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Io Bernie Sanders per un mese

È mio quel volto affaticato e un po’ gonfio che annuncia, con un ultimo live streaming su facebook alle prime luci dell’alba di lunedì 6 giugno, la fine del mio piccolo sogno, quello di diventare sindaco di Alatri, un paese di trentamila abitanti piantato in mezzo al Lazio, nel cuore di quello che fu lo stato pontificio. Il risultato dello scrutinio è ormai definito, non sono andato oltre il 12,6% dei voti, al di sotto delle mie speranze, anche se tutti quelli che mi stanno intorno nella lunga notte dell’attesa continuano a spronarmi, cercando di convincermi che non è così. E mi ripetono che il mio successo personale è sotto gli occhi di tutti, mentre Mario Vito, mio figlio, scruta preoccupato  l’impercettibile balzo dei miei umori allo sfilacciato arrivo del responso dei 21 seggi elettorali nei quali è distribuito “il popolo sovrano” della mia città, frammentato in 22 mila cittadini elettori.

Il primo a mandarmi un messaggio è il mio amico Raffaele Manica, maestro della nuova critica letteraria italiana, che già nei giorni passati aveva scritto uno dei tanti endorsement che hanno impreziosito la mia campagna elettorale. “Ho le lacrime agli occhi” mi confessa, rendendo più dolce, ma anche più definitiva, la mia delusione.

Non ho recriminazioni da muovere e il rammarico non può oscurare il valore e il peso del risultato, scrivo nell’ultima nota affidata alla mia pagina social prima di ritirarmi dal palcoscenico su cui sono stato protagonista per un paio di mesi.

Non è stato facile. La campagna elettorale per diventare sindaco in un comune delle dimensioni del mio è un esempio in miniatura della lotta politica nel nostro paese, delle sue durezze, del ruolo dei soldi e degli interessi, della funzione della stampa locale, della perversa e apparente incongruenza delle leggi che regolano i meccanismi elettorali, che svelano la loro ferrea coerenza nell’unica finalità che sembra possederli, quella di confermare l’equilibrio di un sistema malato e sbarrare l’entrata di nuovi soggetti, sabotando sul nascere le possibilità del suo rinnovamento.

In questi giorni, in cui cerco di rientrare nei miei equilibri quotidiani, provo a decrittare, per capire di più,  le voci confuse nel coro cittadino delle interpretazioni del voto.

da solo, serata della Repubblica

C’è chi si dice sicuro che il pencolante successo del sindaco uscente si dovrebbe alla robusta trama di potere che ha saputo creare e alimentare. Altri ammettono che lo sfidante arrivato al ballottaggio, un avvocato di centro-destra, cui non ha nuociuto la circostanza di essere amico e difensore di Fiorito, precipitato emblematico del malcostume del ceto politico regionale, si sia avvalso dell’articolata diramazione territoriale delle liste civiche dietro le quali ha saputo camuffare la sua matrice politica e compensare lo scarso carisma personale. Ci sono spicchi di verità, naturalmente, dietro queste considerazioni. Chi può negare che il terrore dell’imminente, e sempre rinviata, esecuzione di un migliaio di ordinanze di demolizione di fabbricati o pezzi di fabbricati abusivi abbia costituito una assai persuasiva dissuasione a puntare sul nuovo? Ho incontrato gente disperata che, contando sulla voluta anarchia urbanistica di una campagna che pezzo dopo pezzo è stata edificata senza regole e controlli, ha costruito dove non avrebbe dovuto e potuto, accorgendosi solo ora che da un momento all’altro il prodotto dei risparmi di una vita potrebbe essere cancellato da una ruspa o requisito nel patrimonio comunale. E, ancora, chi può essere tanto ingenuo da non capire che piazzare un candidato ogni cinquecento metri abbia “militarizzato” il territorio e spaccato le famiglie – dentro le quali si sono scoperti contendenti, in liste contrapposte, cognati e fratelli e, in un caso, addirittura moglie e marito – impedendo che la simpatia verso il nostro nuovo “progetto civico” si trasformasse in voto? Nessuno, però, è riuscito e probabilmente riuscirà mai a misurare l’ombra deformante che ha proiettato sulla competizione elettorale quello che Stefano Di Scanno, direttore di un quotidiano di frontiera, la cui diffusione sfiora solamente la mia città, ha chiamato l’elettore “nascosto”: la grande azienda che gestisce il sistema idrico integrato della provincia di Frosinone, comproprietaria di giornali che hanno offerto paginate intere a candidati e partiti stimati, giusto o sbagliato che fosse, comprensivi delle sue ragioni e ha relegato ai margini, lasciati all’esercizio della buona fede dei cronisti, tutti quelli che, come me, si sono fatti alfieri del ritorno a una gestione pubblica dell’acqua.

Ma questi, ormai, sono discorsi che servono a poco, le regole del gioco mi erano chiare dall’inizio, denunciarne ora la spudorata logica sembra un’ammissione troppo comoda per consentirmi il beneficio delle attenuanti. Meglio guardare il verso positivo, quello che ha funzionato e che penso lascerà una traccia, in me certamente ma spero anche negli altri.

con Valeria.jpg

La mia è stata una campagna elettorale dai toni pacati. Il primo a suggerirmene la chiave è stato proprio Raffaele che, non appena gli ho comunicato la mia intenzione di propormi per sindaco, mi ha risposto non nascondendomi il suo pessimismo e consigliandomi la visione di una fiction americana sul potere. Ma ha anche aggiunto che sarei stato il Bernie Sanders della situazione, amato dai giovani e osservato con diffidenza dall’establishment locale. Non ne ho parlato con nessuno, la definizione, però, è stata ripresa qualche settimana dopo da Francesco, un giovane giornalista di Alatri emigrato altrove come tanti ragazzi che, insieme con i molti altri tentati di farlo, sono diventati gli ispiratori segreti dei miei discorsi elettorali.

Mi sono accorto con il passare dei giorni di essere diventato per loro una specie di zio, spuntato dal nulla per aiutarli a trovare la strada giusta, un sessantaquattrenne senza ambizioni di carriera politica capitato all’improvviso per dare una mano a forzare la porta serrata del loro ingresso nel mondo degli adulti. Ho sbandierato quello che un tema assegnato a una delle ultime classi del nostro liceo rivelava a tutti, e cioè che un’intera generazione si sta preparando a lasciare Alatri, accusandola di non offrire opportunità, di essere imprigionata dal clientelismo, di non riconoscere il merito.

Per loro, per questi giovani in fuga, ho riscoperto l’arte antica del comizio. Ho raccontato, perciò, tante storie del passato di Alatri nelle quali potessero individuare spiragli per il loro futuro. Ho ricordato una storia per tutte le contrade in cui abbiamo organizzato incontri con i cittadini. Quella di Peppe Frasca il contadino che, subito dopo la prima guerra mondiale, al seguito di una donna “nera come un tizzone” rigò per protesta, con un falcetto, la porta antica del borgo che aveva chiuso le finestre e gli usci alle rivendicazioni del contado. O quella dei coloni di Tecchiena, la piana che allunga verso Frosinone la nostra collina, sovrastata dalla spettacolare acropoli pelasgica, che si ribellarono alla famiglia di tardi feudatari che imponeva, ancora alla metà degli anni cinquanta dello scorso secolo, di depositare parte dei prodotti delle terre concesse in coltivazione sulla vasta aia del loro castello. Un lungo racconto durato più di un mese per insegnare che nessuna realtà è immutabile e che le cose si possono fare, anche se nessuno le ha mai fatte prima.

Ma non sono stato solo io a raccontare. Tutti i giovani della mia “squadra” hanno portato i loro racconti, nei mille modi in cui hanno potuto, con volantini, con post e video su facebook, negli spazi che si sono presi nelle nostre manifestazioni. È stato il loro modo di sottrarsi dall’anonimato dei 368 candidati, distribuiti in ben ventitre liste, uno per ogni 63 abitanti in età di voto, che è stato il fenomeno che più ha colpito gli osservatori. Gabriele, ventiquattrenne cameriere in una pizzeria, ha confessato di vedere la sua contrada come una lunga strada e ha invocato un “bibliobus” itinerante che due volte a settimana chiami a raccolta i ragazzi; Andrea, che di anni ne ha venticinque e ogni mattina segue il padre ambulante nei suoi giri, ha elencato i piccoli interventi che potrebbero trasformare in poco tempo l’agglomerato di edifici nel quale abita in un quartiere vero; Edoardo, un ventenne che studia agronomia all’università di Perugia, si è impegnato a costituire un’associazione di giovani che aiuti gli anziani a servirsi della città; Tony, trentenne elettricista precario, ha immaginato una cooperativa per rimettere in uso gli elettrodomestici abbandonati nelle discariche; Valeria, cameriera diciottenne al banco del bar gestito dalla sua famiglia, ha scritto e gridato, contro chi avrebbe voluto ricondurla sotto l’ala materna, che in queste elezioni lei sarebbe stata in prima linea perché si stava decidendo dei suoi prossimi venti anni non di quelli dei suoi genitori.

Piccole cose, forse. Spunti, appena, da inserire nel programma più ampio che ho proposto alla città, in cui si parlava di piano regolatore, città degli studi, area pubblica di coworking, recupero dell’agricoltura, ricucitura urbanistica delle periferie attraverso le scuole. Lo slogan dominante è stato di trasformare il comune da una fabbrica del no in uno spazio del sì. Soprattutto per i giovani intraprendenti, a un cui progetto, scelto seguendo le procedure della democrazia partecipativa, ho solennemente dichiarato che avrei devoluto l’intero mio compenso di sindaco.

Mi hanno creduto e dato fiducia. Non è bastato, ma il conto affettivo della mia avventura elettorale è positivo. Quello economico è contenuto, meno di diecimila euro per me e le tre liste che mi hanno appoggiato. La legge elettorale avrebbe permesso solo a me di arrivare fino a 50.000 euro, mi è stato sufficiente dieci volte di meno, omettendo di dare un prezzo al gran lavoro volontario degli amici, di Luciano, di Angelo, di Mario e di Pinuccio, il chirurgo che è stato per tutte queste settimane elettorali un altro me stesso, come succede sempre quando lo chiamo.

Eugenia, serata della Repubblica.jpg

Non ho organizzato “convention” a base di birra, salsicce e porchetta, che invece sono state uno dei “benefit” offerti con disinvoltura dai miei avversari.

Non giudico, non voglio arroccarmi sulla vetta dell’accigliata moralità che pure mi è stata  rimproverata da chi non sospetta la mia natura cordiale. Ma penso che il momento più alto della mia campagna elettorale sia stata la serata dedicata al settantesimo della Repubblica, quando i miei candidati e candidate, accompagnati dalle canzoni popolari di due maestri del Conservatorio di cui sono stato presidente, Anna Maria Di Marco e Stefano Caturelli, hanno letto gli articoli del titolo primo della Costituzione. Ed Eugenia, studentessa d’arte con la felice freschezza dei suoi ventidue anni ha declamato la pagina famosa di Piero Calamandrei che racconta dove è nata quella Carta.

Tutto questo ad Alatri, alla vigilia del voto, mentre io, Bernie Sanders ciociaro, rimuginavo che, tutto sommato, la mia corsa era già andata bene così. E poco a poco mi stavo accorgendo, dopo anni di lontananza, di essermi finalmente riconciliato con la mia città. “Non mollare” continuano a postarmi su Messenger. Non mollerò. Statene certi.

Riferimenti e dedica

 Il giornalista Francesco è Francesco Boezi, scrive per L’Inchiesta – il cui direttore è Stefano Di Scanno – e La Nazione, nella redazione di Pisa.

La storia di Peppe Frasca l’ho ascoltata da lui stesso, a casa di Gianfranco Colazingari, la cui figlia Eleonora si è candidata con me. L’ho raccontata già, per intero, su Rassegna Sindacale nel 1980, forse nel primo articolo che (grazie a Enrico Galantini, allora curatore delle pagine della cultura) scrissi per il settimanale nel quale, da giornalista e presidente di cooperativa, ho lavorato per un’intera vita.

Della ribellione dei coloni della famiglia Gra’, latifondista di Tecchiena, mi parlò Fortunato Ceccani, che delle lotte di quegli anni – svoltesi negli anni cinquanta del secolo scorso – fu uno dei capi.

I giovani della mia squadra, ricordati per i loro progetti, sono Gabriele Pro, Andrea Mangiapelo. Edoardo Boezi, Tony Cicuzza Villa, Valeria Cianfrocca (è lei, nella penultima foto).

Andrea Mangiapelo è anche il giovane aggredito verbalmente dalla “signora del mercato”, di cui ho scritto in un post visionatissimo al quale rimando (sulla mia pagina face book).

Luciano è Luciano Bellincampi, già sindaco di Alatri. che si è fortemente impegnato perché io lo diventassi adesso.

Angelo è Angelo Astrei, mio barbutissimo “spin doctor”, nato solo qualche settimana prima di mia figlia Ginevra, quindi giovanissimo. La sua presenza mi ha fatto sentire vicina anche quella del padre Gianni che non c’è più e che fu, per alcuni mesi, sul finire del 1993, sindaco di Alatri.

Mario è Mario Ritarossi, pittore e storico dell’arte che per me ha fatto il grafico a tempo pieno.

Pinuccio è Pinuccio Cappella, amico mio irreversibile, che ha speso tutto il suo credito per accreditarmi presso chi non mi conosceva.

Eugenia è Eugenia Salvadori (nell’ultima foto), sta per laurearsi in storia dell’arte. Ho ascoltato più volte la registrazione di Piero Calamandrei che declama il suo discorso sull’origine della nostra Costituzione: confesso che ogni volta sono rimasto un po’ infastidito dai toni troppo squillanti; Eugenia ha restituito a quel testo, e per intero, la sua forza.

Stefano Caturelli è docente di musica pop del Conservatorio di Frosinone, Anna Maria Di Marco ne è docente di canto. La loro presenza, alla serata della Repubblica, mi è costata – e a fatica – una pizza.

Dedico questo scritto alla mia famiglia, a tutti gli amici e le amiche che hanno accompagnato la mia campagna elettorale, ai candidati e alle candidate delle mie liste, a prescindere dai voti presi da ciascuno di loro, perché so che hanno dato il meglio mettendoci tutto l’entusiasmo di cui sono stati capaci.

A Pasquale, l’avvocato Pasquale Germano, che mi ha spinto quando volevo fermarmi.

A Elio Vernucci, che mi è stato a fianco nei momenti tesi dell’arrivo dei risultati elettorali, e agli amici di Piombino che grazie a lui ho conosciuto, Stefano Guarguaglini, Fabio Pratesi, Monica Andreucci, presenti con i loro messaggi di incoraggiamento.

A tutti quelli che pronunciando o postando il loro endorsement, pubblico o privato, hanno arricchito di sentimenti la mia campagna elettorale. Ricordo per tutti don Alberto Conti, direttore della Caritas di Trivento e della Scuola di formazione all’impegno politico e sociale “Paolo Borsellino” che ha voluto far conoscere il lungo lavoro svolto insieme.

A Margherita e Lorenzo, la mia segreteria.

A tutti i giovani di Alatri, ai molti di loro che dicevano – come mi hanno riferito i loro genitori e i professori – che  avrebbero “votato Tarcisio”.

Le foto sono di Bruno Maccotta.

 

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