memoria, Ritratti, viste e sentite

Appunti per un ritratto di Guido

Questo è un breve diario (tuttora in progress), che ho tenuto pubblicando brevi post sulla mia pagina facebook, di una ricerca su Guido Barlozzini, un intellettuale, che fu docente, poeta, traduttore, saggista, impegnato in politica, rimasto nella memoria di chi lo ha conosciuto direttamente e di chi di lui ha saputo grazie al racconto degli altri.

Di Barlozzini ho una immagine stampata nella memoria, accompagnata dal suono e, direi anche, dal ritmo della sua voce che sembrava immergere chi lo ascoltava nella profondità dei sentimenti. È una sua conferenza in un circolo cittadino, negli anni del mio liceo. Tema “Leopardi”, su cui egli aveva scritto un saggio, forse in dispense universitarie, “Introduzione alla Canzone Ad Angelo Mai”, pubblicato dalle Edizioni dell’Ateneo (La Sapienza) nel 1947, ancora per me introvabile.

Ricordo la conclusione della conferenza con la lettura del Frammento XXXIX dei Canti, che esordisce così: “Spento il diurno raggio in occidente,/E queto il fumo delle ville, e queta/ De’ cani era la voce e della Gente/ Quand’ella volta all’amorosa meta (…)”, e racconta di una giovane donna sorpresa da una repentina tempesta, che le procura sbigottimento e terrore fino all’improvvisa soluzione. “Ma nella vista ancor l’era il baleno/ Ardendo sì, ch’ alfin dallo spavento/ fermò l’andare, e il cor le venne meno./ E si rivolse indietro. E in quel momento/ Si spense il lampo e tornò buio l’etra,/Ed acchetossi il tuono, e stette il vento, /Taceva il tutto ed ella era di pietra”. Ho appreso dopo che questo frammento era caro al suo maestro, Giuseppe Ungaretti, e mi pare di ricordare che Guido lo presentò come una folgorante anticipazione della poesia più avanzata del Novecento. Ma ancora oggi mi risuona nella mente e mi emoziona l’eco della sua voce, il suo tono discendente, così come se si calasse nell’abisso del verso. Il tono – dico – con cui pronunciò, in una sala silenziosa e trepidante, “Taceva il tutto ed ella era di pietra”.

L’UNGHIA DI GUIDO (17 settembre 2025)

Quarantacinque anni fa, il 17 settembre del 1980, moriva Guido Barlozzini. In un modo quasi simbolico, salendo – lui docente la cui fama si è tramandata per generazioni di studenti – su un autobus che doveva riportarlo a Roma per l’inizio dell’anno scolastico, dopo il periodo di vacanze estive passato ad Alatri, la città in cui aveva insegnato e ricoperto il ruolo di consigliere comunale, eletto nelle file del PCI.

In questi ultimi mesi ho cercato di raccogliere quanto più possibile della sua bibliografia, che credo ormai di avere ricostruito nella sua interezza, perché penso, non da oggi, che Guido sia stato una figura esemplare di intellettuale novecentesco, capace cioè di coniugare studio, ricerca scientifica, scrittura con impegno civile: tutti vissuti con una dedizione assoluta, di cui l’attività di docente, universitario (rigorosamente “fuori ruolo”) e nei licei (il primo fu il nostro Conti Gentili, quando aveva 28 anni) è in un certo senso la sintesi.

La gran parte dei suoi libri è indirizzata, infatti, alla scuola e una rubrica scolastica egli tenne sul quotidiano Paese Sera, firmata con lo pseudonimo di Marzio. Ma la finalità “didattica” non diminuisce, semmai rafforza, la solidità e pertinenza intellettuale dei suoi libri e dà un’ulteriore sottolineatura alla sobrietà quieta di quest’uomo che non disdegnò il lavoro nelle “retrovie”, su qualsiasi terreno della battaglia culturale gli toccasse di agire.

Erudite, profonde, eleganti sono le sue letture di tre Canti della Divina Commedia, tenute a Roma a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, nella Casa di Dante (pubblicate dalla SEI, a distanza di qualche anno dall’evento). Inedite, finora, le sue poesie (forse Guido ci tenne più di quanto mostrò e si prodigò perché fossero conosciute), contenute nella raccolta “Il Cattivo Ladrone”, in un dattiloscritto prezioso una cui copia mi è stata data, recentemente e inaspettatamente, dalla professoressa Laura Mangiapelo.

Il testo che apre la raccolta ci dice tutto di Guido, delle sue attese, del suo atteggiamento e, soprattutto, del valore, letterario ma anche esistenziale, che a questi componimenti assegnava. È datato, Firenze 1976.

“Io non ti cerco, poesia: come un troppo bello viziato

da troppo facile amore aspetto che venga tu.

Ma aspetto e ti voglio bene, e quando credo sia tua

l’unghia che sfiora la porta, all’improvviso son io.”

L’APPELLO PER IL CATTIVO LADRONE (26 marzo 2025)

Versi che ogni tanto riafforano nella memoria e ogni volta che accade restituiscono la stessa emozione di quando li abbiamo letti la prima volta. A me capita da qualche giorno con una poesia di Guido Barlozzini che, forse per i tempi che corriamo, mi pare voglia ricordarmi la durezza della storia, la tentazione di considerarla sempre indomabile, ma anche la possibilità, con un atto di consapevolezza, di frenarne l’incedere oscuro e inarrestabile.

Sono versi tratto dal “Cattivo Ladrone”, un suo libro inedito che mi sono messo in testa di ritrovare e adoperarmi per pubblicare. I versi sono questi: “Lascia che il mare logori lo scoglio/e aiutalo nel lungo macerare./Ma se tra valve schiuse un bianco brilla/e trasalendo la beffa intravedi/ignara e solitaria d’una perla/ferma di colpo l’arco del coltello/abbi coraggio di gettare intatta/quell’ostrica, la gloria/malsicura d’un attimo:/abbi paura d’accettare l’attimo/che sfrena l’onda lunga della storia”. Cercando, ho trovato un articolo nella pagina dell’edizione romana dell’Unità del 31 dicembre 1980 – Guido era morto da tre mesi- siglato “e.v.” che parla di questo libro, senza precisare se si tratti di una stampa o un dattiloscritto (come credo).

Mi ha sorpreso che non compaia per esteso la firma del giornalista, e solo grazie al mio amico Michele Prospero, politologo e editorialista da sempre dell’Unità, ho accertato che si tratta di Erasmo Valente, all’epoca critico musicale del quotidiano comunista. Valente è morto più che novantenne nel 2012 e nel 1943 aveva studiato letteratura italiana a Roma con Giuseppe Ungaretti, del quale – l’ho ricordato altre volte – Guido era stato assistente per un decennio negli anni cinquanta del secolo scorso. Altre informazioni del libro (che raccoglie -come scrive Valente – poesie che vanno dal 1943 al 1976), non sono riuscito a trovarne. Almeno fino a oggi. Questo post serve per lanciare un appello: chi sa qualcosa del “cattivo ladrone” mi faccia sapere. Il libro merita di essere pubblicato e sono certo che troverei aiuti e consenso per farlo. A settembre, saranno quarantacinque anni della morte di Guido Barlozzini, intellettuale comunista, consigliere comunale di Alatri, studioso e critico di valore. E poeta. Ritengo sia un dovere cittadino – e di chi tiene al volto migliore del proprio passato – ricordarne la poliedrica figura, la generosità di docente, la militanza vera per una società giusta. (Nella foto, l’articolo di Erasmo Valente).

FUORI POSTO (6 settembre 2025)

In un post di qualche settimana fa avevo scritto che avrei cercato, e alla fine trovato, il volume inedito di poesie di Guido Barlozzini “Il Cattivo Ladrone”. Non ci sono ancora riuscito. Ma la ricerca mi ha portato a rintracciare altre opere di questo raro intellettuale che fu docente e consigliere comunale comunista ad Alatri negli anni Cinquanta dello scorso secolo.

L’ultima, dopo qualche peripezia bibliotecaria, l’ho scovata a pochi chilometri da Alatri, dove abito. È il prezioso volumetto “Tipi e funzioni del linguaggio belliano”, edito nel 1978 (due anni prima della morte dell’autore) e se ne stava rintanato negli scaffali della Biblioteca provinciale di Frosinone dalla quale l’ho ricevuto in prestito qualche giorno fa.

Sul frontespizio è contrassegnato come “pubblicazione donata da Massimo Sergio” (che non conosco ma, augurandomi possa leggermi, ringrazio di questo dono che è arrivato fino a me). Si tratta di poche e fitte pagine, interessanti, colte, scritte con lo stile degli studiosi di una volta, che affidavano al nitore della parola il frutto delle loro conoscenze, senza cedere mai a sciatte semplificazioni.

Tanto altro, però, ho trovato nella mia ricerca, per esempio una splendida “Introduzione alla letteratura moderna”, pubblicata dalle edizioni dell’Ateneo nel 1948, quando Barlozzini aveva appena ventisette anni (che – su segnalazione del mio amico Raffaele Manica – ho acquistato online da una libreria “vintage”), oppure la sua scheda storica “Vita e societa’ civile a Napoli alla fine del Settecento”, nel volume edito nel 1970 dalla Nuova Italia, nella collana Le Fonti della storia (curata da uno studioso, e giornalista culturale, che è stato anche mio collega, Alessandro Piccioni), oppure ancora – alla Biblioteca nazionale di Roma – il suo saggio “Il professore Ungaretti” che egli lesse nel Convegno internazionale su Giuseppe Ungaretti (svoltosi a Urbino nel 1979), pubblicato nel 1981 nel primo dei due volumi che ne raccolgono gli atti. Altri scritti ho trovato, ma il post rischia d’essere troppo meticoloso, rimando perciò il resto a prossimi interventi.

Una delusione (almeno finora) la debbo però anticipare: non ha dato frutto la ricerca di una raccolta di poesie, tra le quali risultano essercene anche di Barlozzini, intitolata “Il Melograno”, con la cura di Tonino Casatelli (stampata in una tipografia di Terni). Risulta nel Catalogo della Biblioteca nazionale, ne ho quindi chiesto la consultazione, ma dopo una breve e ansiosa attesa, è arrivato il duro e temo irrevocabile responso, “il libro non è al posto”. Spero sia in un posto giusto e di poterlo individuare, prima o poi. (Nella foto, la copertina del volumetto belliano).

NON LO TROVAVO, MI HA TROVATO (8 settembre, 2025)

L’altro ieri, su questa pagina, lamentavo di non essere ancora riuscito a trovare “Il cattivo ladrone”, la raccolta delle poesie di Guido Barlozzini, in dattiloscritto e mai pubblicata, che nessuno sapeva dirmi che fine avesse fatto. Ne aveva scritto, ben quarantacinque anni fa sull’Unità, Erasmo Valente, musicologo e amico di Guido fin dal tempo della comune collaborazione universitaria con Giuseppe Ungaretti. Il timore è che fosse andato smarrito, se in tutti gli archivi sembrava non aver lasciato tracce. E, invece, un paio di giorni fa, ricevo un messaggio della professoressa Laura Mangiapelo, figlia di Peppino, un compagno che mi è stato carissimo, e sorella della mia amica Lilia, che mi scrive “…ho trovato le poesie di Guido”. Le avevo chiesto un’altra pubblicazione, una lettura dantesca tenuta da Guido alla Casa di Dante di Roma negli anni sessanta, ma quella nella sua biblioteca non c’è. In un cassetto della sua scrivania ha trovato però “Il Cattivo ladrone”, fotocopia del dattiloscritto originario, dono dello stesso Guido alla sua amica Romilde Carinci, nonna di Laura, e da allora restata, seppure nascosta, in famiglia.

Laura, con generosità, mi ha prestato la copia e mi ha autorizzato a dare notizia del ritrovamento e delle circostanze in cui è avvenuto. Altro credo, potrà nascerne. Insomma ho cercato Il Cattivo Ladrone e, alla fine, Il Cattivo Ladrone ha trovato me. (nella foto, l’indice del Cattivo Ladrone).

IL MELOGRANO ERA AL SUO POSTO (11 settembre, 2025)

Era al suo posto ed è stato ritrovato, per consegnarmelo, dalle addette ai prestiti della Biblioteca Nazionale di Roma che, non essendo stata fruttuosa la ricerca con il catalogo digitale, sono andate a controllare il catalogo cartaceo per riscontrare poi che il volume era lì dove doveva essere e disponibile perciò per la mia richiesta di consultazione. Parlo de “Il Melograno” , che immaginavo una antologia di poesie di vari autori, tra cui Guido Barlozzini, curata da Tonino Casatelli e invece è una raccolta poetica dello stesso Casatelli aperta da una breve nota introduttiva di Barlozzini, piuttosto d’occasione, mi pare, anche se scritta con la solita eleganza e puntuale nel mettere in rilievo i punti di forza delle liriche sottoposte al suo augurio critico. “Il Melograno” è pubblicato in una collana di testi poetici curata da Enzo Maizza, giornalista e poeta lui stesso, per la Casa Editrice “Il Capricorno”: non indica quando è stato stampato, ma sulla copertina è segnato a matita l’anno 1960, credibilmente è questo, dunque, l’anno di edizione. Sono venti componimenti, divisi in due parti di dieci poesie ciascuna, intitolate L’infanzia e La guerra. Barlozzini scrive: “Potremmo definire questi due toni (purché non si equivochi, cioè non si prendano per temi): l’infanzia e la guerra: o, meglio, il ricordo di una pace perduta, e il disagio d’una pace malsicura”. (Nella foto, una pagina dell’introduzione di Guido Barlozzini).

LA SCUOLA DI MARZIO (14 settembre 2025)

Aggiorno il mio diario di notizie (e scoperte) riguardanti Guido Barlozzini, un intellettuale che, a studiarlo, regala tante perle di cultura e umanità. La sua è stata un’attività intensa, di storico delle idee, critico e saggista letterario, opinionista per riviste e quotidiani. Con, al centro di tutto, la vocazione di docente, impegnato nel rinnovamento della scuola, dei suoi contenuti didattici, delle sue strutture organizzative. Sfogliando – grazie alla biblioteca digitale della Biblioteca nazionale di Roma – le pagine digitalizzate di “Paese Sera” e scegliendo l’annata 1973 (in cui ho ritenuto, anche grazie al prezioso ricordo del figlio Sandro, pienamente attiva la sua collaborazione al quotidiano romano), ho trovato, già nei primi giorni di gennaio di quell’anno (governo di centrodestra guidato da Andreotti) articoli con la firma Marzio, in una rubrica dedicata alla scuola che poi prosegue, sempre con il gusto di una polemica alta (di cui si è persa forse memoria e sapore) il martedì di ogni settimana. Ne cito due, così come sono capitati, a rappresentare la cifra colta, consueta, del giornalismo di Barlozzini. (Nella foto, un articolo di Marzio).

Il primo affronta una questione di cinquanta anni fa con argomenti che sembrano calare giusti anche oggi. Partendo dai richiami all’ordine scolastico di alcuni presidi nostalgici del pugno di ferro, allora finalmente assecondati dal ministro dell’epoca (era Scalfaro, pensate – e sarebbe diventato un campione della sinistra appena venti anni dopo), Marzio notava lapalissianamente che non si può ricorrere all’autoritarismo per domare una rivolta contro l’autoritarismo, cioè alimentandone la ragione. Ma il suo racconto, in apertura, del preside fascista dimissionario va assaporato parola per parola.

Il secondo è un ragionamento sul “tempo pieno” (allora alle prime sperimentazioni) che per non essere solo una misura” assistenziale” avrebbe dovuto esaltare la sua finalità “educativa” e facilitare la “socialità”: perché – scrive Marzio – “il tempo pieno non è uno strumento democratico di per sé (non funzionano forse a “full time” gli aristocraticissimi college inglesi?), ma può diventarlo in forza dei contenuti che vi si calano” e – aggiunge – delle strutture adeguate che possono ospitarlo e incoraggiarlo. Contenuti e strutture, ma non è così anche adesso?

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