere all’incredibile, accettando il gioco spericolato dell’immaginazione.

E forse non a caso, per restare al tema scuola (una delle due grandi pagine dell’incontro, l’altra è stata quella riguardante la collaborazione pubblico-privato per salvare e valorizzare i nostri beni artistici), i momenti più autentici si sono avvertiti quando il pubblico è stato portato con mano dentro la scuola come è oggi, con i suoi problemi ma anche le sue sorprendenti risorse e possibilità. Roberto Casati, che fa ricerca all’Ecole Normale Superieure di Parigi, ha dimostrato, dati di uno studio Pisa-Ocse alla mano, che “gli investimenti nelle tecnologie a scuola hanno un beneficio iniziale, ma che al crescere di questi investimenti i risultati tendono a ritornare al livello precedente all’esposizione delle tecnologie” e persino a peggiorare. E ha suggerito di puntare sulla lettura approfondita dei libri, che sviluppa creatività e arricchisce il lessico. Ma i libri, ha precisato, debbono essere di carta perché, a differenza di un tablet, sono supporti che non hanno alcuna distrazione al loro interno. E aiutano, per questo motivo, a sviluppare la riflessione che sarà utile a indirizzare gli studenti verso piattaforme “aperte, economicissime e corredate di una vasta biblioteca di progetti educativi” (http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/roberto-casati-contro-il-colonialismo-digitale).

Franco Lorenzoni, maestro elementare in un piccolo comune umbro, che insieme con Renzo Piano ha ideato il prototipo architettonico della “buona scuola” ha ricordato che il contatto delle aule scolastiche con la terra, la natura, insegna agli scolari due principi fondamentali della vita: “l’attesa (se pianto un seme devo aspettare che germogli) e dell’aleatorietà (può anche non nascere)”. E ha rivendicato per gli insegnanti una “formazione di qualità”, che li renda capaci di accogliere e sostenere tutti, motivando l’effetto negativo di premi economici concessi solo ad alcuni “perché – ha spiegato – so quanto mineranno la difficile costruzione di una comunità di ricerca nella scuola”. La sua proposta è di premiare “gli insegnanti più attivi e coloro che sperimentano, dando loro la possibilità di insegnare agli altri insegnanti, unendo diverse scuole in rete di percorsi di formazione e dando  maggior salario a chi svolge questo lavoro prezioso” (di più lo trovate quihttp://www.internazionale.it/weekend/2015/03/28/franco-lorenzoni-maestro-scuola). Lorenzoni ha proposto “un movimento del 6%, “cioè un impegno comune perché anche nel nostro paese si arrivi ad investire almeno il 6% del Pil nell’educazione” (oggi è il 4.2%). L’ha detto  davanti alla ministra Stefania Giannini, che si è mostrata d’accordo, anche lei giovandosi per un attimo dei benefici della “sospensione dell’incredulità”.

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...