Ritratti

La necessità del corniciaio

Un corniciaio convinto che “un quadro senza cornice è come l’anima senza il corpo”, un gruppo di amici e di artisti che fondano un’associazione per realizzare il loro sogno di cambiare – con la cultura e l’arte – Alatri, una cittadina della nostra grande provincia italiana. Una storia “minore”, raccontata per i lettori de “L’Inchiesta” e riproposta, oggi, per quelli del nostro blog. 

Nell’ultima domenica di questo mese di agosto, a conclusione dell’estemporanea di pittura che, sempre in questo periodo, ormai da qualche anno viene organizzata ad Alatri da un’associazione di artisti che si chiama (e non solo per risultato dell’acronimo) “Acta”, verrà assegnato un premio speciale dedicato alla memoria di mio padre. Toccherà al pittore o alla pittrice che, a giudizio di una giuria di esperti, avrà dipinto un quadro che sarà riuscito a catturare un aspetto inedito, uno scorcio inusuale della città. La motivazione del premio rendiconterà in breve il perché.

Nella dedica dell’attestato in pergamena (preparato dalla decoratrice Michela Fanfarillo) verrà scritto: “In memoria di Mario Tarquini (1926-1984) che primo aprì, in Alatri, una bottega di cornici e articoli di belle arti”. È così, la dicitura è veritiera, rammenta un’attività avviata all’inizio degli anni sessanta del secolo scorso; prima di allora ad Alatri non c’erano mai state botteghe dello stesso tipo, nonostante in città non mancassero, né siano mai mancati, artisti e cultori dell’arte, e perciò committenti di cornici e consumatori di pennelli, tele e colori, che è l’altro modo di spiegare, passando per sineddoche dall’astratto al concreto,  cosa sia un articolo di belle arti. Non saprei dire chi facesse le cornici per gli alatrensi prima che mio padre decidesse di aprire  il suo negozio (lo chiamava proprio così, quasi che dicendo negozio potesse intendersi non solo l’attività svolta ma anche il commercio verbale che intorno a questa si sviluppava, con gli amici che presero presto l’abitudine di passare lì i pomeriggi per ragionare d’arte e di politica locale mentre lui, il capo bottega, allineava le aste delle cornici per far riuscire ben calibrato e limato l’incastro). Probabilmente i pittori, le cornici, se le componevano da sé e i professionisti che avevano qualcosa da incorniciare, qualche quadro più ambizioso delle comuni e diffuse riproduzioni di santi e madonne che si vendevano già incorniciate, si servivano di corniciai di altri centri più grandi o di falegnami del posto, ben disposti a soddisfare un bisogno fino a quel momento sommerso nella sua piccola nicchia di mercato, da cui lo aveva scovato l’ansia imprenditrice di mio padre. L’apertura della sua bottega fu, perciò, un piccolo avvenimento epocale, con un suo rilievo che – ora che ci penso con la memoria addolcita dai leggeri morsi nostalgici del sempre irrisolto rapporto tra genitore e figlio maggiore – potrei definire “sociologico”. Una sorta di rivoluzione in sedicesimo che, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, offriva alla portata di tutti questo minimo lusso del quadro incorniciato, preceduto dalla fase della scelta tra campioni, dorati, in legno semplice, colorati, intagliati, sempre più vari e ricchi cui i clienti della bottega attendevano guidati dalla maestria del corniciaio mio padre che sapeva indirizzarli alle soluzioni più eleganti, non sempre ma spesso le più costose, come per coscienza soleva precisare.

 

(Nelle foto, momenti dell’Associazione Artisti Alatrensi. Nei due ritagli centrali si riconoscono – nel primo – Luigi Tarquini, Alfio Igliozzi (“Il Veneziano”), Franco Passeri, Ferruccio Papitto, Guglielmo Calabrese (acquarellista); nel secondo il sindaco Carlo Costantini e il Vescovo Vittorio Ottaviani che inaugurano una mostra dell’Associazione)

All’inizio io, che avevo allora appena dieci anni, non riuscivo a capire questo mestiere nuovo che mio padre aveva introdotto nel consacrato e immutabile registro dei lavori artigiani del paese, anzi mi sembrava una diminuzione; mio padre, infatti, era falegname e di famiglia di falegnami, i più rinomati ad Alatri. Ancora ai nostri giorni, i frutti del loro mestiere, sospeso tra artigianato e arte, si possono guardare e apprezzare: i portoni ben rifiniti dei palazzi della nobiltà cittadina, allineati lungo i corsi principali del centro storico, la scala di legno che, nella splendida chiesa gotico – romanica di Santa Maria Maggiore, porta al campanile, innalzata ad incastro, senza un chiodo eppure inamovibile non so da quanti decenni, i solidi parquet degli appartamenti delle famiglie benestanti, montati dopo aver lasciato stagionare il legno prima di tagliarlo e segarlo a liste o listoni. Non riuscivo, dunque, a capacitarmi di come da un mestiere così nobile (e io mi figuravo, proiettandomi nel futuro, a capo di una bottega in fervida attività, capace di esportare i suoi manufatti non seriali in ogni angolo d’Italia) mio padre si fosse acconciato ad autoridursi al livello di un semplice incollatore di aste, dove certo valeva l’abilità di far combaciare gli angoli e pulirli di ogni ruvidezza, evitando scheggiature ed abrasioni, ma a voler fare un paragone era come se un celebrato chirurgo tutto a un tratto avesse accettato di prestarsi ad operare da infermiere, che pulisce e disinfetta le ferite ma non può certo azzardarsi alle incisioni più profonde e di precisione. Il corniciaio, insomma per me e per la mia effervescente e malinconica immaginazione di bambino, era, proprio ad essere buoni, un parafalegname, l’espressione plastica del travisamento colpevole della missione della “gens” cui mio padre aveva osato derogare.

sebastiano

(Sebastiano Ritarossi in un’estemporanea di pittura)

Tutto questo, però, per poco. Presto, infatti, cominciai a capire che quel lavoro aveva una sua ragione, sue regole, una sua necessità. Quella che in alcuni festoni distesi nella nostra bottega (ma anche in tutte le botteghe di corniciaio che io abbia visitato da allora fino a oggi) è sintetizzata in una frase di Van Gogh (o a lui attribuita), “un quadro senza cornice è come l’anima senza il corpo”, che riverbera sulla cornice, e su chi se ne cura, un lampo della potenza creatrice dell’artista, dando ad essa un accessorio che la completa e al suo autore un barbaglio della dignità del co-creatore. Nella bottega di mio padre, poi, non si incollavano solo cornici, ma si restauravano tele e mobili antichi che richiedevano abilità tutt’altro che ordinarie. La prova decisiva la ebbi, tuttavia, solo parecchi anni più tardi, quando mio padre, in collaborazione con il suo amico più caro, Sebastiano Ritarossi, un pittore autodidatta, scontrosamente chiuso nelle prudenze di una modestia che gli ha negato le glorie e i riconoscimenti che avrebbe meritato, costruì una imponente cornice per la settecentesca pala di altare custodita nella Collegiata di Santa Maria Assunta di Acuto. L’opera – per una composizione in olio su tela che raffigura l’Assunzione della Vergine, alta oltre tre metri – gli venne commissionata grazie ai buoni uffici di Teresa Monti, una pittrice che si cimentava allora nelle prime prove ma già era entrata nel giro degli artisti che frequentavano la nostra bottega di cornici e colori, e quando andai a vederla, posta dietro l’altare maggiore della chiesa, nel suo allestimento finale progettato dall’allora giovanissimo, e oggi apprezzato artista e docente di pittura, Mario Ritarossi (figlio di Sebastiano) mi si rivelò, restituendo certezze alle mie convinzioni, che davvero una cornice poteva dare corpo a un’anima e che il corniciaio poteva essere il confidente e imprescindibile complice di un pittore.

 

(la cornice di Santa Maria Assunta di Acuto)

Quella bottega, comunque, restò aperta più o meno per venticinque anni, alla morte di mio padre fu tenuta in funzione, per affetto più che per interesse, dai miei cognati e passò poi al suo allievo e apprendista, Massimino Di Stefano, che fa il corniciaio anche ora. Essa, in quel suo primo periodo d’oro, fu anche un circolo, un cenacolo di artisti: dalle conversazioni dei suoi frequentatori più abituali nacque l’idea di costituire un’associazione che si chiamò “Associazione Artisti Alatrensi” che organizzò estemporanee, retrospettive, mostre mercato lungo corso Cavour e corso Vittorio Emanuele (ricordo che gli ideatori si compiacevano, senza ironia, vantando: “è come via Margutta”), presepi viventi e, alla fine, un coro, il coro dei Monti Ernici –  verrà diretto per lungo tempo da mio zio Luigi Tarquini – che, mutando nome, è restato fino a oggi dando continuità a una passione disinteressata che ho sempre ammirato.

L’idea di un premio dedicato alla memoria di mio padre mi è venuta parlando con i miei famigliari delle attività dell’associazione Acta, dei suoi pittori e delle sue pittrici, delle sue decoratrici, dei suoi scultori del legno, della sua coraggiosa iniziativa di aprire botteghe artistiche in un centro storico pressoché inanimato, con l’obiettivo di rianimarlo in forza dell’arte, certo di diverse finezze, prodotta tra le sue mura e i suoi vicoli. Frammenti di via Margutta, esplosi dalle fantasie e dai sogni di mio padre e dei suoi amici sessanta anni fa, arrivati a depositarsi nei sogni e nelle fantasie di chi oggi, senza averlo saputo, ne raccoglie, ne ha raccolto, la modesta e buona eredità.

 Nella foto del titolo, da sinistra, in piedi padre Alfredo Spigone (poeta di “Fiorellini di prato”), Mario Tarquini che conversa con (seduti) don Enzo Rossi e il preside del Liceo classico Conti Gentili Alessandro Sarandrea, matematico illustre. L’occasione è la rappresentazione della Lauda di Jacopone da Todi, l’8 e il 9 aprile del 1979 nella chiesa di San Francesco, di cui fu curatore Settimio Boezi, docente di italiano nel Liceo classico.

 

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