Ritratti, viste e sentite

Conversazione sui film, la necessità dei sottotitoli, il dramma di un appassionato che sta diventando sordo

 

I protagonisti di questa conversazione sono il mio amico Elio Vernucci, medico a Piombino, molisano di nascita ma alatrense di elezione, e il suo amico Fabio Canessa, un critico cinematografico finissimo che grazie ad Elio ho conosciuto anch’io. Il loro scambio di lettere (via mail, ma sono scritte con l’eleganza di chi sa adoperare la penna stilografica) è l’occasione per raccontare, intrecciandole, alcune belle storie. Le ho ricevute in copia e, senza chiedere il  permesso agli autori (e tuttavia sperando di non irritarli), le ospito nel mio blog, aggiungendo a quello di Elio anche il mio appello per i sottotitoli nei film, perché pur non essendo sordo solidarizzo con chi lo è, e poi – se si tratta di film stranieri –  credo che essi (e tutti i film) vadano visti e sentiti nella lingua originale.

da Elio Vernucci a Fabio Canessa, l’8 gennaio 2018

Caro Fabio,

tra la fine degli anni sessanta e i settanta (i settanta tutti, a dir la verità) ho fatto scorpacciate di films  (o filmi). A Pisa per mantenerci all’università io e mio fratello Franco eravamo Istitutori Collaboratori al Qualquonia (ci chiamavano però Studenti Maestri) e tutte le domeniche accompagnavamo i ragazzini al cinema dove potevamo assistere agli spettacoli gratis et amore Dei, era il Lanteri in via S. Michele degli scalzi che raggiungevamo rigorosamente a piedi,  inquadrando i ragazzetti in fila per due divertendoci a farli camminare con estrema lentezza sulle strisce zebrate per far innervosire gli automobilisti e dare un po’ di stura al nostro (di ragazzi e Maestri) sadismo e invidia e cattiveria non tanto celata.

L’altro privilegio vergognoso era assistere alle partite, all’Arena Garibaldi, del Pisa miracolosamente in serie A, accolti paterna(listica)mente dai futuri magici spargitori di sale Anconetani. Il martedì sera eravamo metodicamente al Mignon, che fungeva da cineforum prima di diventare proiettore fisso di porno , e lì ci siamo visti tutti i cicli di Antonioni (con l’animo di Fantozzi alla celebre proiezione della corazzata Potemkin) di Bergman (molto meglio)  ma anche di Totò. Alla proiezione di Signori si nasce, cinema colmo come un uovo, si ripetè per decine di volte il fenomeno che solo può indicare l’immensa grandezza  di un film e dichiarare la sua immortalità: alcune battute erano ripetute da chi sedeva in prima fila al vicino e veniva ripresa da quelli della fila successiva e si propagava come un’onda fino agli ultimi.  Qualcosa di simile a quella che chiamano la Ola, mi sembra, negli stadi, ma negli stadi è concertata. Non so se hai avuto mai la fortuna di assistere a questo fenomeno del cinema quasi da laboratorio chimico, io da quegli anni lì non l’ho più vista. Forse una emozione simile l’ho condivisa con Stefano Guarguaglini venti anni fa. Il Metropolitan proiettò Il Paziente Inglese al Torrione, c’era parecchia gente molto presa dalla storia, a un certo punto iniziò una pioggerellina ‘nzuppaparzenavule (troppo difficile, è la pioggerella rada e sottile  della cui malvagità ti rendi conto solo quando sei completamente zuppo o mézzo come si dice qui) poi continuò meno rada, nessuno si muoveva, poi ancora meno rada allora a malincuore tutti si avviarono verso le due uscite. Io  Stefano con pochi altri dal portone, tutto il resto da quella che dà al Comune, le teste voltate all’indietro verso lo schermo  che continuava a far scorrere le immagini dimostravano la resistenza degli spettatori alla separazione. Passò qualche minuto, la pioggia sembrò cessare, io e Stefano piano piano tornammo sui nostri passi rientrando nel Torrione e ci accorgemmo che dall’altra entrata, dal cancellone, facevano timidamente rientro, veramente come un grosso silenzioso gregge,  tutti gli altri, e ognuno riprese il suo posto. Non un rumore non uno zitto. Fu come una scena fantastica che inchiodava a quel portone di massiccio legno la magia del cinema.

Torrione_e_Rivellino_09

Per me è stato sempre così, sono sempre andato al cinema perché mi piaceva andare al cinema , mi piaceva mettermi a sedere e aspettare che sullo schermo arrivassero le immagini. Mi piacevano tutti i film, non facevo distinzione tra belli e brutti perché era difficile che non trovassi qualcosa di bello. Perchè andare al cinema, sedersi con accanto tante tante persone che condividevano con te quell’attesa, sapere  che qualcuno sarebbe venuto da lontano per raccontarti qualcosa e ti avrebbe veramente raccontato qualcosa, era questa la magia che si rinnovava quasi ogni sera.

Perché ti racconto questo. Perché volevo farti sapere  quello che mi fa ancora andare al cinema così spesso nonostante tante cose siano cambiate. Cose per me forse trascurabili come la netta diminuzione degli spettatori. Non è però trascurabile qualcosa di mio, la quasi completa sordità: è questa che mi fa imprecare contro il nuovo modello di recitazione e contro la mancanza di sottotitoli e l’onnipotenza intrusiva “dissordante” della colonna sonora. Perciò ti prego, se mai tu ti ritrovassi a parlare con i “padroni “ della cinematografia, a Venezia o in altro luogo caldeggia questo mio appello almeno per l’introduzione sistematica dei sottotitoli. A Torino sono stato contento di vedere solo films stranieri sottotitolati. Ti prego non farmi condannare alla masturbazione dei films  in DVD.

Qualche parola sul sadismo e invidia e voglia di picchiare che ci arrivava dai nostri bambini con cui si identificava probabilmente la nostra parte abbandonata e vilipesa. I bambini abbandonati del Qualquonia sentivano sulla propria pelle la falsa tartufesca bontà nelle cose che venivano regalate e  ringraziavano sempre  con  stizzosa cattiveria. Quod suprest date pauperibus (e non supra est).

E poiché i ricordi si aprono sempre come icone del computer, questo mi fa venire in mente un altro ricordo di Sepino. Il 24 luglio giorno di santa Cristina ogni anno veniva a suonare in piazza una banda di ragazzini vestiti tutti in divisa bianca come ufficialetti di Marina, erano tutti ragazzi orfani. La banda si esibiva in piazza dopo la grande messa delle 11 sul palco senz’ ombra, solo nel fresco della sera  avremmo sentito la più quotata banda di Sassinoro con la presenza anche di autentici tenori e baritoni. Dopo l’esibizione della mattina tutti i capofamiglia di un certo rilievo (tra cui papà) invitavano gli orfani-suonatori a venire in casa propria per partecipare  al lauto pranzo del giorno Patronale. Noi ragazzini, figli di questi suddetti capofamiglia, durante l’esecuzione musicale della banda in piazza, addirittura  ci contendevamo, giocandoci alla morra l’orfano che più volevamo con noi. Chi ci piaceva di più perché biondo, chi perché parlava settentrionale chi perché più alto, chi perché più allegro. Della musica mi sono completamente scordato ma non della soggezione, della tristezza, degli occhi di vitello, vergognosi, umiliati del ragazzino che si sedeva a tavola con noi.

Ciao Elio

 

Da Fabio Canessa a Elio Vernucci il giorno 8 gennaio 2018

Caro Elio,

anch’io ho frequentato (e continuo a frequentare) il Lanteri (l’ultimo film che c’ho visto è MOONLIGHT, vincitore dell’Oscar 2017), mentre al Mignon, avendolo già trovato sala a luci rosse, non sono mai entrato. Lo ha egregiamente sostituito l’Arsenale, dove ho trascorso gran parte dei pomeriggi e delle sere dei miei anni universitari (era tra l’altro accanto a casa mia, a due passi dal locale di via San Martino dove abbiamo presentato il tuo libro) e con il quale ho spesso collaborato e continuo a collaborare. All’epoca esisteva anche il cineclub Calvero, in Borgo Largo, accanto a Salza, poi chiuso.

Capisco perfettamente la tua concezione del cinema, che è esattamente la mia. Condivido anche la preferenza per i sottotitoli coi film in lingua originale (il doppiaggio, arte italiana dai molti pregi, ma sconosciuta altrove, altera inevitabilmente la recitazione). Il film penitenziale di stasera, tra l’inglese e l’imperfetta dizione degli attori, era una tortura anche per i non sordi e probabilmente lo sarebbe stata anche coi sottotitoli e la dizione perfetta.

Toto_peppino_e_la_malafemmina_poster

Anni fa mi chiamarono al Napoli Film Festival per una serata dedicata a Totò ed ero un po’ preoccupato: un toscano che va al Metropolitan di Napoli per spiegare Totò ai napoletani mi pareva un’impresa azzardata dall’esito incerto. Fu un trionfo, non tanto per merito mio ma per l’affetto viscerale che lega il pubblico napoletano a Totò. Avevo preparato una serie di brani tratti dai suoi film che presentavo e commentavo insieme a Rosaria Di Cicco, un’attrice napoletana mia amica con la quale avevo fatto più o meno la stessa cosa in una trasmissione notturna in Rai con Arbore. Durante la celebre sequenza della lettera con Peppino in TOTO’, PEPPINO E LA MALAFEMMINA tutto il pubblico anticipava in coro ogni battuta e per me fu un’emozione unica. Gli applausi finali poi durarono un’eternità. Troverai a questo link una testimonianza dell’evento.

All’incirca la stessa esperienza l’ho rivissuta a Moneglia, in Liguria, dove un paio di anni fa mi chiamarono d’estate per una serata su Gilberto Govi, grande comico da noi dimenticato ma non dai suoi conterranei. C’era un pieno di gente incredibile, tutti si scompisciavano, applaudivano e anticipavano le battute di Govi, che è un po’ il loro Totò.

Grazie per la bellissima lettera, che ti autorizzo fin da ora a far girare e divulgare, perché ne vale davvero la pena.

A presto, Fabio

 

 

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