Inchiesta

Le comunità “deliberanti” si incontrano all’Aquila, con tanti giovani

“Il Festival della partecipazione” all’Aquila (siamo alla seconda edizione) è nato per dire che le città si ricostruiscono con la partecipazione dei cittadini, non escludendoli. Così era stato nei primi mesi del post terremoto, quando i tecnici e i supertecnici (molti solo presunti, a stare alle scoperte fatte successivamente), avevano preso la guida del treno della ricostruzione, imballatosi alle prime fermate, un attimo dopo che le luci della ribalta si erano spente sul dramma della città.

Il festival, che quest’anno ha richiamato tanti giovani, lancia un messaggio diverso, mette al centro il ruolo della comunità – della comunità “deliberante” – ed espone in vetrina le buone pratiche che possono cambiare la nostra storia, o perlomeno rendere più sensata la nostra vita, singola e associata.

 

 

Sono 120 i giovani volontari, tutti della città e dintorni – è stato detto –  che hanno lavorato nei quattro giorni del Festival per accogliere i partecipanti, assisterli, indirizzarli, raccoglierne le opinioni. Nel questionario – che si premurano di distribuire, sollecitandone poi con garbata insistenza la restituzione – si domanda se questo Festival serva a ricostruire l’Aquila o anche a promuovere la cultura della partecipazione. Mai come in questo caso un obiettivo locale si sposa con un’ambizione più generale. E perciò ai due quesiti si può rispondere, senza contraddizione, con due “si”. I 120 giovani dell’Aquila sono un veicolo importante di questa idea di “cittadinanza attiva” che si celebra, discute, verifica nei giorni del Festival. Un’idea minoritaria, si obietta. Forse, ma destinata a far strada, e comunque solo così si può sperare che ricominci a dare frutti la nostra democrazia inaridita.

 

 

All’Auditorium progettato da Renzo Piano, a ridosso del castello che sovrasta, moderatamente, il grande parco, ribattezzato per l’occasione della “partecipazione”, Fabrizio Barca si interroga sulle inuguaglianze. Ne identifica tre tipologie: la prima economica, la seconda sociale, la terza normativa. E afferma che se queste disuguaglianze si sono acuite in questi anni, giungendo a mutare la cultura e l’umore dei poveri dell’occidente minacciato dai  poveri “un po’ meno poveri di prima” delle altre aree del mondo o dai poverissimi di altre ancora più arretrate, è perché è mancata una politica della “limitazione”. Non il rifiuto della globalizzazione, dunque e per stare all’esempio di Barca, ma una politica di limitazione di questo fenomeno che non è stato e non è frutto inesorabile delle cose ma di scelte, fatte o non fatte, da chi poteva. Ma la questione più interessante Barca l’ha – mi pare – solo posta, senza risolverla. E cioè se sia possibile, partendo dal “micro” delle esperienze”partecipative”, incidere sul “macro”, cambiando, oltre alle piccole comunità, l’intera società. Parlando di noi e delle nostre domestiche disuguaglianze (appena un riflesso del mondo intero), una sola (o quasi) la condizione per riuscirci: gruppi dirigenti locali veri, non composti da “etero-dipendenti” (quelli, cioè, che ottengono finanziamenti – spesso briciole – non perché abbiano idee o progetti ma perché conoscono “qualcuno” a Roma. Mi pare di averli sotto gli occhi). È stato costituito un gruppo di otto (associazioni, gruppi) che studierà il tema e cercherà di connettere i fili di un nuovo progetto. Per adesso c’è solo da sperare e, certo, da lavorare con impegno accettando la sfida.

 

 

La ricostruzione è ancora lontana dal concludersi. Un giro al centro storico dell’Aquila – cercando di cogliere, a scatti di istantanee, le differenze con le immagini fissate in quello compiuto l’anno scorso di questi tempi e per la prima edizione del Festival – ci rivela una verità. Gli edifici del viale che attraversa, dividendolo a metà, il nucleo abitativo della parte antica della città, sono quasi del tutto ristrutturati; impalcature, puntelli, lavori in  corso, e che non danno l’idea di essere vicini alla parola fine, riguardano le case che affacciano sui vicoli, le stradine laterali. Nel corso c’è anche molta gente, che si moltiplica non appena il sole e il caldo danno un po’ di tregua; un’aria che diventa piacevole quando si alza il vento fresco del tramonto, specialmente se si scende verso Collemaggio.

 

 

La cittadinanza attiva è uno dei concetti cardine di questo Festival. Anch’essa assomiglia troppo alle “parole magiche” di cui parla Giovanni Moro, qui al Festival, nelle sue mini-lezioni giornaliere. A proposito, un atto di vanità: trenta anni fa, per Rassegna Sindacale inventai una rubrica (affidata a diversi specialisti) con questo titolo  – per indicare le parole che servono a spiegare tutto, ma che spesso non reggono la prova della “falsificabilità”. Erano parole diverse da quelle di oggi. Hanno fatto il loro corso e poi, senza conseguenze, sono state rottamate, come i concetti che avrebbero voluto spiegare; sono state sostituite da altre, le parole magiche nuove, pretenziose e inefficaci come le precedenti. Rivelatrice, invece, la lettura, da parte di Barca, di un documento “sociale” europeo, ricco di artifici magici e, persino, dell’eloquente lacerto di una  relazione, dovuta alla fantasia di qualche “scriba” del nuovo gruppo pentastellato governante a Roma, che enuncia “l’abbattimento condiviso di un muro”.

 

 

 

La cittadinanza attiva è però una cosa seria. Ne racconta qualche esempio l’architetto Adriano Paolella (nella foto sopra – che ho riconosciuto come il vecchio compagno d’avventura, di anni fa, nella redazione di Dismisura, la rivista allora realizzata e diretta da Alfonso Cardamone e Giovanni Fontana) parlando del “riuso del patrimonio pubblico abbandonato”, case, spazi, terreni, officine dismesse. Ad Alatri, la mia città, avrebbe di che sbizzarrirsi, insegnandoci le piccole ed efficaci regole che ci ha rivelato all’Aquila. Tra le regole segnalo quelle che mi hanno più incuriosito: abituarsi all’inatteso, anzi augurarselo, puntare sulle soluzioni possibili, senza ambire sempre all’innovazione complicata. Due notizie: nel Lazio stanno per partire corsi di formazione della “scuola del riuso”, il gruppo Unipol ha dato vita alla “Fondazione Culturability”, che, con bandi annuali, mette a disposizione finanziamenti per iniziative di “rigenerazione di spazi, edifici abbandonati o in fase di transizione”, destinatarie imprese non profit e associazioni, con l’obiettivo di favorire occupazione giovanile e creativa.

 

Protagonisti i comuni “partecipativi” nella seduta in cui si è discusso delle esperienze europee, a partire dalle maggiori. Quella di Parigi, con i suoi 2 milioni e 300 mila abitanti, i suoi 500 milioni di euro in cinque anni assegnati agli investimenti decisi direttamente da loro, con le deliberazioni dei venti distretti e dei 123 quartieri che costituiscono l’impalcatura della sua articolata procedura partecipativa. O anche Milano, che arrivato al secondo anno di esperienza, ha visto dimezzato il budget originario (da 10 milioni a 4 milioni e mezzo). O Barcellona le cui procedure deliberative si legano strettamente alla sfera politica delle sue rivendicazioni indipendentiste. O la rete dei comuni portoghesi, che lavorano su concetti minimi di partecipazione per affrontare problemi giganteschi, per esempio i gruppi di difesa civica che si riuniscono, vengono formati e dotati di mezzi per fronteggiare sulla linea del fuoco, e alle prime avvisaglie, i focolai di incendi che possono diventare disastrosi, come abbiamo letto anche qualche settimana fa sui giornali. Una citazione la sento obbligata e obbligatoria,  ed è per Giovanni Allegretti, mio giovane amico dell’Università di Coimbra, che da anni studia, approfondisce, forza i limiti teorici della democrazia partecipativa e oggi spende le sue competenze come regista dell’Autorità regionale della partecipazione, istituita dalla Regione Toscana. Alla fine, anche grazie o soprattutto grazie a lui, questi discorsi stanno passando pure da noi: ottimo esempio e corifei ne sono la legge sugli appalti che prevede il “dibattito pubblico” modello francese, le Regioni, oltre la Toscana, che stanno per approvare o rilanciare una legge sulla partecipazione, e cioè il Lazio (che, a dire, la verità aveva già dato vita a una bella esperienza oggi dimenticata), la Sardegna, l’Emilia Romagna.

 

In quest’ultima foto, la basilica di Collemaggio con la facciata finalmente restaurata, dopo che il terremoto dell’aprile del 2009 l’aveva lesionata, spaccando la navata centrale. Al fianco, l’entrata del convento sede del Conservatorio Alfredo Casella, ancora da ristrutturare. Oggi, il Conservatorio è collocato in una sede provvisoria, opera dell’architetto giapponese Shigeru Ban. Il progetto originario, regalato all’Aquila dal governo nipponico, è stato modificato piuttosto grossolanamente per poter aderire alle regole progettuali dettate dalle normative italiane, che non permettono l’utilizzazione di materiali “temporanei” e poco costosi, come è invece nella filosofia di quell’architetto noto in tutto il mondo per i suoi interventi di ricostruzione dopo le catastrofi. Ogni volta che vengo all’Aquila, passo lì davanti e ricordo di aver visitato nell’estate del 2008 la sede, ora dismessa (speriamo provvisoriamente) ma allora appena ristrutturata,  dell’Istituto, con la guida del grande direttore dell’epoca, Bruno Carioti. E mi prende un po’ di malinconia, ma anche una sorta di furioso scoraggiamento. Siamo nel 2017, il terremoto c’è stato nel 2009, i fondi per la ristrutturazione ci sono (così assicurano) ed è ancora tutto fermo, almeno all’apparenza. Storie della burocrazia o della piccola politica italiana. Carioti mi raccontò, quando andai a trovarlo dopo il terremoto per visitare la sede provvisoria, che per costruire la nuova struttura prefabbricata, compreso un piccolo auditorium, dotata di spazi acusticamente affinati, c’erano voluti appena tre mesi, anche con gli espropri. Una prova commovente, secondo il direttore, di generosità e abnegazione di imprese e lavoratori. Per concedere l’agibilità, da quella chiacchierata, sarebbero passati più di tre anni.

 

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