Ritratti, viste e sentite

Alla ricerca di Troppa. Puntata seconda. Il Compianto di Terni

Un Compianto di Girolamo Troppa (foto del titolo) è esposto nel museo Caos di Terni, una struttura culturale ricavata da un vecchio opificio appena fuori dal centro storico della città. Siamo alla  seconda tappa del nostro avvicinamento alla Mostra della Pietà di Alatri (che abbiamo chiamato “Il Cristo svelato”, non solo per lucrare, con un innocuo gioco di parole, sul nome del celebre “Cristo velato” della cappella napoletana di Sansevero), ripercorrendo per quanto possibile le tracce di un pittore che fu prolifico nella produzione, disuguale (tanto da ingenerare qualche confusione) negli esiti artistici, dalla biografia accidentata e che, comunque, oggi sta attirando l’attenzione di diversi studiosi che annunciano studi e monografie sulla sua opera.

Io e Mario Ritarossi abbiamo appena incontrato, in un ufficio della Pinacoteca diocesana della città umbra, gli esperti (chiamati dall’archivista don Claudio Bosi) che stanno ultimando un libro sull’artista che in questa città – secondo una tesi che sta prendendo corpo grazie ad accurate ricerche di archivio – morì, anche se del suo sepolcro, situato probabilmente nel monastero di San Procolo delle monache clarisse non è restato in piedi nulla per i bombardamenti dell’ultima guerra.

C’è stato uno scambio di informazioni e una promessa di collaborazione, Mario scriverà un contributo per il libro della diocesi di Terni e potrà anticipare da questo alcune informazioni biografiche, finora inedite, per il catalogo al quale sta lavorando per la nostra Mostra.

Il Compianto di Terni, però, ci delude. Non è della stessa qualità dell’opera che è custodita nella sacrestia della nostra Cattedrale, lo capisco anch’io che intenditore non sono ma lo conferma, con ben altra autorevolezza Mario, nei cui commenti mi pare di cogliere un’ombra di compiacimento, come a voler sottolineare così, “a contrario”, il pregio che rende la Pietà di Alatri una prova pressoché insuperata del pittore di Rocchette, soprattutto per la gran qualità del panneggio del sudario e per il caratterizzante risvolto della manica della Vergine, unica citazione di livello presente anche nella tela più modesta, rozza (forse una pala d’altare, vista la verticalità) del museo di Terni.

il risvolto

C’è però un particolare che ci è stato segnalato da Roberto Della Portella, uno degli studiosi della Diocesi, è quello della firma che porta accanto al nome la dicitura di “equites”, una qualifica che il pittore – che doveva essere assai sensibile ai riconoscimenti mondani, in quanto prova del prestigio sociale duramente raggiunto – utilizza in tutte le opere successive al conferimento del Cavalierato nel 1684 (ma cavaliere di quale ordine? La questione resta aperta).

firma compianto terni

La data, mentre testimonia che il Compianto di Terni è successivo a questo anno, apre un interrogativo sulla datazione della Pietà di Alatri che non reca, vicino alla firma, scoperta da Mario e che ha reso certa l’attribuzione fino a quel momento supposta solo stilisticamente, la qualifica “equites”, siamo dunque a un periodo precedente? Il quesito è importante perché, se risolto, permetterebbe di capire meglio come e quando quest’opera sia arrivata da noi. Per Mario c’è una sola certezza. Il quadro è stato pensato per il luogo in cui si trova, di cui riprende anche il verso di provenienza della luce, ed aveva una funzione devozionale, quella che il sacerdote evade preparandosi alla celebrazione della Messa. Che Troppa sia venuto lui stesso ad Alatri, invitato dal vescovo del tempo, a quanto se ne sa assai ben quotato nella curia vaticana e perciò capace di attirare l’opera di artisti famosi, per studiare lo scenario dentro cui porre la sua tela? Che abbia mandato, più verosimilmente, apprendisti della sua bottega romana (che smantellerà solo a metà degli anni Ottanta per ritirarsi a Rocchette)? Domande che – come si dice in questi casi – attendono risposta. Così pure attende risposta un’altra domanda. Dove è finito l’autoritratto del pittore la  cui presenza era attestata, fino a qualche anno fa, a Cantalupo, in una sala di un palazzo nobiliare del Vignola? Se ne è persa notizia e nella scomparsa  forse c’entra qualche contesa tra eredi. Sarebbe l’ora di ritrovarlo o di sapere almeno che sorte abbia avuto. Un incarico che abbiamo dato al nostro inviato in Sabina Enrico Galantini, giornalista di valore su tematiche sindacali, ma da oggi ribattezzato sul campo giornalista culturale “investigativo”. Vedrete che riuscirà a capirci qualcosa.

 

 

 

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