libri e polemiche, memoria

Stéphane Grappelli. In una torre, la conclusione del suo viaggio

L’autobiografia di Stéphane Grappelli, il più grande violinista jazz del Novecento, è stata tradotta (dalla giornalista Paola Rolletta) e finalmente pubblicata in italiano. Si tratta di una coedizione tra l’Associazione Gottifredo – che ha acquistato i diritti dalla prestigiosa casa editrice parigina Calmann Levy – e Ottotipi, un editore romano specializzato in critica e storia della musica. Un “appassionante memoir” di viaggi, incontri, concerti che raccontano la favola di un ragazzo povero che grazie al suo strumento arriva alla celebrità, senza dimenticare le sue origini che cerca per tutta la vita e ritrova ad Alatri, una piccola città della grande provincia italiana. La mia postfazione.

Ad Alatri, a poche decine di metri dal suo monumento più importante, l’Acropoli preromana cinta dalle mura ciclopiche, c’è la torre Grappelli. Fa parte di un edificio che le pubblicazioni turistiche, a segnalare lo sviluppo e il compimento delle sue originarie evidenze medievali, definiscono il più elegante esemplare dell’architettura cinquecentesca dell’edilizia civile cittadina. Si confondono, però, e si impantanano nel vago quando passano a descriverne con esattezza la storia e la proprietà e, soprattutto, quando si ingegnano a spiegare se il nome dato alla torre si riferisca a una famiglia che ne abbia goduto il possesso, come verrebbe spontaneo supporre. L’incertezza è provata perfino dalla voce che al palazzo e alla torre viene dedicata da “wikipedia”, l’enciclopedia on line, redatta dal “basso”, che rievoca una rinascimentale famiglia Patrassi  e cita, qualche riga dopo senza chiarire il nesso, quella dei marchesi Grappelli da cui si fa discendere, attraverso il padre Ernesto, dicendolo nativo di Alatri, il grande Stéphane, nato a Parigi ma dunque con qualche goccia, o anche più, di sangue ciociaro.

Certezze non ve ne sono, e ad Alatri, paese che racchiude e difende gelosamente tutti i vizi e le virtù di una comunità rimasta attaccata alla sua provinciale “allure”, sulle origini di Stéphane Grappelli si discute da sempre, alla ricerca della prova “fumante”, del documento che provi un legame, un passaggio, un ricordo.

La discussione stranamente trascura quello che l’autobiografia – che qui pubblichiamo per iniziativa dell’associazione Gottifredo, la cura editoriale di “Otto Tipi” e dello storico della musica Vincenzo Martorella che della raffinata e coraggiosa casa editrice è l’ispiratore e il “patron”, nella bella traduzione di chi per prima l’ha scoperta e proposta, la giornalista Paola Rolletta – dice con nettezza: e cioè che il più grande violinista della storia del jazz, il fondatore dell’Hot Club de France, l’amico di Django Reinhardt si dichiarava certo delle sue origini alatrensi. E, con un trasporto che dovrebbe commuovere tutti gli abitanti dell’antico centro ernico, aveva scelto lui stesso di essere di Alatri.

Alcune pagine di questo volume che parla di Parigi, Londra e New York e di personaggi che più che alla storia appartengono alla leggenda della musica e dello spettacolo internazionali, raccontano dei ritorni di Stéphane ad Alatri e Trisulti, delle persone incontrate nella ricerca di notizie sulla sua vita prima di nascere, riportano alla memoria volti e nomi noti anche a noi, persone che sono state parte di una stagione di vita, a noi contemporanea, della nostra città. Ma nel testo manca ancora la prova essenziale della fondatezza di questo straordinario, testardo, disinteressato sentimento di appartenenza ostentato senz’altro fine che rivendicare un’àncora a una vita vagabonda (con il solo bagaglio di un violino, come dice il titolo originale dell’autobiografia). Essa, la prova, arriverà più tardi, cinque anni dopo l’uscita del volume nel prestigioso catalogo della Calmann-Lévy, quando un pugno delle ceneri che furono il corpo e perciò la custodia della musica di Stéphane Grappelli, vennero sparse, da chi ne aveva accolto il pietoso incarico, nel giardino della torre Grappelli: su questa privata cerimonia si è taciuto per decenni, per riservatezza forse, o forse per imbarazzo, per il sospetto di non aver dato significato a un atto, a un certificato, tanto assoluto e definitivo.

Stéphane Grappelli a Trisulti, con padre Attanasio e Gino Minnucci. La foto è stata scattata da Joseph Oldenhove

Di fronte a un “elettivo” patriottismo cittadino così sorprendente, per la levatura di un personaggio al quale il 19 novembre 2019 la municipalità parigina ha voluto intestare una targa che lo ricorda, da Alatri ci si attende oggi una risposta consapevole e generosa. Il progetto che abbiamo ideato, di cui la edizione di questo libro è il momento d’avvio, si avvale della collaborazione stretta del Dipartimento di Jazz del Conservatorio Licinio Refice di Frosinone, del quale non è fuori luogo sottolineare, in questa sede, che fu il primo nel nostro paese a inserire “strutturalmente” l’insegnamento del jazz nei normali percorsi di studio ordinamentali, e che da allora – eravamo al principio degli anni Settanta del secolo scorso – ne è uno dei luoghi accademici di più elevata qualità e capacità innovativa. Dopo il libro, infatti, si terrà un “workshop” sul violino jazz destinato ai giovani iscritti ai conservatori italiani che vogliano cimentarsi in questa disciplina, che si alimenta ancora oggi, a oltre venti anni dalla sua morte e pressoché interamente, del magistero di Grappelli. L’intenzione è di riproporre annualmente un’attività formativa e di ricerca che dia una “patria” ai giovani musicisti che coltivano una specializzazione con la quale attestano la versatilità di uno strumento dalla lunga storia ma, nelle previsioni dei pessimisti, dall’incerto futuro.  

L’autobiografia di Grappelli, scritta con l’aiuto di Joseph Oldhenove e Jean-Marc Bramy che del Maestro e dell’amico hanno sollecitato e raccolto le memorie, nella edizione francese, come abbiamo detto, si intitola letteralmente: “in viaggio solo con il mio violino per bagaglio” e, in effetti, è una storia di viaggi, di concerti tenuti in ogni parte del mondo, di incontri, tutti rievocati con la misura dell’affetto e della nostalgia, in cui non trovano spazio e peso né giudizi brucianti né rivelazioni sconcertanti. Il tratto del garbo, della mitezza, della buona educazione ne sono la cifra più marcata che rivela un’attitudine della vita. È anche, però, il racconto di una solitudine di cui il violino diventa l’emblema, oltre che un permanente tentativo di riscatto.  L’itinerante compagno di un ragazzo povero che, diventato adulto e famoso, cerca le sue radici per non perdersi, per comprendersi. E le rintraccia in una periferia della provincia italiana, dentro una torre che, forse per caso, porta il suo nome, pur depurato dell’ “i” finale francesizzata da un accento, spia della sua emigrazione e segno identitario, ridotto al grado zero, di un artistico vagabondaggio. Radici ben piantate in un giardino che adesso conserva – e sarà così per sempre – l’ultimo, resistente, sbriciolato sedimento materiale della sua anima.  

Nell’immagine in evidenza, digital drawing di Mario Ritarossi, “Ritratto di Stéphane senza violino”.

Stéphane Grappelli, “In viaggio con il mio violino”, Ottotipi e Associazione Gottifredo, pp. 192. Euro 20. Disponibile presso l’Associazione Gottifredo (ass.palazzogottifredo@gmail.com), e in libreria a partire dal 25 novembre.

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