viste e sentite

Passaggio a Pelonga

La prima volta che ho visitato Pelonga (da un originario Spelunca) è stato attraverso le pagine del libro scritto da Angelo Boezi (nel suo passato di studioso di mille conoscenze e curiosità c’è una rilevante esperienza di scavi e studi archeologici) con la collaborazione di Giulio Rossi, un apprezzato medico che è stato anche assessore alla cultura del comune di Alatri.

Un saggio notevole (pieno di spunti polemici, condotti sul filo dell’ironia e del garbo che però non fa sconti sulla sostanza delle questioni in gioco) che propone una lettura e un’interpretazione nuove di un sito finora considerato una sorta di insediamento fitto di casematte militari o rudimentali rimesse agricole di cui nessuno, per quanto possa sembrare incredibile, si era posto la domanda su chi e perché le avesse costruite.

E ciò nonostante che la presenza, nella stessa area e nelle immediate vicinanze, di un ampio tratto di mura megalitiche e dei resti di una villa romana e di una chiesa alto medievale dovesse quanto meno suggerire il sospetto che la zona potesse avere avuto nel passato un rilievo topografico e urbanistico non trascurabile, posta al di sopra di una vallata che fu un lago probabilmente in età protostorica e successivamente una obbligata via di collegamento con l’Urbe.

La seconda mia visita a Pelonga  l’ho fatta, insieme con un gruppo di amici (le foto qui pubblicate sono di Eugenia Salvadori, storica dell’arte e  figlia di Luca e Tiziana, due dei partecipanti), domenica 15 ottobre, con la guida di Angelo e Giulio e con le ricche spiegazioni storico-archeologiche del primo.

Centinaia di accumuli di pietrame che segnano, nella contrada di Alatri di Monte San Marino, “i versanti sudoccidentali di Monte Lungo e di Monte Capraro”. Si è detto finora che fossero costruzioni recenti dei contadini o addirittura cumuli casuali di pietre accatastate per sgombrarne i campi. Per altri, pur fregiati di titoli accademici e robusti cursus honorum di studi archeologici, si sarebbe trattato di casupole innalzate per imprecisati scopi militari durante la seconda guerra mondiale; ad Angelo e Giulio sono sembrati, invece, e già dal primo momento in cui hanno cominciato a studiarli, “un vasto complesso di sepolture preistoriche o protostoriche” da indagare, anche per comprendere meglio “il popolamento del Lazio centro-meridionale pre-romano”.
Le tombe hanno una struttura che si ripete, una cameretta esterna, probabilmente a protezione della sepoltura vera e propria, interrata. “L’ipotesi che la camera interna dei cumuli maggiori sia funzionale ai lavori necessari per le inumazioni è corroborata dal fatto che, nel cumulo circolare di Monte Lungo, il soffitto della camera è più alto dell’apertura di accesso. Evidentemente per consentire all’interno uno spazio operativo sufficiente”.

I cumuli di pietra possono avere una funzione istituzionale, sacra. Segnano un possesso, costituiscono la superficie di un altare per la celebrazione di riti propiziatori.

Le foto rendono l’idea dell’importanza del luogo e delle costruzioni. Due sono le emergenze: La prima è quella di tutelare l’intera area, per evitare che, ora che si conosce, sia meta di scorribande, furti, devastazioni. E per questo un ruolo determinante deve essere riconosciuto ai contadini che abitano, hanno proprietà e lavorano nella zona. La seconda è che venga progettata, finanziata e realizzata una campagna di scavi per arrivare a risolvere i dubbi e accertare, con l’evidenza di ciò che il sottosuolo rivelerà, se l’ipotesi, sostenuta nello studio con argomenti convincenti, sia veritiera.

Già da adesso, però, una visita a Pelonga dovrebbe entrare nel giro turistico cittadino. Insieme con l’Acropoli, le mura ciclopiche, il Cristo del labirinto, le chiese romaniche, i resti dell’acquedotto e del Portico di Betilieno, la Madonna di Costantinopoli e Santa Maria Maggiore, la Badia di San Sebastiano e dell’incontro tra Servando e Benedetto, la Grangia di Tecchiena, il Palazzo Conti Gentili con i suoi “incunaboli” e le preziose attrezzature scientifiche e didattiche, il Campo delle Fraschette e tanto altro ancora. La “ricetta” è mettere insieme, per valorizzarlo, un patrimonio di cui – lo rileviamo con sorpresa e vergogna – conosciamo poco, mentre partendo da ciò che ci racconta potremmo elaborare una “narrazione” nuova, avvincente della nostra città. Cominciando da quello che vogliono dirci, e solo ora cominciamo a capire, i cumuli di pietre di Pelonga.

 

 

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