sociale

Dopo i voucher, il modello francese. Ma prima, domandate a Modena

Leggo, nei resoconti giornalistici della seduta del Consiglio dei ministri che ha deciso di abolire i voucher, che una delle ipotesi per sostituirli, in modo da avere uno strumento per regolamentare il lavoro occasionale e a domicilio, sarebbe l’istituto francese del “chèque employ service”. Me ne occupai, nel settembre del 2000, sia su Rassegna Sindacale (il mio giornaleche sul Sole 24 Ore (con cui collaboravo sui temi del welfare locale) illustrandone il funzionamento e i risultati di una sperimentazione che, in Francia, era iniziata nel 1993 fino al momento del passaggio a regime nel 1996.

Il “chèque employ service” è un assegno servizi con cui, nel paese nostro confinante, vengono pagati i lavori a domicilio: aiuto domestico, assistenza ai malati e agli anziani, baby sitting, sostegno scolastico, attività di giardinaggio. L’assegno compensa il lavoratore e gli garantisce la copertura degli oneri previdenziali e infortunistici eliminando alla radice (questo almeno nelle intenzioni) il lavoro nero. “Chi ha bisogno di aiuto – scrivevo nel mio articolo sulle pagine dedicate agli enti locali del Sole 24 Ore – per portare avanti il lavoro di casa può farsi consegnare dalla sua banca (ma anche dall’ufficio postale) un libretto di assegni composto da quaranta tagliandi, venti per pagare la prestazione e venti da inviare a un Centro nazionale incaricato di calcolare gli oneri contributivi da accreditare al lavoratore e da addebitare al datore di lavoro su un conto aperto nell’istituto che ha rilasciato i cheques”. “Ogni anno – spiegavo ancora – lo stesso datore di lavoro riceverà un cerificato con le somme sborsate che, allegato alla dichiarazione dei redditi, gli varranno una detrazione pari al 50% del totale,(fino a un massimo di 90 mila franchi)”. Stiamo parlando di parecchi anni fa, al tempo appunto dei franchi e non ancora dell’euro, ma questo assegno per il pagamento dei piccoli lavori aveva già superato felicemente i primi esami. Nel 1997 (un anno dopo l’entrata a regime) i fruitori degli assegni di servizio erano stati 400 mila (un terzo in più che nell’anno precedente) ed erano stati utilizzati da 857 mila nuclei familiari, con una durata media settimanale del lavoro di sei ore, procurando un equivalente di impieghi a tempo parziale stimati, dagli esperti del Centro nazionale incaricato del calcolo, in 160 mila. Nel marzo del 1998 i datori di lavoro erano diventati 471 mila, i lavoratori remunerati con l’assegno 283 mila, le ore lavorate 8 milioni e mezzo. Interessante era anche la tipologia dei lavori svolti, rilevati durante il biennio sperimentale: per i due terzi si era trattato di lavoro nuovo (o emerso), per l’altro terzo di rapporti di lavoro già esistenti ma prima regolati contrattualmente in modo diverso.

Aggiornerò questi dati, per capire cosa è successo fino ai giorni nostri. Ma alcune cose posso dirle già da adesso e forse hanno una loro utilità nella discussione che si è aperta e che, di sicuro, non si fermerà tanto presto. L’informazione sugli “chéque” francesi l’avevo ripresa da uno studio promosso dal Sindacato pensionati della Cgil modenese e ne era stata l’autrice una ex sindaca della città emiliana studiosa della materia, Alfonsina Rinaldi. La ricerca sollecitava il comune ad adottare questo ticket per pagare i servizi di assistenza domiciliare, vista l’esplosione del bisogno in una città che diventava sempre più vecchia. Il modello francese era esplicitamente richiamato nella proposta, con una importante variazione consistente nell’intervento finanziario del comune stesso volto a colmare il gap tra valore facciale del ticket e prezzo di vendita, inferiore per favorirne la scelta da parte dell’anziano o della sua famiglia. La speranza era che il nuovo istituto servisse a riorganizzare il “mercato sociale” stimolando investimenti privati, ma anche il comune prometteva, con l’assessore ai servizi sociali dell’epoca, un consistente intervento monetario.

Altri tempi, anche qui approfondirò come è andata a finire. Ma forse sarà utile sapere che quella proposta, nata nella fucina di innovazione sociale che per molti anni è stato il sindacato dei pensionati della Cgil, trovò una prima decisa opposizione proprio nella Cgil territoriale, sospettosa di uno strumento che temeva potesse essere il grimaldello per cambiare i connotati al sistema consolidato di relazioni sindacali, basato sul ruolo centrale (e il ministro Poletti non lo avrà dimenticato) delle imprese cooperative sociali.

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