autoritratto

Il povero Piero

Quello che mi sorprende, rileggendo il servizio che curai per “Rassegna Sindacale” (siamo nel settembre del 1983) alla notizia della morte di Piero Sraffa, il grande economista, amico e leale interlocutore di Gramsci nel periodo in cui il fondatore del Pci fu recluso nelle carceri fasciste, è il “tono” del box con un titolo che giocava un po’ – in modo che adesso mi sembra troppo disinvolto – sul ricordo del romanzo di Achille Campanile “Il povero Piero”. Allora, fresco di nomina, ero caposervizio cultura del settimanale della Cgil, diretto da Francesco Cuozzo, un giornalista che sarebbe approdato da lì a qualche anno alla redazione dei telegiornali della RAI. E il direttore, che improntava la sua linea politico-editoriale sulla denuncia delle “arretratezze” della sinistra (non credo che all’input fosse estranea la volontà di Luciano Lama, al tempo segretario generale della Cgil, proprietaria del periodico) mi aveva chiesto di capire perché Sraffa, del quale al momento della scomparsa tutti ammettevano la grandezza scientifica e l’importanza culturale, fosse stato fino a quel momento un “dimenticato”.

Questo spiega il titolo sul “povero Piero” (ripeto un po’ irriguardoso, visto il momento e, diciamo pure, la sproporzione tra la sua figura e me che ne scrivevo) che però non mi procurò reprimende da parte di nessuno (forse, semplicemente, il mio servizio sfuggì ai lettori, e in ogni caso l’articolo di apertura lo avevo lasciato, prudentemente, a uno specialista, l’allora giovanissimo ma già accreditato Mario Tonveronachi).

Ora che ho avuto l’occasione di rileggere queste pagine, riaffiorate dall’archivio digitale del giornale, debbo ammettere, però, che qualcosa di nuovo lo avevo scoperto e quindi il mio direttore poteva essere soddisfatto.

Avevo, infatti, intervistato Andrea Saba , un economista socialista, professore all’Università di Roma, che di Sraffa aveva tracciato un ampio ritratto qualche anno prima sul mensile “Mondoperaio”: lo studioso – di cui ricordo l’eloquio caldo e cordiale e gli occhi di padre che brillarono per un attimo parlando della primaverile bellezza della figlia – mi aveva spiegato perché la teoria economica sraffiana enunciata nelle quasi indecifrabili cento, o poco più, pagine di “Produzione di merci a mezzo merci” portava dritto a una critica serrata del modello di pianificazione sovietica. Ed era, perciò, una conferma argomentata della prevedibilità, che aveva alimentato l’angoscia solitaria del Gramsci antistalinista, della deriva dispotica che avrebbe inevitabilmente minato la costruzione del socialismo.

“La sinistra – mi aveva detto Saba, e io sull’affermazione ci avevo ricavato l’attacco del pezzo – ha preso in considerazione Sraffa solo come amico di Gramsci, ma ha completamente trascurato le implicazioni politiche delle sue teorie, e certo è assai singolare che nessuno si sia posto il problema di come utilizzare per una proposta politica quello che è stato considerato il più grande pensatore del mondo in campo economico”.

E da lì, l’ampia dimostrazione della sua tesi che, a rileggere l’articolo, mi pare di aver riportato con chiarezza. Cuozzo, comunque, ne fu soddisfatto, Saba si sentì bene interpretato, a me parve di aver fatto uno scoop.

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