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Una Caritas e la sua Scuola. I “piccoli miracoli” di Don Alberto

Nel 1992, nei giorni successivi all’assassinio di Paolo Borsellino, nella più piccola diocesi d’Italia, la Caritas fonda una Scuola di formazione all’impegno sociale e politico dedicandola alla sua memoria. Venticinque anni dopo, un libro intervista – che ho avuto l’onore di curare – racconta, dando la parola al suo ideatore, don Alberto Conti responsabile della Caritas di Trivento, la straordinaria vicenda di questa istituzione che ha ha richiamato, come docenti, personalità eminenti del mondo cattolico e laico del nostro paese. Battaglie sociali, civili, politiche che nascono tutte da un profondo impegno religioso, perché la ragione, e la spiegazione di tutto, è già scritta nelle Sacre Scritture. Il libro si intitola “Come in cielo così in terra”, è stato presentato a Capracotta da don Luigi Ciotti, il 9 agosto. Quelle che seguono sono le pagine iniziali. 

“Questa intervista racconta una storia, con tanti protagonisti. La storia è quella della Scuola di formazione politica “Paolo Borsellino” che proprio quest’anno compie venticinque anni di vita. Ma questa storia, gli avvenimenti che la scandiscono e il senso che da essi è possibile ricavare, non possono essere raccontati se insieme non si raccontano i trenta anni di vita della Caritas di Trivento, della comunità all’interno della quale essa si è svolta e, soprattutto, dell’uomo che l’ha voluta e che con essa si è andato identificando nel corso di tutto questo lungo periodo rendendola ciò che è stata. È questa la ragione per la quale, ricevuto l’incarico di scriverla (ma anche avendo rivendicato in un certo senso il compito di farlo), ho pensato che il modo più giusto, il taglio “narrativo” più adatto, sarebbe stato quello dell’intervista: l’intervista a don Alberto Conti, il mio amico che ha rifondato alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso la Caritas diocesana, assegnandole una missione “politica” dai cui fermenti sarebbe nata l’idea della Scuola “Paolo Borsellino”. Con un obiettivo semplice, offrire una sede che assicurasse continuità all’impegno di formare una nuova classe politica locale, mettendo a sua disposizione gli strumenti di una conoscenza critica della società, in modo che dalla fede potesse scaturire una laicissima militanza a servizio delle persone, soprattutto a tutela di quelle che il potere, in mille modi e nascondendosi dietro tante ipocrisie, trascura da sempre in Molise e in Abruzzo, come altrove. Se dovessi sintetizzare quello che ho capito di questa storia e dell’opera di don Alberto direi che si tratta di tanti piccoli miracoli che si compiono ogni giorno, realizzati con spirito che non conosce cedimenti; uno spirito che è costretto talvolta a fare i conti con qualche fallimento, ma non si lascia fiaccare dalla delusione che, come don Alberto mi ha ripetuto più volte nel corso della nostra conversazione, non è una parola che possa trovare posto nel vocabolario di un cristiano. Non per ingenuità, ma perché, se ammessa, la delusione aprirebbe spazi al dubbio e poi all’infiacchimento delle ambizioni e poi all’inerzia e poi ancora all’indifferenza, sentimenti che un cristiano non può permettersi, soprattutto se il suo fine è, come per don Alberto, quello di cambiare il mondo per avvicinarlo al cielo, al termine di un viaggio di liberazione che comincia sulla terra e arriva fino al paradiso, la mèta cui siamo tutti destinati da sempre, essendo un luogo tanto pieno di misericordia da non poter escludere nessuno.

Un primo miracolo consiste nell’avere fatto di una terra che è ai confini estremi della grande provincia italiana il centro di un’azione di solidarietà che tocca ogni capo del pianeta, ma si mantiene così umile da esercitarsi anche nel lenire il bisogno del povero che vive nella casa accanto alla nostra e che, per la presbiopia che spesso confonde la prospettiva della generosità, è difficile da osservare e perciò diventa oggetto della infastidita trascuratezza di molti. Un secondo miracolo è quello di richiamare nei piccoli paesi di questa terra personalità capaci di testimoniare il verso giusto del mondo aiutando tutti a trovarlo grazie al loro esempio. Un terzo miracolo è quello di unire alla prova della carità quotidiana, che obbliga a rispondere con immediatezza a ogni richiesta di aiuto, la ricerca degli strumenti che attivino, come direbbe un economista che se pure mai citato nelle parole di don Alberto sembra esserne un ispiratore, le “capacità” delle persone affinché da sole creino le condizioni per riscattarsi. Da questa filosofia, sono nate opere come la “Banca dei poveri”, “la pizzeria della solidarietà”, il forno di Provvidenti, che hanno richiamato l’interesse dei grandi media nazionali, ai quali non è sfuggita l’attività di questo fervente laboratorio di idee, proposte, progetti e fatti che ormai da alcuni decenni tiene aperti i suoi battenti, lanciando sfide intraprendenti e coraggiose che partono dal margine di minuscoli paesi di montagna per confrontarsi, senza complessi di inferiorità, con le grandi questioni del nostro tempo.

 Conosco don Alberto ormai da tanti anni, non ci siamo trovati da subito ma dopo un po’, quando ci siamo resi conto, osservandoci, che il nostro cammino aveva molti tratti in comune e che, in tutti e due, la cura per il piccolo non annullava mai l’esigenza di misurarlo dentro contesti più ampi. Questa intervista, che egli mi ha concesso solo dopo molte insistenze, mi ha permesso di conoscerlo meglio; la profondità della sua riflessione ha sorpreso anche me. La sua trasparente vocazione sociale, la visione limpida che egli ha della sua Chiesa, nascono non da una scelta politica, non dal “comunismo” che gli è stato rimproverato (e come poteva essere diversamente, se addirittura la stessa accusa oggi viene rivolta contro un Papa?) ma da una lettura coerente delle Sacre Scritture, dove – e questa è stata la mia sorpresa – c’è enunciato l’essenziale della rivoluzione che vuole abbattere le ingiustizie del mondo proprio per preparare la gioia celeste rendendola credibile, e per quanto possibile godibile, già qui sulla terra.

Don Alberto, alla fine dell’intervista rispondendo alla mia domanda se, guardando la sua vita fino a questo momento, sentisse di essersi mantenuto fedele agli ideali che lo avevano portato adolescente a scegliere il sacerdozio per servire i più umili e deboli spronandoli a risvegliarsi dalla rassegnazione, ha confidato di essere convinto, e in un certo senso di temerlo, che tanto gli resti ancora da fare. Ma se pensa così, se sente che tanto gli resta da fare vuol dire che a quegli ideali è rimasto fedele e che le speranze della sua gioventù continuano ad alimentare la sua opera.”

 

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