libri e polemiche

Caro Francesco, populista immaginario

Caro Francesco,

ho letto il tuo pamphlet (“Benedetti populisti”, Il Giornale, Fuori dal coro) con attenzione, ritrovandoci tutti gli umori di quella scrittura capace di coinvolgere che ho avuto modo di apprezzare nei tuoi post sulle amministrative di Alatri pubblicati su discorsoincomune e, più recentemente, sulle elezioni americane, a proposito delle quali hai saputo proporre analisi non scontate.

Questa attestazione di stima, che metto qui quasi a esergo, la ribadisco perché non voglio che tu pensi sia adesso menomata dalle mie perplessità su “Benedetti populisti” in cui trovo, invece, di convincente solo la scrittura, la capacità di raccontarla giusta ma al servizio, questa volta, di pensieri e argomenti che mi paiono molto deboli.

Intanto non credo che la coppia “élite/popolo-populismo” abbia sostituito quelle più classiche, come destra/sinistra, vecchio/nuovo, conservazione/innovazione, ecc. Non esiste – io credo – né è mai esistita nella storia degli ultimi due secoli e più, nel lento e contraddittorio processo di formazione della democrazia occidentale moderna (quella alla quale guardiamo e su cui discutiamo), una separazione tra l’una e l’altro, perché le élite, cui spesso si deve la capacità di guardare più in là del momento, hanno vinto quando sono diventate popolo, quando sono riuscite a misurarsi con gli umori “bassi” della gente, dal momento che il compito della politica è proprio quello di creare procedure, meccanismi, valori che civilizzino le società e impediscano loro di chiudersi nei rancori, nelle paure cercando solo conferme alla ricerca di un’identità che in realtà non esiste mai una volta per tutte e sempre uguale a se stessa: di fronte a reazioni di questo tipo, mi torna sempre in mente un distico di un poeta “maledetto” (per la sua vita “diversa”) del novecento italiano, Sandro Penna, che scriveva, rivolgendosi a quelli che definiva moralisti, “il mondo che vi pare di catene, tutto è intessuto di armonie profonde”, e queste armonie sono la trama che sempre si rinnova della nostra identità (individuale e collettiva).

Basare il ragionamento su uno scontro tra élite e popolo, o meglio tra elitarismo e populismo, porta a incorrere in grandi equivoci. Perché mai, per esempio, Donald Trump sarebbe rappresentativo del popolo dell’America profonda che combatte le élite newyorchesi? Solo perché al momento dell’insediamento afferma che il potere, con lui, passa non da un presidente all’altro ma da Washington al popolo americano? Non si tratta, forse, dello stesso Trump che come primo atto mette in “standby” o revoca il “Medical care” obamiano che ha allargato i beneficiari dell’assistenza sanitaria erodendo un po’ di potere alle assicurazioni, quelle che deprechiamo se guardiamo un film come Erin Brockovich e che certo stenteremmo tutti (anche tu che hai una vera e netta cultura politica sociale) a considerare corifei del popolo evocato dal primo articolo della Costituzione americana? E non si tratta del plurimiliardario (accusato di essersi sottratto al primo dovere che un ricco ha nei confronti delle persone più povere del suo paese, e cioè la lealtà fiscale) che nomina nel suo governo tre esponenti provenienti dalla Goldman Sachs, un gruppo finanziario che sulla devastazione economica e sociale di questi nostri anni ha più di qualche spiegazione da dare?

Non si può, io credo, rinunciare all’esercizio della capacità (che in te è evidente e acuta) di operare distinguo, di muoversi con la vista chiara in un mondo che è confuso ma non indistinguibile. Come dice Papa Francesco (anche lui – mi ha chiesto a bruciapelo un nostro amico comune –  un populista?), aspettiamo per giudicare, chiediamoci – in attesa di prove, dati e risultati – se scegliere “acquista americano e assumi americano” sia una politica il cui asse strategico è nella riconciliazione con il popolo “interno” trascurato e tenuto ai margini della globalizzazione o non sia, piuttosto, una scelta che esalta la forza americana in una versione protezionista che esclude il popolo, i popoli delle altre parti del mondo, e che salvaguarda (ma forse dice solo di farlo) i salari degli operai del Midwest, chiudendo gli occhi davanti alle miserie degli ultimi che stanno ai confini della grande America dalla quale essi vorrebbero atti di responsabilità e condivisione, non di esclusione e rifiuto.

francesco_boezi

E poi che c’entra nel discorso l’autocrate Vladimir Putin? Quale è il popolo che interpreta e riscatta, quale è l’élite “politically correct” che egli combatte e lo porta di diritto a iscriversi in capo alla lista dei populisti? È forse sufficiente a rendere accettabile quell’autocrazia – a noi, a te, che non accetteremmo mai che nessuno usurpi un nostro diritto in nome di una congetturata opinione maggioritaria – il fastidio per le procedure e le inevitabili lentezze, e persino vischiosità, della democrazia? O l’ostilità – che in quella sfortunata temperie rischia sempre di esercitarsi in modo non innocente e di degenerare nella brutalità omicida – espressa, per esempio, nei confronti di una giornalista come Anna Politkovskaja, sicuramente da definire elitaria nell’ottica che con eccessiva facilità assumi?

Qui certo c’è da chiarire che l’esportazione anche con le armi in pugno della democrazia, come la intendiamo e l’abbiamo costruita noi, non è una scelta giusta, non c’è una forma unica di democrazia e imporne un modello universale rischia di tradursi in un atto di imperialismo mascherato da generosità. Ma, qualunque ne sia la forma prescelta, sembra difficile considerare sistemi democratici solo diversi dai nostri quelli che opprimono sistematicamente le minoranze, torturano ed eliminano gli oppositori, rinchiudono in carcere o espellono i diversi, anche quando tutto questo dovesse trovare il consenso del popolo, della maggioranza, persino della quasi totalità (ti anticipo: come nella Cuba di Fidel Castro che, quanto a populismo, mi pare non abbia temuto confronti), peraltro sempre solo supposte.

Avrei anche altre obiezioni da muovere sulle tue considerazioni sul lepenismo francese o sul movimento Pro Life italiano che credo profondamente diversi l’uno dall’altro: penso – se non prendo anch’io lucciole per lanterne – che abbiano, per esempio, atteggiamenti e convinzioni opposte su un punto chiave da cui discendono molti dei ragionamenti sul populismo dei nostri giorni, sulla realtà cioè dell’immigrazione e sui doveri delle nostre società nei confronti dei rivolgimenti che essa determina. Non le esprimo, non aggiungerei molto alla critica fondamentale che ti rivolgo, e cioè di guardare con occhi ideologicamente limitati e condizionati da una tesi falsamente onnicomprensiva alle grandi questioni del mondo e di operare una ricostruzione di comodo (che naturalmente ha elementi di verità) degli schieramenti politici che si muovono in Europa e oltre: i populisti e i “sovranisti” che sono la nuova destra, attenta al bisogno e ai sentimenti del popolo minuto, e gli elitari, attenti solo alle loro comodità e pronti alla generosità purché a spese degli altri, che sono la sinistra, la quale nell’identificare nell’Europa, dopo il crollo dei blocchi, il suo campo d’azione, si sarebbe resa corresponsabile del più grave atto di espropriazione della sovranità popolare effettuato in questi anni.

Non sono tra i fanatici dell’Europa comunque sia, credo che la sostanza sociale di una costruzione politica e istituzionale sia decisiva per il giudizio su quella costruzione: è questo che oggi, per come è giunta al punto attuale della sua storia, me la rende lontana, come sento lontani e insopportabili i diktat di una burocrazia che sta uccidendo, o forse ha già ucciso, gli orizzonti del manifesto di Ventotene. Il vuoto democratico, aperto dalla delega affidata senza alcuna verifica di consenso a una casta di euro burocrati o, in altra dimensione, ai sacerdoti della finanza internazionale (che potrebbero salvare il mondo dalla fame e riscattarlo dalla miseria solo se volessero e invece non lo fanno semplicemente perché non rientra nella loro “missione”) lo avvertiamo tutti. Ma questo vuoto non lo si può riempire con una prospettiva neoperonista, con la ricerca di un leader che nella sua retorica decisionista e autoritaria  semplifichi, almeno all’apparenza, la complessità di questo mondo. Non penso che Trump, Lepen, Putin o, da noi, un nuovo Berlusconi possano essere la risposta che tu ed io, con la stessa ostinazione, cerchiamo. Il vuoto democratico, i deficit della democrazia rappresentativa, messa a dura prova dalla fine delle letture unificanti della società (è utile leggere, in proposito, il saggio del sociologo William Davies – pubblicato in Italia da “Internazionale” – sulla crisi di quella operazione “elitaria”, e perciò oggi anch’essa assai contestata , di conoscenza della realtà che risponde al nome di statistica), si riempiono moltiplicando le reti della democrazia, trasferendo dentro il processo delle sue decisioni il popolo, ridando pienezza di senso alle scelte, in modo che gli individui, ciascuno di noi, possano riconoscervi l’eco di una comune preoccupazione, convincendosi a puntarvi sopra la propria posta. È il processo del popolo che si fa élite, abbandonando il populismo che non ha futuro, nemmeno quando vince.

 

 

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