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Il pozzo delle nostre paure

Ho sempre avuto paura dei laghi. Nella camera da pranzo della minuscola casa di mia nonna, che nel ricordo è una specie di labirinto in miniatura cresciuto lungo un corridoio che mi sembrava lunghissimo e tortuoso e invece – a guardarlo da adulto – era di pochi metri, c’era affissa la riproduzione di una barca isolata in uno specchio d’acqua agitato, tratteggiato con quelle che nell’originale dovevano essere pennellate di un azzurro fosco, cupo, che io identificavo con il lago di Canterno. A questo lago, e al suo nome che mi suonava minaccioso, associavo la storia, che mi era stata narrata, di un ragazzo del mio paese  che vi era annegato qualche tempo prima che io nascessi. Per anni ho evitato accuratamente di partecipare alle gite sul lago per Ferragosto o, più frequentemente, per il giorno di Pasquetta che la comitiva dei miei coetanei organizzava con spensieratezza, nemmeno sospettando che solo l’ipotesi della scampagnata mi avrebbe provocato inquietudine e malumore. Come se recandomi in quel luogo, che pure a tanti evocava il mistero degli incontri amorosi dell’adolescenza oppure gli impegnativi convegni di coppie più adulte, delle cui esercitazioni erotiche sentivo favoleggiare sotto voce, andassi a provocare lo spirito mai placato del giovane che era stato aspirato da un vorticoso mulinello, affiorato all’improvviso dalla profondità limacciosa dell’acqua, preda di una forza violenta che gli aveva rubato tutte le promesse della vita.

Canterno, dunque, per tutti gli anni della mia infanzia e adolescenza è stato il luogo del proibito, dell’interdetto, ma anche della tentazione alla quale i giovani, per l’impulso della loro natura, avrebbero inevitabilmente ceduto, nonostante la certezza angosciante della conseguente punizione. Solo più tardi ho capito la verità di questo lago, la funzione protettiva che inconsapevolmente gli veniva assegnata dalle comunità dei paesi che intorno a esso ricongiungono, oggi come ieri, i loro confini più estremi. La verità di un pozzo all’interno del quale racchiudere, per esorcizzarle, le loro paure, in modo che esse, con i loro spasmi quotidiani, potessero essere tenute a distanza, espunte, dalle accidentate vicende di una vita esposta a ogni traversia. Un lago “rituale” attorno al quale certo celebrare le liturgie misteriose e giovanili, i sacri riti dell’”émpete pémpete” o mettersi alla prova della maturità da conquistare, con una suprema prova di coraggio e di sfida, per valicare la barriera della morte precoce, minaccia, sempre in agguato, di ogni generazione nel momento in cui si affaccia protagonista del mondo. Ma anche il luogo all’interno del quale incatenare il “negativo”, delimitarlo e controllarlo.

Il lago, perciò, risucchiava sui suoi melmosi fondali quel giovane della storia nera che avevo sentito raccontare da bambino per lasciarne tranquilli molti altri. Si faceva luogo di concentrazione del male per rischiarare di bene le contrade vicine. Era, insomma, un buco nero che permetteva un paradossale, quieto, equilibrio al suo piccolo universo circostante.

(Le fotografie sono di Giovanni Poce, il volume da cui è tratto il mio testo è “Ferentinum”, un progetto editoriale di Antonio Poce, edizione Archeoclub d’Italia sede di Ferentino. 2021).

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