Ritratti, Senza categoria

Il “modesto” Marianetti

 

Il “modesto” Marianetti, così Stefania Craxi aveva definito Dino quando nelle drammatiche vicende che stavano portando alla morte il Partito Socialista a qualcuno era venuto in mente di proporlo, come scelta disperata, alla guida di quel che restava del più antico e glorioso dei partiti italiani. Lo ricorda lo stesso Marianetti nella sua autobiografia (“Io c’ero”) che è stata presentata ieri alla Biblioteca del Senato, poche ore prima che ci giungesse, preannunciata però dalla sua assenza in un’occasione alla quale non sarebbe mai mancato per sua volontà, la notizia della morte. L’episodio e il passo del libro di memorie che lo racconta sono stati citati da Giuseppe De Rita, che ha commentato – rivelando di essere pure lui ciociaro, di Pontecorvo, come Marianetti che era nato a Tripoli nel 1940 ma era cresciuto a Morolo e Colleferro – che c’è una nobiltà nell’essere modesti, autodidatti, consapevoli di essere parte di una comunità che ti affida grandi responsabilità e che perciò deve essere rispettata rinunciando alla facile tentazione di fare la corsa da soli.

Il libro di Marianetti ho avuto l’onore di leggerlo in anteprima, quando era ancora  alla ricerca di un editore; una lettura che ho finito in poche ore, preso da una narrazione avvincente, non solo nelle parti in cui egli ricorda i tanti momenti e i tanti incontri della sua militanza sindacale e politica, contrassegnati da scelte difficili, come gli accordi sindacali contrastati e controversi dei primi anni Ottanta, accompagnati dalla vicinanza autorevole, e sempre amichevole e affettuosa, di Luciano Lama. Ma soprattutto nelle pagine in cui seguiamo il filo della formazione di un dirigente sindacale, che comincia dalla fabbrica (prima manovale in una ditta di costruzioni del piano Fanfani e poi operaio in una collegata della BPD di Colleferro) e paga subito il pegno di un arresto per aver lottato per ottenere un diritto sul posto di lavoro, fino a quel momento negato. Oppure quelle in cui ci fa entrare nei meccanismi della selezione del gruppo dirigente della Cgil e del Partito Socialista, affidato alla regia dei compagni più esperti e ascoltati che, dopo aver soppesato le doti del giovane attivista già segnalatosi per il coraggio e l’intelligenza delle sue prime lotte, lo propongono e fanno eleggere  nel Consiglio comunale di Roma.

Era un meccanismo che selezionava forse i compagni “modesti”, quelli che la figlia di Craxi guardava con sussiego, ma era un sistema che puntava a mettere nelle mani di persone serie, affidabili, capaci di durata nei sentimenti e nelle convinzioni, il destino, spesso solo le speranze, di tante altre persone modeste che nell’associazione al partito o al sindacato individuavano un’arma di resistenza contro l’arbitrio e perciò non potevano essere lasciate a tutori dall’improvvisato e precario “pedigree” .

L’ultima parte del libro di Dino va sotto il titolo di “Dalla finestra di casa” e raggruppa in una serie di schede  considerazioni su atti, scelte e politiche di quest’ultimo ventennio, il periodo che Marianetti ha vissuto al di fuori dell’impegno politico diretto, spinto violentemente ai margini del campo d’azione da una logica giudiziaria e politica che non è stata capace di distinguere le persone per bene dai malfattori e perciò ha privato la rinnovanda Repubblica delle solide esperienze di chi avrebbe potuto aiutare nell’impresa del rinnovamento.

Gli avevo suggerito di togliere questa parte che, mi pareva, non stesse bene dentro un libro di memorie e non di saggistica politica. Non lo ha fatto, giustamente dico adesso. Perché questi commenti, a volte anche duri (ma sempre garbati, perché Dino non sapeva e poteva fare altrimenti) sono anche una rivendicazione del proprio diritto a partecipare alla discussione e alla vita politica del paese; Marianetti – me ne accorgo adesso – ha scritto questa autobiografia non solo per ricordare una bella storia, la sua bella storia di operaio figlio di operaio, di sindacalista della Cgil e di socialista, ma anche per rientrare, nell’unico modo che gli era possibile, nel vivo della lotta politica, per restituire ad essa quel lievito morale e quella ricchezza di pensiero che gente come lui ci aveva messo dentro nel passato.

In fondo, avrei dovuto saperlo. L’ultima volta che l’ho visto, infatti, è stato a metà del mese di luglio quando lo avevo invitato a partecipare alla commemorazione di un compagno che con lui aveva collaborato. Mi aveva detto di non voler parlare, poi l’insistenza di tutti noi (una bella assemblea, con tanti che avevano voluto salutarlo e farsi fotografare insieme) lo aveva portato a prendere il microfono e a improvvisare un discorso sulla politica dei nostri giorni, vibrante e diretto, come una volta.  E stato come se una passione antica avesse finalmente trovato il modo e l’occasione di rinfiammarsi.

De Rita ha raccontato di sapere (non mi pare ci sia nell’autobiografia) che alcuni degli indagati degli anni di Tangentopoli, appartenenti al partito socialista di allora, per sfuggire alla pressione di magistrati come Di Pietro che volevano un nome di un politico a tutti i costi da coinvolgere nelle indagini si erano passati la voce di “offrire” quello di Marianetti, “perché tanto su di lui non troveranno niente”.  Il nostro caro, onesto, “modesto” Marianetti.

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