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Partecipazione, la prova dell’Aquila

Al questionario che chiedeva ai presenti il livello e le ragioni di gradimento del Festival della partecipazione, che si conclude oggi (10 luglio) a L’Aquila dopo quattro giorni di dibattiti e eventi, ho risposto che, a mio parere, il valore essenziale dell’iniziativa sta nell’avere riproposto sui media il problema del lungo dopo terremoto della città abruzzese testimoniato dai cantieri che occupano ancora gran parte del suo bellissimo centro storico. Non è proprio la risposta che volevo dare, ma tra quelle proposte mancava la sola che avrei ritenuto la più esatta. E cioè che aver rilanciato il tema della partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche proprio a l’Aquila, dove essi ne erano stati espropriati nelle concitate e drammatiche fasi dell’emergenza, e non solo per il tempo necessario a garantire le prime risposte dopo la catastrofe, assume un significato esemplare che difficilmente si sarebbe potuto raggiungere altrove.

La ricostruzione del centro storico ormai finalmente in atto, evidente nelle decine di impalcature innalzate non solo per puntellare le rovine, come avevo visto ancora nella mia ultima visita alla città due o tre anni fa, è il risultato della volontà dei residenti che hanno allontanato le tentazioni della “new town” e il tentativo di ricostruire, in questo modo, una comunità (una definizione nell’ultima foto) sventrata e dispersa dal terremoto del 6 aprile del 2009.

Si sta lavorando anche alla Basilica di Collemaggio (terzultima e penultima foto), non ancora – mi è parso – al Conservatorio (quarta foto da sinistra) che occupava l’edificio attiguo, propaggine conventuale della Chiesa intitolata a Celestino V, e che dunque resta ancora ospite della struttura provvisoria il cui auditorium è stato progettato dal maestro dell’architettura temporanea post terremoto, l’architetto giapponese Shigeru Ban (a questo link, potete leggere quanto ne scrissi nel mio libro “Conservatorio. Ieri Oggi Domani”).

Tra i temi della kermesse aquilana sulla partecipazione mi sono sembrati, perciò, di particolare interesse, e particolarmente indicati, quelli concernenti l’architettura “partecipata” e il “débat public” francese, ora approdato anche da noi con il nuovo codice degli appalti (articolo 22, ma manca il regolamento attuativo), dopo esser transitato nell’esperienza della legge della regione Toscana sulla partecipazione.

Al centro di queste pratiche (si è detto, però, che il “débat” è una “procedura e non un percorso”) c’è la chiamata in causa dei cittadini (sul senso e le finalità di questa chiamata in causa si potrebbe  discutere e un po’ si è discusso all’Aquila) che arricchiscono con le loro argomentazioni il dossier sui progetti esaminati e le opere proposte.

Riguardo al “débat public” ho notato, però, che gli esperti presenti (Giovanni Allegretti, Ilaria Casillo, Iolanda Romano) hanno tentato di ridimensionarne le aspettative e, quindi, il profilo politico, descrivendolo quasi come sia uno strumento votato esclusivamente al miglioramento tecnico dei progetti. Si è detto anche che, attuandolo, si supera un’intera fase progettuale e il proponente può perciò conseguire un risparmio notevole sui costi di progetto (ma la procedura ha comunque un suo costo elevato). A me pare difficile che il “débat public” possa essere devitalizzato della sua portata politica, per le ragioni per le quali esso è nato in Francia e viene riproposto in Italia, e cioè le difficoltà a legittimare opere di impatto notevole, come le linee ad alta velocità, che cambiano i connotati fisici e sociali di intere aree e comunità. Penso, anzi, che la sua stessa possibilità di affermazione e la sua capacità di incidere e ottenere risultati siano strettamente legate alla forza di persuasione politica che è e sarà in grado di esprimere (ci tornerò con un altro post).

La richiesta della partecipazione non è, né può mai essere, neutra. E l’Aquila, anche in questo senso, ne costituisce la riprova.

 

 

 

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