Ritratti, Senza categoria

Il mio amico Gianni Astrei

Oggi, 27 aprile alle 18,30, una messa a Santa Maria Maggiore ricorderà, con qualche giorno di anticipo, il decimo anniversario della morte del mio amico Gianni Astrei avvenuta nel pomeriggio del Primo maggio del 2009. Alcuni mesi dopo quello stupido incidente di montagna che lo portò via, il figlio Angelo mi chiese di scrivere un ricordo del padre per un libro che avrebbe dovuto raccogliere le testimonianze degli amici e di chi lo aveva frequentato e conosciuto più da vicino. La pubblicazione alla fine non si riuscì a fare, ma io inviai lo stesso la mia parte ad Angelo che l’ha depositata e conservata, come me, in una cartella del suo computer. È il mio inedito racconto di Gianni e della nostra amicizia che, d’accordo con Angelo, pubblico adesso sul mio blog per conservare una memoria, per esprimere un omaggio che non voglio – non vogliamo – resti privato.

Non mi pare che Gianni mi abbia mai confidato di amare la musica, voleva però che i suoi figli imparassero a suonare il pianoforte, magari solo perché a noi, quando eravamo ragazzi, i nostri coetanei che sapevano farlo ci sembravano più belli, colti, più capaci di comportarsi, di suscitare ammirazione, di creare relazioni positive, di interessare le ragazze che pure a noi interessavano. Tre dei quattro figli lo hanno accontentato, ma solo uno, Giorgio, si è iscritto al Conservatorio e ha iniziato a studiare sistematicamente la musica in un corso del vecchio ordinamento con buoni risultati. Il direttore e i docenti gli vogliono bene e lo incoraggiano e a lui questo ambiente ha fatto bene, lo ha aiutato a superare quel momento di vera solitudine silenziosa e assoluta in cui è precipitato dopo la morte del padre che ha fatto esplodere tutte le contraddizioni della sua adolescenza, ingigantendo le ombre che inquietano questa età. Qualche settimana dopo l’iscrizione in Conservatorio, Gianni mi raccontò che il figlio gli aveva confessato di aver notato, durante l’esame di ammissione, un certo malumore nei suoi confronti da parte di un docente membro della commissione. Non sapeva spiegarsene la ragione, ma io accertai subito che si era trattato di un malinteso e che, anzi, la prova era stata valutata positivamente. Sia io che Gianni non abbiamo avuto la possibilità di studiare musica; non ne avremmo avuto il talento, probabilmente. È però sorprendente la sorte che, diventati adulti, ci ha fatto entrare insieme in Conservatorio, io come presidente lui con suo figlio, come se avesse senso farlo nello stesso momento, per affrontare una nuova esperienza comune delle nostre vite parallele.

La notizia della morte di Gianni mi è arrivata a metà pomeriggio del primo maggio, mentre stavo leggendo sulla terrazza della mia casa La Ragazza che giocava con il fuoco di Stieg Larsson, il secondo volume della trilogia di romanzi gialli Millennium, che ha reso celebri lo scrittore svedese, morto poco più che cinquantenne, e la sua eroina, Lisbeth Salander, pirata informatico impegnata inesorabilmente nella lotta contro il marciume di Svezia. A informarmi che Gianni era caduto in montagna ed era morto (più spesso ci si ferisce, ci si rompe una spalla o una gamba, si dà modo agli amici di mormorare con affettuoso rimprovero “cerca di stare più attento” e poi di riderci sopra) è stato Pinuccio, cugino di Gianni e mio amico da sempre, con una telefonata di poche parole, definitive, che gli deve essere costata molto e che, riflettendoci dopo, ho capito che è stata un’impagabile prova di affetto, un atto generoso per evitarmi che venissi a saperlo chi sa da chi, chi sa in che modo. La prima cosa che ho pensato e poi ho cominciato a farfugliare, con un lamento interrotto da singhiozzi senza lacrime, è stato “povero amico mio, povero fratello mio”. Ed è quello che ho continuato a dire quando Ernestina e Ginevra, dopo i primi attimi di stupore e incredulità, mi hanno abbracciato per sostenermi e per sostenersi.

Gianni è stato davvero mio fratello. Non è un modo di dire, per significare un’amicizia grande, senza ombre e reticenze, se non quelle dettate dalla discrezione, che pure tra me e Gianni è sempre stata la misura che ci ha permesso di non urtare le convinzioni e i sentimenti dell’altro. È qualcosa di diverso. Un amico lo si sceglie, con un amico ci si intende ma con lui si può anche litigare mandando in frantumi l’amicizia, di un amico si ricorda quando ci si è incontrati la prima volta, un amico può esserlo in un momento della vita e non esserlo più in un altro momento. Un fratello non si sceglie, c’è sempre stato, con un fratello si questiona, ci si arrabbia, ma non finisce per questo di essere fratello; un fratello può essere il contrario di quello che tu sei, ma alla fine si scopre che c’è qualcosa di profondo, di naturale, che lo rende uguale a te, partecipe del tuo stesso corredo genetico, impastato della stessa pasta, segnato da uno stesso particolare nel muoversi, nel sorridere, nell’irrigidirsi davanti a una provocazione, nello sciogliersi per un cenno di simpatia. Mi è capitato spesso di essere scambiato per Gianni; è accaduto frequentemente quando tutti e due eravamo amministratori comunali, l’ultima volta è capitato – nel dicembre prima che Gianni morisse – quando ho prenotato la sala di un ristorante per la festa dei diciotto anni di Ginevra e ho sbirciato che il proprietario del locale appuntava sul suo taccuino, dopo la data e il numero dei coperti, “dr. Astrei”. Gianni a quella festa di compleanno non è venuto; né sono venuti Antonella e i ragazzi, per qualche impegno che a me non è parso così importante da giustificarli. Ci sono rimasto male e Gianni se ne è accorto. Non ne abbiamo parlato, né lo avremmo mai fatto anche se il tempo ce ne avesse offerto l’opportunità. Tra fratelli non bisogna spiegarsi, perché è il legame di sangue che spazza via le incomprensioni. Quando si è fratelli, lo si è per sempre. E bisogna aspettare solo che la consuetudine riprenda a scivolare, negli atti quotidiani della vita: una telefonata, l’invito a vedere insieme (“porta Mario Vito!”) l’ennesima partita della Juventus in Coppa dei campioni, con Gianni laziale sfegatato (e sulla sua scia i due figli, Angelo e Giorgio) che sopporta me e le mie sfrontate vanterie di vincitore dentro i calcistici confini nazionali destinato, però, all’umiliazione delle sconfitte europee, e perciò in quel momento di avvilimento finalmente più tollerabile. Sul mio cellulare ho ancora conservati gli ultimi messaggini che ci siamo scambiati per l’incontro di coppa Italia Juventus-Lazio, il 21 aprile, una partita che senza dircelo avevamo prudentemente deciso di guardare ciascuno a casa propria. C’eravamo incontrati qualche settimana prima, la sera del venerdì santo di una Pasqua bassa quando a casa di solito arrivano gli amici per vedere insieme la processione e passare qualche ora di chiacchiere che l’annuncio di primavera rende più leggere. È stata una serata strana e serena; Gianni mi è parso finalmente appagato; bella e senza asprezze la conversazione con Ettore, un nostro amico psichiatra, sulla facilità con cui in troppi  casi si invocano rischi psicologici per motivare scelte serie come quella di abortire. Ci ha raccontato del programma del Fiuggi Family Festival, senza nascondere la soddisfazione di essere riuscito a rendere concreto un progetto nato a casa sua, nei ragionamenti della sua famiglia, ma capace di mettere insieme l’opera di tante persone e di proporsi ormai come un evento di risonanza nazionale e internazionale. Ci siamo salutati, abbracciandoci lievemente con l’augurio di buona Pasqua. Una decina di minuti dopo ho sentito suonare il citofono; aveva dimenticato il suo cellulare ed era tornato a riprenderlo. È salito di nuovo a casa e abbiamo ripreso a parlare, indugiando come se ci pesasse di concludere il discorso. Poi, ancora un saluto. È stata l’ultima volta che ho visto da vivo mio fratello.

Quando Gianni ha compiuto i quaranta anni, Antonella ha avuto un’idea delicata. Ha chiesto agli amici più stretti di scrivere un pensiero dedicato al marito e ha raccolto in un album i biglietti che tutti le abbiamo mandato. Non ricordo se c’è stata una festa durante la quale il volume è stato consegnato a Gianni, né mi tornano alla mente quali siano state le sue reazioni, se abbia commentato, e con quali parole, questo straordinario pensiero di sua moglie. Angelo, alcuni mesi dopo la morte del padre, ha ritrovato – sopra un armadio, nascosto ma ben conservato – questo registro con la copertina di pelle, sulle cui pagine stanno bene incollati cartoncini, lettere, persino lo spartito di una composizione di don Giuseppe Capone, rettore del seminario cittadino, storico e musicista, che augura una vita felice e tanti successi. Ho riletto la lettera che avevo consegnato per l’occasione. È il racconto della infanzia passata insieme; si è trattato di un periodo breve perché Gianni, rimasto orfano di padre a tre anni, con la mamma Betta che non  aveva la possibilità di far crescere insieme lui e Angela, la sua sorella più piccola, era stato mandato quasi subito in collegio, prima a Trivigliano, poi a Cassino e, infine, a Roma, quando era diventato più grande e si era capito che impedirgli di studiare sarebbe stata un’ingiustizia da chiedere vendetta. Ricordo, nella lettera, l’ansia felice che mi prendeva all’arrivo delle vacanze di Natale, di Pasqua, di quelle estive, finalmente lunghe, quando nella nostra piccola cerchia di amici dello stesso vicolo ci domandavamo “è tornato Gianni?”, scrutando dentro la sua casa a piano terra, con la porta sempre aperta come quella di tutte le nostre povere abitazioni, alla ricerca di segnali della sua presenza. Erano attimi di felicità (ricordo oggi quelle giornate come illuminate da colori vividi, con un’associazione mentale che si spiega da sola) che però non duravano molto, perché Gianni le vacanze le passava lavorando, al seguito della nonna che portava il suo banco di lane e abbigliamento vario in giro per i mercati dei paesi vicini. Si alzava alle quattro e mezza, aiutava a caricare la macchina, poi arrivati a destinazione scaricava, dava una mano a montare il banco, Rientrava nel pomeriggio e subito correva a unirsi alle nostre partite di pallone, giocate sul campo che sarebbe poi stato trasformato in pallacanestro e che oggi è un parcheggio per le macchine. Sento ancora la contentezza del venerdì, perché il mercato si faceva ad Alatri e Gianni riusciva ad allontanarsi dal banco senza tanti problemi; lui era contento anche il lunedì, quando il mercato si trasferiva a Fiuggi, dove per attenzione al riposo dei turisti la carovana degli ambulanti non poteva presentarsi prima delle otto. A fine vacanze, Gianni si era guadagnato maglie di lana, pedalini, mutande, forse qualche camicia: insomma, quel poco che serviva a rinnovare l’essenziale guardaroba di un bambino che cresceva e che si era abituato da presto ad ottenere le cose con la fatica e il sacrificio, senza lamentarsi più di tanto ma, anzi fin da allora, pronto a volgere lo sguardo (e potrei raccontare tanti episodi e una confessione che ci scambiammo, ormai quasi ventenni, passeggiando su un prato impolverato davanti al centro Elis di Roma, dove lui risiedeva e studiava e io ero andato a trovarlo pochi giorni dopo l’inizio del mio primo anno di università) verso chi pensava avesse di meno e magari nemmeno una nonna da aiutare al mercato.

La nostra adolescenza – anche questo racconto nella lettera – è stata ravvivata da un sogno comune. Anzi, da un sogno di Gianni in cui egli aveva voluto, ed era riuscito, a coinvolgermi. In un campo, vicino alla chiesa della Sanità, appena ai margini del paese, Gianni aveva progettato di costruire un grande albergo; sarebbe stato il nostro impegno di adulti, l’attività che avremmo condiviso allungando un po’ il tempo della nostra prima giovinezza. Di solito, andavamo a camminare da quelle parti, a pomeriggio inoltrato quando il sole estivo accennava a impigrirsi, e fermi davanti allo spiazzo cominciavamo a descriverlo quell’albergo del futuro, che avrebbe risolto i problemi turistici della nostra città aprendola a uno sviluppo insperato. Nella nostra mente, infatti, i turisti di tutto il mondo non aspettavano altro per venire ad Alatri, che qualcuno trovasse il modo di accoglierli in un ambiente spazioso, pulito, sfavillante di modernità. Non saprei dire quando questo sogno sia sfumato in altri sogni, in altre ambizioni. Ne ho parlato con Antonella; lei pensa che il senso di quell’idea fosse la volontà di costruire insieme e che, perciò, a suggestionare Gianni fosse non tanto la cosa ma il come l’avremmo realizzata: il lavoro da fare insieme più che l’edificio da costruire. A me sembra che ci sia anche dell’altro; l’albergo è il posto dove si vive insieme con altri, è quasi un collegio in cui però si è liberi di fare ciò che si vuole. Può anche sostituire la casa, perché chi ci abita, sia pure di passaggio, per una notte ricostruisce la sua intimità, si sente protetto ma senza sorveglianti e tutori. L’albergo era la via d’uscita di Gianni, dai suoi collegi, dalle sue residenze studentesche; era il modo grazie al quale liberava il suo urlo di bambino che non voleva rientrare in collegio e separarsi dai suoi piccoli amici. Quell’urlo che Pinuccio, con parole secche che cercavano di sovrastare la pena, il pomeriggio in cui l’abbiamo vegliato nella camera mortuaria dell’Ospedale di Alatri, non lontano dal campo in cui doveva sorgere il nostro albergo, mi ha detto di avere ancora impresso nelle orecchie e nel cuore, dai giorni in cui insieme con gli altri cugini accompagnava i grandi che riportavano Gianni in collegio, lasciandolo in lacrime nell’atrio; quell’atrio che ricordo anch’io, celestino e grigiastro, pesante dell’odore della refezione abbondante di patate bollite.

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Io sono stato il mutuato numero uno di Gianni. Mi cancellai dal vecchio medico di famiglia, dopo avergli spiegato un po’ imbarazzato la ragione della mia decisione e il desiderio di comparire come capolista dell’elenco, che sarebbe poi diventato stracolmo, delle persone che da allora in avanti avrebbero messo nelle sue mani le proprie faccende di salute. Sono stati anni belli, Gianni finalmente viveva ad Alatri, dove aveva scelto di svolgere la sua professione di medico e la sua missione di uomo, accanto alla sua famiglia, con un’intesa straordinaria con Angela e il marito Umberto; sollecito alle necessità della madre, dei fratelli che Betta aveva avuto dal nuovo matrimonio; protettivo pur se in maniera più controversa nei confronti dello stesso secondo marito di sua madre, Ugo, un uomo del tutto diverso da lui e di cui però Gianni, mi confessò un giorno, non aveva né avrebbe mai dimenticato quel vaglia postale mensile che, minatore in Germania, gli aveva inviato puntualmente per aiutarlo nelle spese degli studi. È in questi anni che si iscrive alla Democrazia Cristiana e comincia a partecipare alla turbolenta vita di sezione di quel partito che ad Alatri era una sorta di partito-città, nel senso che raccoglieva la grande maggioranza dei voti elettorali e conteneva perciò nel suo seno anche l’opposizione, lasciando a tutti gli altri un resto che contava poco o nulla, nonostante gli sforzi che tutti insieme facevamo; dico tutti insieme, perché io ero uno dei dirigenti della minoranza socialista, consigliere comunale dal 1980, e posso essere buon testimone della frustrazione che ci prendeva, ogni volta che, sicuri di aver definitivamente inchiodato i democristiani alle loro responsabilità, alle loro omissioni, alle loro ribalderie, scoprivamo che i nostri concittadini a tutto questo non davano peso e continuavano ad affidarsi a quello che a noi, ma evidentemente solo a noi, pareva un gruppo di potere composto per lo più da persone inadeguate e rissose. Per questa ragione, pensammo di trovarci davanti a una svolta (che se fosse andata in porto ci avrebbe privato di molti argomenti polemici), quando Gianni venne scelto da alcune correnti democristiane come candidato per la carica di segretario cittadino. Ci fu il voto degli iscritti, con una divisione verticale che spaccò a metà i tesserati e un testa a testa che si concluse solo al ballottaggio finale, in cui Gianni fu sconfitto per qualche decina di voti sulle diverse centinaia che vennero espressi. Il suo antagonista vittorioso fu un tale che, più tardi, diventò anche sindaco della città e che adesso mi dicono sia residente in un paese latinoamericano, dopo aver molto contribuito al fallimento di una finanziaria della quale era riuscito a far diventare presidente onorario addirittura il vescovo della città.

La sconfitta non lo scoraggiò più di tanto. Forse perché quelli furono anche anni decisivi nella sua vita sentimentale e perciò pieni di tanto altro. Che si era innamorato di Antonella e aveva deciso di sposarla, rimettendo in discussione il proponimento di vivere in laico celibato, me lo annunciò mentre eravamo seduti su una panchina della passeggiata di Alatri, in una giornata che ricordo tiepida (e anch’essa colorata); ricordo anche la mia gioia, i miei incoraggiamenti, il sonetto licenzioso di Belli che gli dissi a memoria per stemperare la tensione che rischiava di superare il limite della nostra misura. Ma una sorpresa che non so definire diversamente da straordinaria fu scoprire, non so se quel giorno stesso o qualche tempo dopo, che Antonella era amica intima della fidanzata del fratello di Ernestina, la ragazza con cui mi ero fidanzato da non molto: amicizie e rapporti di luoghi lontani tra loro, inconsapevoli gli uni degli altri, che si incrociavano, come se ci fosse il disegno di allargare il perimetro della nostra amicizia, di moltiplicare i nostri punti di incontro. Ernestina gli sarebbe diventata amica, più tardi, direttamente e personalmente. E lo avrebbe avuto vicino, lo avrebbe sentito come uno capace di proteggerla e consigliarla sia nella fatica gioiosa di crescere i figli, sia anni dopo nella contingenza più dura della sua vita. Più di me o, almeno, come me. Io mi sposai a luglio, Gianni a ottobre, nell’anno 1989. L’anno dopo nacquero Angelo, a settembre, e Ginevra, a dicembre. Io, nel giugno precedente, ero diventato vicesindaco della città e Gianni, nella stessa giunta, assessore ai servizi sociali. Il prodigio era riuscito grazie all’alleanza della sinistra con una parte della Democrazia Cristiana, che si era presentata divisa alle elezioni e stavolta, anche grazie alla sagacia tattica delle opposizioni, non era riuscita a rincollare la frattura.

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Dal 1990 alla primavera del 1993, io e Gianni abbiamo lavorato gomito a gomito, incontrandoci ogni giorno per diverse ore al giorno, per la nostra città. È stato un periodo di cambiamenti, dopo decenni di bonaccia in cui ad Alatri nulla si era mosso nella geografia politica, con ruoli fissati come per sempre che a un certo punto si erano ribaltati spinti da una girandola di novità. Novità provenienti dal mondo, ma novità anche più modeste, locali. La nostra amministrazione, guidata da un sindaco democristiano – che credo in quelle vicende sia riuscito a dare il meglio di sé –  fu costretta a dichiarare il dissesto di bilancio, per i debiti accumulati negli anni precedenti. Le tensioni seguite al disvelamento di tante magagne provocarono polemiche, accuse e contraccuse, perfidie. Le cose che riuscimmo a fare furono comunque tante, a cominciare dalla messa a norma, approfittando delle vacanze estive, degli edifici scolastici comunali. Gianni si impegnò nel campo che gli era più congeniale, quello dei servizi sociali. Ricordo il suo progetto per sostenere le madri sole, con misure che allora a qualcuno sembrarono solo ideologiche e che adesso fanno parte del welfare comunale di ogni amministrazione che si rispetti. Capitò anche che il nostro comune fosse individuato dal prefetto di Frosinone tra quelli che avrebbero dovuto ospitare alcune decine di albanesi, di quella prima ondata di profughi che, liberati dalla dittatura paleo comunista degli epigoni di Enver Hoxha e attratti dalla società che avevano fino a quel momento conosciuto solo attraverso i programmi televisivi captati nonostante le censure del regime, si erano riversati sulle coste italiane chiedendo ospitalità e lavoro. La prima reazione del sindaco fu di rifiuto: la crisi delle casse comunali, la mancanza di alloggi adeguati, il timore di provocare altre polemiche in aggiunta alle tante che già scuotevano la città, costituivano buoni motivi dietro cui trincerarsi. Dopo averne discusso in giunta, continuammo a parlarne nella piazza sotto la sede comunale, ma a un certo punto Gianni mi guardò e, riferendosi alle ragioni di chi voleva rifiutare l’accoglienza, sbottò: “tutto vero, ma è giusto dire di no? E noi che ci stiamo a fare?” Dire di no, in realtà, sarebbe stato inutile e il prefetto, capimmo pochi giorni dopo, non avrebbe accettato nessuna obiezione davanti a un ordine perentorio del governo, che aveva deciso di distribuire questi primi immigrati in piccoli gruppi in modo fosse più semplice l’integrazione nelle zone di accoglienza. Ma io e Gianni, dopo quella domanda, cominciammo a cercare chi si sentiva di affittare case ai nuovi arrivati e chi avrebbe potuto dar loro lavoro. Scoprimmo che la disponibilità era più ampia del previsto, spesso motivata dalla semplice ragione che questa nuova manodopera, più accomodante e bisognosa di quella locale, faceva comodo ai tanti piccoli imprenditori edili operanti nella zona, che giungevano persino a offrire ricovero a buon mercato sentendosi garantiti dalla possibilità di prelievi diretti dalla busta paga (più o meno regolare) in caso di inadempienza nel pagamento dell’affitto.

Gianni

Gianni è stato sindaco di Alatri per pochi mesi, dall’estate del 1993 alla fine dello stesso anno, quando si dimise per il dissolversi di una maggioranza fragile che si era costituita per evitare le elezioni anticipate, che avrebbero complicato il percorso di risanamento amministrativo appena intrapreso, soprattutto per la tenacia mia, sua e di pochi altri. È un periodo che ricordo ancora con pena, per le tante cattiverie umane prima ancora che politiche di cui Gianni venne fatto bersaglio. È una pena che nasce dal fatto che fui io a insistere molto perché accettasse la candidatura, sulla cui opportunità in quel momento lui stesso nutriva molte perplessità. Non che non avesse l’ambizione di fare il sindaco, tutt’altro; ma coglieva più di me le insidie della situazione e prevedeva vita breve e accidentata per la sua eventuale Giunta. Lo convinsi, il giorno prima della seduta decisiva, durante una passeggiata a Trisulti, alle pendici della montagna dove è morto, che servì molto a rilassare la tensione che provavamo, e che a ripensarci oggi mi pare esagerata, sprecata. Quella stessa sera – lo dico per far comprendere il clima e segnalare il vuoto morale di alcuni, ma anche per sottolineare come veniva percepito Gianni dai suoi avversari – complice la trasmissione di una televisione locale uno dei più autorevoli sostenitori ufficiali della nuova maggioranza si presentò davanti alle telecamere e accusò il vescovo della nostra diocesi di non ricordo più quali colpe. Pensammo all’intemperanza di una persona che non era nuova alle intemperanze; in realtà – io l’ho capito dopo, non so se Gianni lo abbia mai capito, perché di quell’episodio non abbiamo parlato più – si era trattato di un agguato, concordato nei dettagli, per determinargli difficoltà, per frustrare il suo sentirsi espressione autentica del mondo cattolico e degli umori della curia, per spingerlo a una polemica interna al suo schieramento e per attirargli addosso il ridicolo anatema dei consiglieri comunali avversi, pronti a rimproverargli di avvalersi dell’appoggio di uno che aveva osato offendere il vescovo.

Gianni per partecipare alla seduta che sarebbe stata del suo insediamento era tornato precipitosamente dal villaggio turistico, in Calabria mi pare, in cui era andato con Antonella e i bambini piccoli (dopo Angelo era arrivato Giorgio). Mi confidò che aveva lasciato lì i vestiti estivi e di non averne di adatti da indossare nel Consiglio che l’avrebbe fatto sindaco. O, meglio, aveva in guardaroba solo un vestito pesante, cucito quaranta anni prima da suo padre Angelo, che era sarto. È un particolare che ho riportato a galla dal fondo dove se ne stava sepolto da non molto, una delle tante volte che nei mesi successivi alla disgrazia sono tornato con la mente a quella giornata. A dire la verità, temo di confondere; ho paura che Gianni mi abbia detto una cosa e io ne abbia capito o ne ricordi un’altra. Ma nella memoria ho netta la sua immagine, quella mattina, con indosso un completo pesante, dal modello classico e un po’ andato, mentre con esitazione si avvicina allo scranno più alto, salutato dall’applauso della sala; decine di persone che con affetto accompagnano i passi di quel quarantenne che protetto e abbracciato dal padre, il sarto morto a nemmeno trenta anni, diventa primo cittadino di Alatri.

Sento ancora pena, dicevo, pensando a quello che è successo nei mesi in cui è stato sindaco. Ma sono convinto anche che egli abbia saputo onorare il suo impegno in modo eccellente, cercando di attuare provvedimenti che senza sfuggire al rigore del risanamento evitassero un peso troppo grande per i cittadini più deboli. Se si guardano le delibere di quei mesi si trova riscontro puntuale di questo intendimento. Il suo obiettivo più ambizioso, però, era trasformare Alatri in una città a misura di bambino; una città, cioè, in cui tutti gli atti amministrativi, tutti gli investimenti, tutte le scelte si confrontassero con il disegno di mettere al centro dell’attenzione il bambino, simbolo concreto della vita che si afferma, chiede attenzione, esige risposte. Ci sarebbe riuscito, se l’amministrazione fosse durata più a lungo. C’è riuscito altrove, in altri modi, nelle tante cose che ha creato dopo, fino al Fiuggi Family Festival in cui si ritrovano un po’ tutti i progetti che sono stati il filo rosso della sua vita. Il suo dovere pubblico non lo ha sentito esaurito con la conclusione della sua parabola di sindaco e amministratore comunale. Nella primavera del 1994, pensammo anche di presentare una nostra lista alle elezioni comunali, ma ne parlammo appena, senza tanta convinzione. Forse avremmo potuto fare ancora qualcosa; soprattutto io che, a differenza sua, ho scelto di ripiegare un po’ sul mio lavoro (che è pieno di politica lo stesso, ma indiretta), almeno fino all’incarico di presidente del Conservatorio di Frosinone che Gianni aveva salutato con piacere. Con la soddisfazione di un fratello che si compiace del successo di un fratello.

 

 

 

 

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