libri e polemiche

Franco Brugnola scrive un manuale di buona amministrazione. Con un’anima

 

Il manuale di Franco Brugnola, “Utopia di un comune”, è qualcosa in più che un semplice vademecum  dell’amministratore comunale perché ha un’anima. Un’anima, potremmo dire, riformista, di un uomo cioè che crede nelle istituzioni e lotta per migliorare le cose – la società, il proprio comune – facendo il proprio dovere all’interno di esse. Si rivolge agli amministratori, ma soprattutto ai cittadini che, leggendolo e annotando le indicazioni di cui è ricco, possono capire meglio quanto e perché debbono diventare “esigenti” nei loro diritti e rigorosi nei loro doveri”. È un testo ricco di spunti, informazioni, difficilmente riassumibile con puntualità per la mole delle nozioni che vi si trovano e che sono tutte irrinunciabili per un amministratore (non importa se al governo dell’ente o all’opposizione – io sostengo che anche l’opposizione svolge una funzione di governo, sia pure in altro modo e se riesce a trovarlo), ne sintetizzo perciò solo alcuni concetti, quelli che mi paiono decisivi per capire e “utilizzare” al meglio il libro.

La prima considerazione è da fare sul titolo, che sembra polemico nel momento in cui dichiara che l’obiettivo è utopico e, in realtà, polemico non è, perché, a fine lettura, si capisce che il suo vero significato è esattamente l’opposto: un comune può essere sede di realizzazione di un’utopia e, comunque, si può amministrare un comune solo se ci si propone un modello utopico e ci si avvia sulla strada per realizzarlo, sapendo bene che il risultato che conta sarà non la meta ma le successive, e infinite approssimazioni, che l’avvicineranno, la faranno ritenere (con speranza) a portata di mano, la renderanno “utopia concreta”. Il movimento è tutto, teorizzavano i riformisti (una famiglia che Brugnola conosce e frequenta), ai quali la storia ha dato ragione, l’utopia (il fine), però, serve per indirizzare il movimento, indicandogli il senso giusto. Ma come si può passare dall’utopia alla realtà? Questa è la grande domanda che il libro di Brugnola ci costringe a porci. E a cui esso stesso tenta di rispondere  spiegando come dalla visione si debba passare alla strategia e da questa al programma e, successivamente, alle singole azioni seguendo una “catena di senso” (così l’ha chiamata una studiosa di rendicontazione sociale, Cristiana Rogate) che conduce, anello dopo anello, al risultato e al miglioramento rispetto alla situazione di partenza. Anche riducendo, però, la portata della distanza tra ciò che è oggi e ciò che dovrebbe essere domani (l’eterno, incolmabile, ultimo miglio tra essere e dover essere), la domanda non può dirsi risolta. Non è sufficiente, infatti, interrogarsi se sia possibile il passaggio dall’utopia alla realtà se non ci si chiede anche se esso sia possibile con queste leggi, con questi amministratori, con questo apparato burocratico – amministrativo.

Per Brugnola, non bisogna mai sottovalutare la portata innovativa delle leggi, così come non bisogna mai trascurare, né dimenticare nel conto dei soggetti in gioco e nell’elencazione dei punti di forza e di debolezza, l’inadeguatezza degli amministratori. In tutti e due i casi c’è la conferma della necessità di ispirarsi allo spirito delle leggi, anche se, qualche volta, sarebbe sufficiente rifarsi alla norma dimenticata, sottovalutata, derubricata ad esercitazione accademica. È altrettanto lecito chiedersi se sia bastevole puntare sull’ottimismo della volontà, sull’impegno, sulla dedizione per costruire il ponte del passaggio dall’utopia alla realtà. Brugnola, che pure non è certo un ingenuo avendo conosciuto da vicino, a più livelli e sempre con elevate responsabilità, la macchina della pubblica amministrazione italiana, dà una risposta positiva, che si sostanzia nella scrittura di questo libro. Anche in questo caso c’è da domandarsi se non ci sia alla base della sua positiva convinzione un pregiudizio illuministico, che si espresse, soprattutto tra la fine degli anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta del secolo scorso, nella cultura della programmazione e nel sogno di una programmazione italiana, un sogno realizzato a metà e perciò restato come retaggio di un’occasione sprecata o, per lo meno, di un’ambizione che non ha avuto la forza di imporsi. 

Una seconda considerazione concerne la figura di amministratore comunale che  viene evocata (forse anche invocata) da “Utopia di un comune”. Un nuovo “tipo” di amministratore aperto ai problemi di oggi e con lo sguardo verso il futuro, ma anche un “vecchio tipo” di amministratore, padrone della decisione politica e responsabile della sua attuazione, tutt’altro che neutro nei confronti della macchina organizzativa  dell’ente che amministra. Brugnola lo sottolinea: l’amministratore deve essere forte delle sue competenze amministrative per poter guidare la struttura burocratica evitando che questa prenda il sopravvento e trascini l’amministrazione dell’ente in una sorta di area dell’irresponsabilità politica che, in nome di una presunta tecnicalità delle scelte, le sottrae contenuti, decisioni, assunzioni di responsabilità verso la comunità amministrata e da cui si è stati eletti. Diciamo, forzando un po’ il discorso, che l’amministratore “ideale” di Brugnola è uno che ha mantenuto i tratti dell’amministratore prima della legge Bassanini e delle sue successive ed estenuate interpretazioni, e nello stesso tempo anticipa i tratti di una figura che è andata già oltre la Bassanini e che non si nasconde dietro di essa. Deve essere perciò competente e autorevole di suo, non deve sottrarsi al dovere di risolvere i problemi aprendosi la strada nella selva delle norme, delle competenze, dei conflitti di attribuzione. Un amministratore che conosce il valore dell’indirizzo politico-programmatico e sa riconoscere quando la decisione dirigenziale lo interpreti o, al contrario, lo smentisca.

Su questa dialettica, infatti, si basa la vita delle nostre amministrazioni, il suo percorso quotidiano; da questa dialettica nasce la qualità della proposta amministrativa, della risposta cioè ai bisogni e alle attese dei cittadini.

Alcune idee di fondo, per ritornare su quanto ho scritto all’inizio, caratterizzano l’impostazione del Manuale. La più rilevante è la partecipazione del cittadino e dei soggetti portatori di interessi nelle varie fasi dell’attività amministrativa. In questo caso l’indicazione di Brugnola è di ricorrere alla possibilità di applicare procedure partecipative, anche quelle imposte solo in dimensioni maggiori di quella semplicemente comunale o territoriale, nel processo decisionale. C’è un paragrafo, per esempio, dedicato all’introduzione recentissima nella nostra legislazione degli appalti di opere pubbliche (è del 2016) del “debat public”, il dibattito pubblico, di cui si evidenzia l’opportunità che venga utilizzato anche tra gli strumenti della politica amministrativa locale. È un passaggio significativo dell’apertura che Brugnola propone al suo comune “utopico”, indicando lo strumento attraverso cui l’utopia si traduce in azione, in modifiche concrete e perciò in beneficio dell’intera comunità.

comunità

Il Manuale è un libro da usare, da leggere per usarlo. È quello che mi sono abituato a fare nella mia attività amministrativa, ricercare e raccogliere gli spunti da dove arrivano e metterli alla prova della realtà in cui opero, anche se si tratta di forzare un po’ la lettera nella certezza che i risultati basteranno a motivare la “forzatura”. Questo metodo, grazie al libro di Brugnola, l’ho usato recentemente, per esempio, in una contingenza difficile per il comune di cui sono consigliere comunale, quello di Alatri, balzato all’attenzione delle cronache per l’efferato omicidio “di gruppo”  di un ragazzo lo scorso 24 marzo. L’amministrazione comunale si è trovata a dover affrontare, con questo peso sulle spalle, il problema della sicurezza cittadina e di azioni adeguate a ristabilire una normalità responsabile della vita quotidiana. La parte del suo libro che Brugnola dedica alla sicurezza, al sistema integrato della sicurezza urbana, mi è stata assai utile per allargare le conoscenze e confrontarmi con l’operato di altri comuni, contribuendo così a elaborare una proposta compiuta. Ma, citare questa esperienza, mi permette soprattutto di segnalare un metodo che è proprio di Brugnola, illustrare le leggi e il loro significato (un aspetto in più di questo manuale rispetto a testi più asettici) ma anche trarre dall’informazione giornalistica – che dà conto spesso di esperienze sperimentali, non ancora consolidate e che perciò di norma non sono presenti nei Manuali che utilizzano esperienze più formalizzate e provate – casi, tentativi, innovazioni attuate e che possono rappresentare un’utile, anche se parziale, suggestione per chi amministra. Nel nostro caso, l’apprendimento ha riguardato la figura del “sindaco di notte” – un’ esigenza che avevo raccolto da una discussione con gli studenti di un liceo e che Brugnola segnala, sulla base di un articolo uscito su un quotidiano, essere stato già sperimentato in alcuni comuni.

In “Utopia di un comune” c’è una parte manualistica vera e propria, quella che illustra con molta chiarezza le leggi; in essa si rivela la natura di divulgatore d’eccellenza di Brugnola che ricorre a tecniche espositive da far invidia ai giornalisti specializzati. Accanto a questa parte, e spesso intrecciata con essa, ce ne è però un’altra che potremmo definire “programmatica”, di vera e propria proposta. Brugnola dentro la cornice delle leggi, spesso troppo sguarnita, indica come riempirla, segnala il quadro da montarci dentro per farle prendere vita. Questa è un’altra particolarità che ci porta a trovare un’ulteriore definizione di questo libro: un libro “militante”, che sceglie la sua parte nel combattimento e utilizza l’arma della legislazione per vincere la cruciale battaglia del rinnovamento dei comuni.

Un pregio del libro è la capacità di costruire un quadro complessivo, dotato di senso, della legislazione italiana che direttamente o indirettamente riguarda gli enti locali. Non bisogna, infatti, guardare solo alle leggi specifiche ma occorre anche incardinare queste nell’ordinamento nazionale e europeo (di norme, regolamenti, direttive, ecc) in modo che possano sprigionare tutte le loro potenzialità. A beneficio della comunità.

Questo termine, comunità, ricorre spesso nelle pagine del volume, più ancora di quanto ricorra nelle leggi che esso cita, illustra e commenta. È un termine che ha una origine “olivettiana”; Adriano Olivetti, non a caso viene citato nelle righe conclusive della postfazione e si può dire tranquillamente sia, dal punto di vista dei valori e ideologico, il nume tutelare di Brugnola e del suo lavoro, questo di saggista ma anche quello della sua carriera professionale. E il cui senso più profondo può essere riassunto nella lealtà che il servitore delle istituzioni deve tenere nei confronti delle leggi, ma cogliendone sempre il valore di servizio che esse debbono assumere, a vantaggio delle persone che si raccolgono in comunità per migliorarsi e migliorare.

(Franco Brugnola, Utopia di un comune. Si può richiederlo contattando l’autore sul suo blog, ricco di informazioni, non solo di vita amministrativa.

https://francobrugnola.blogspot.it/

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/304795/utopia-di-un-comune-2/

 

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