memoria

La poesia di Landolfi nella lettura di Pietro Tripodo. “L’ultimo deserto possibile del nostro vivere”

Questo saggio sul Tommaso Landolfi poeta, fu scritto e letto da Pietro Tripodo per un convegno, che si tenne a Frosinone nel dicembre del 1987, intitolato “Landolfi libro per libro”. I due volumi di poesia dello scrittore di Pico – “Viola di morte” e “Il tradimento” – furono assegnati alla lettura critica di Pietro e il risultato fu straordinario. Ripropongo il saggio che, come succede spesso quando la moneta è troppo buona, ebbe scarsa circolazione. Lo ospito per esigenze “editoriali” in questo mio blog, ma spero trovi presto una sede più adeguata e con pubblico più vasto. 

“Viola di morte, Il tradimento” 

di Pietro Tripodo

Lungo il sentiero che porta nella più densa selva e nelle plaghe di maggiore incanto della poesia italiana del Novecento non avrei mai incontrato Tommaso Landolfi. Ma cercando di poesia in poesia una ragione di lettura e anzi un tentativo di immedesimazione, e quante pagine lasciandomi dietro, in qual­ cosa mi sono imbattuto, non so se di estremo e singolare, ma io credo di mirabile e anzi fecondo e perciò fondamentale, ancorché negletto, nella nostra storia. Per la natura dell’arte landolfiana, e quindi per la volontà di dotte postille dell’anima e di libro d’ore, il discorso che mi sembrava, all’estremo, limitarsi a una sola distinzione fra due elementi, a una lettura meno veloce e impaziente, indotta la fallacia delle apparenze, quel discorso tuttavia transduttivo si è infinitamente complicato.

Nella parte centrale di Viola di morte sta una breve poesia, «Breve perché non eterna», che prendo come aleph in mezzo a pochi altri fuochi del libro o primi elementi, exordia rerum, principio più cooptato che scelto, e semmai scelto come può esserlo un punto di ancoraggio nel lago circolare e senza approdi, a una prima esplorazione, che è l’invaso di questo mondo poetico.

Breve perché non eterna:

Per ogni altro riguardo è lunga quanto

Il cammino da nulla a nulla

Di quella grande stella

Un istante accesa.

Notevole qui non è la risultante dei significati. Questi potrebbero dire anche che essendo la vita breve essa è desiderata, è sacra, e mirabile portento, infinita potenza: come una grande stella che da un’assoluta notte torni, parabola celebrante una misteriosa virtù.

In altre poesie l’istante era l’essere stesso e la sua atroce casualità, oppure l’unica forma del tempo.

Altrove è celebrata la fine, per tutto l’orizzonte sparsa, e in quella stanza quevediana («Sei viva, amore? lo no. Dammi un cenno») egli canta: «lo sono morto e seguito a morire/Perché son vivo>. Ma il contrario, nel corso di Viola di morte, è quel ghiaccio-matrice di poesia: io vivo sono perché potrò morire. Dunque occorrerà meno vivere per morire che morire per vivere.

Ma anticipo il percorso che intendo fare: Landolfi o ipostatizza un sorite minimo, e rimane al cattivo infinito di sé e della sua poesia, o risplende al fuoco di un’esperienza mistica, veicolo una poesia della verità e dell’essere, una poesia di salvezza. Sovrapponiamo una formula che Blanchot attribuisce a Kafka: scrivere per morire – morire per poter scrivere . Tuttavia la discesa nella verità, che trasfigura l’idea di diario, altrove tiranno dell’arte poetica landolfiana, va al di del bisogno di salvare qualcosa dalla morte, trascende l’ansia di immortalità verso la fecondità di un magistero, l’abbandono alla terra, la solitudine unanimista, il misticismo panteista. Sì, ne «La forma d’arte romantica», sezione dell’ Estetica hegeliana, leggiamo questo, che «la morte è solo il decesso dell’anima naturale e della soggettività finita, decesso che, comportandosi negativamente solo verso ciò che è in se stesso negativo, elimina il niente e quindi media la liberazione dello spirito dalla sua finitezza e dalla sua scissione ed insieme la conciliazione spirituale del soggetto con l’assoluto».

Altrove è celebrata la fine. Ma l’istante sarebbe quello di una sterile vecchiaia che non ha fine, che ha perso anche una giovanile, una vitale speranza di morte, che emblema è della vita, sua giustificazione e sua generatrice.

viola vallecchi

Qui l’istante è la vita stessa. E la vita raggiunta inopinatamente, una vita là ove solo certa era la notte. E solo col tradire la morte: non vita dalla morte permessa, ma quel patto con la materia per cui «V’è tal che è vivo perché vive». Solo la vita che fa entrare in scena il mondo della natura, altrove evocato solo per comma di idee, e della vita di tutti i giorni e dell’amore, può quel tradire: «Un tradimento è perpetrato in ogni/Raggio di sole» (accanto a «Anima, ascolta, pensi»), e anticipa Il tradimento. Già quella vita che incombeva sulla morte generava immagini meno mentali, o più serene visioni e visioni pure:

«Sole velato d’aprile/E porche già apriche:/Processioni di formiche/Ed aria tersa e gentile». Già la vita tradisce il primitivo nume Iandolfiano in immagini quasi solari, finalmente, ancorché fintamente gongoriane: «Ho sole, ho rondini, ho calore/Di primavera» e più giù, prima dell’explicit che anche è un omaggio a Montale (un’indagine sarebbe da intraprendere, quella di che tipo- di legame sia tra Viola di morte e Satura , e anche fra Il tradimento e Diario del ’71 e del ’72 – fatti salvi i legami con i precedenti libri montaliani -), «Infiniti miracoli mi oppone/La natura ridesta:/Oppone a questa/Vile sete empia angoscia che ci mena/Per le strade del mondo». Ma questo è anche il tema del principio del libro, «Torna la primavera e la natura», in cui dopo la tradizionale contrapposizione io-natura, primavera e sconforto personale, l’autore chiede a una stella di insegnargli la via (sonetto cui segue una poesia-commento, controcanto at­ tuale, «Molte, andate da allora» che già contiene, a grandi linee, il tema landolfiano d’esordio in Viola di morte).

Da spiegare sarebbe questa causalità così ferrea: perché non eterna. Potrebbe aver voluto dire: non eterna, eppure infinita, se anche qui avesse voluto celebrare il termine contrario, la morte, che dalla vita è desiderata, così come questa è da quella inverata. Altre figure di genere femminile vegliano, nel libro, su altri fogli, sino all’immanenza: la Poesia, una donna reale, l’anima.

Ché se poi il soggetto fosse la maledetta, il suo scrigno e il nume che impera, allora lei sarebbe l’ora paradisiaca e l’ excessus mentis e l’oblio nel Piacere del Lete. E non altri fiumi, non Acheronte, non Eunoé: ché non di morte assoluta si tratterebbe, né di uno stadio superno dell’esistere: ma di un varcare una porta, un rito proserpineo che di volta in volta confini l’anima in un giro infinito: questo sarebbe il colto e fondamentale terrore di Landolfi.

Ora la sua arte moltiplica i dubbi per i lettori a partire dal dubbio della finzione, con cui siamo soliti identificare l’Arte: è questo un nodo fondamentale che nell’eterno ritorno delle duellanti istanze, classica e romantica, è proprio oggi che dobbiamo sciogliere, oggi che la verità e l’arsura di lei espone all’ultima putrefazione qualsiasi arte riflessa e qualsiasi arte che non si preoccupi di, o che per sua costituzione non arrivi a una verità, che non sia veicolo per il cuore di una verità, per qualcosa che quell’arte trascenda . Ma, contro Landolfi, che il dubbio del lettore possa essere ancor più profondo, lo si legge in Breve Canzoniere che, pur nell’altezza del gioco (ad es. nel sonetto XIII «Cara illusione, è tempo, tu rammenti», tra l’altro con una chiusa pascoliana, Sempre più lungi balenò, si perse», riferita però a un’entità dell’anima), gioco fra l’altro strettamente connesso con l’ouverture di Viola di morte, rischia a ogni passo l’annientamento e la destituzione da entità di libro. Essendo debole la lettera, sono deboli ironia e parodia. Tutta la sottigliezza -che troppe volte sembra troppo ingenua, arnica, provinciale oltre i confini della più perversa, così si dice oggi, e malvagia, per il bene della res publica, intenzionalità possibile – rischia di schiantarsi, o si schianta, contro le punte del Landolfi più astratto.

Parlare di queste cose significa parlare del buio fondale che nei due libri di poesie, ma più in Viola di morte rischia di nascondere, o al contrario fa risaltare, i preziosi nascosti. Riallacciandomi al tema della Natura, nell’ultimo terzo di quel libro sta una serie di poesie in cui aprile minaccia il disagio e l’ordine Iandolfiani. Ma la crudeltà dell’aprile non è soltanto paventata,  e non è soltanto crudeltà, e l’istante è anche slancio vitale: questo, e quella porta ascosa ma non sempre inaccessibile rutila in «Tornano le quadrella»: <Tornano le quadrella/Delle sere di giugno:/Essi per ultimi giungono,/! rondoni, e per primi se ne vanno./Restano i pigri abitatori/Di questi luoghi.//Cosl ci folgora talora/Volto, pensiero o ricordo;/Ma si dilegua ancor più presto,/E a noi la nostra vita resta». Cosl le due prime strofe, e la chiusa: «Compagna, fa’ per me questo almeno:/Lanciami al vento» ove vita o morte che sia l’invocata è un’estrema vitalità, ciò di cui la poesia si fa atto, e oltre che con la serie primaverile, e poi con quella più ristretta dei rondoni, la poesia di cui prima ho detto forma un insieme, anzi, una trilogia con «Favoleggiata amica» («Rendimi per un attimo/La nostra giovinezza insipiente», questa la chiusa) e con «Sembra a volte che il mondo, la segreta» (al penultimo verso: «Talvolta un’alba /un’aria ci lusinga»).

Ora se la morte fosse quel primitivo soggetto, vorrei dire che, in riferimento a dove nel suo Diario Kafka argomenta quella essere spesso pei lettori un dolore, per lui al contrario un piacere, e postilla Blanchot: «Quello che ci urta nella sua (di Kafka) riflessione, è che essa sembra autorizzare il trucco del1’arte. Perché descrivere come un avvenimento ingiusto ciò che lui stesso si sente capace di accogliere con contentezza? Perché ci rende la morte spaventosa, se lui ne è convinto? Ciò dà al testo una leggerezza crudele. Forse l’arte esige di giocare con la morte, forse introduce un gioco, un po’ di gioco, là dove non c’è più margine né controllo. Ma che cosa significa questo gioco? L’arte vola attorno alla verità, con la ferma intenzione di non bruciarsi . Qui vola attorno alla morte, non vi si brucia, ma rende sensibile la bruciatura e diventa ciò che brucia e ciò che commuove in modo freddo e bugiardo. Prospettiva che sarebbe sufficiente a condannare l’arte»; fin qui Blanchot; dunque io vorrei dire che proprio l’esigenza di verità del!’arte smaschera il trucco; demolisce il gioco, la prestidigitazione con cui Landolf i sembra modellare le poesie che fanno da sfondo. Al contrario nessun gioco apparente ci urta nelle poche ma profondissime annotazioni spirituali. Tutto si regge, purché vi sia una fonda­ zione proporzionata e la si possa dimostrare in più di un luogo, purché ilgioco nell’opera, col durare troppo, non ammali di sé ogni cosa.

Ma non è, come avevo detto, il significato in sé e per sé che qui importa . Importa, per discrimine dalla parte restante, l’andamento composto, ieratico, da strofe prudenziana,  l’andamento logico-ritmico e la sua aura.

Voglio differenziare senz’altro, ma in questa plaga per discernere non si accampa nitore di tramontana, questo modo poetico landolf iano da quello restante.

landolfi_-_tradimento

Poesie siffatte («Breve perché») sono molto poche in Viola di morte, persino, temo, si riducono a una ventesima parte e anche più. Maggior incidenza forse, comunque in proporzione, hanno ne Il tradimento, che anzi comincia con u na poesia di quello stampo, «lsmena». In Viola di morte ce n’è un esile pro­ dromo nell’XIa, «Un’eco, echeggia …» ma ne Il tradimento l’insieme è già subito più complesso, ché la dimensione più felice del libro meglio lascia scorgere ogni cosa, infine anche quei canti (questa presenza pure bisognava registrare) sereni, spiegati, di note finalmente sprigionate, in poesie che stanno al di sopra di quella elementare distinzione che già ho tracciato. Di questa il termine di paragone rispetto al tipo «Breve perché non eterna» (ma forse meglio sarebbe, come prototipo, «Non sapevo in qual modo morire») è quel fondale ove rischia di perdersi tutto, quella mal definibile serie di buia eccentricità che costituisce la parte maggiore (di gran lunga per Viola di morte) di entrambi i libri di poesie. Parlo insomma della parte restante, di quei componimenti la cui poeticità è infettata, inficiata, cancellata dal bacio della rima insistita, da modi dialogici ma neganti una ragione, perché non c’è surrealtà, non c’è l’assurdo, non c’è quella maschera di grave dignità del Landolfo VI, ma un’oziosità salottiera; talvolta tutto Landolfi sempra voler distruggere, l’armonia dello stile poetico an­ nullata da uno, un solo elemento lessicale strategicamente posato a fin di verso, o tutto avariato da un che di umbratilmente  eccentrico, da un ritmo cantilenante (altrove Landolfi si esercitava e divertiva in filastrocche), dal lessico im­ prziosito, oltreché, ma non sempre, prezioso: il che se fosse stato tutto voluto farebbe dell’autore la più arcana figura di santo da martirologio swedemborghiano o da cielo plotiniano o gnostico, di un eresiarca alla Runeberg. Personalmente non ho mai escluso, nella letteratura come nella vita, alcun paradosso. E d’altro canto una minaccia questa volta proveniente dalla morte anziché dalla vita, o meglio i fatti di morte stanno proprio qui, nel dibattersi nella gabbia di forme eccentriche, dibattersi che poi è vitalità e non morte: quel dibattersi e quell’evadere o no da una gabbia formale che è un nodo della poesia pascoliana  e di quella onofriana, e di cui potrebbe esserne disperata coscienza quella poesia che comincia con «La poesia, la sola» ed altre sparse, mentre ne Il tradimento la consapevolezza del suo far poesia è più distaccata, serena . A quel che dicevo prima sta una giustificazione non tanto storico-letteraria, ché non servirebbe, quanto topologica, contando sempre su ciò che i detriti e la sabbia lasciano nel setaccio del cercatore d’oro, e cioè sia le poesie che ho opposto a queste, sia quelle altre che, anch’esse per altezza, stanno al di sopra della mischia. Non vorrei che alcuni, parlando di nudità, disarmo e abbandono interiore in Landolfi, riguardo alle poesie, abbiano inteso semplicemente esprimere l’idea che, secondo loro, nel passaggio dalla prosa alla poesia c’è sempre un interiore abbandonarsi . Ma alcuni hanno di fatto esaltato tutte le poesie di Landolfi, hanno parlato, non so come, sempre in termini laudativi, di abbandono che pervade tutta l’opera poetica che poi, magari compreso Breve Canzoniere, viene ridicolamente presa tutta sul serio: atteggiamento che aiuta a sigillare il tutto, per molto tempo, fra i tarli di una libreria. Perché se tutto è, senza distinzione e in astratto, buono, e se, in una lettura concreta, nella lettura di un lettore, la moneta cattiva scaccia la buona, con notevole diff icoltà, io penso, quelle pagliuzze d’oro presto sarebbero discrete e lette, visto che, brutta o bella, la poesia di Landolfi è assolutamente fuori del nucleo più vicino e per­ cepibile e vulgatamente godibile della poesia italiana. Sebbene fra i suoi termini di riferimento stiano Leopardi, Pascoli, neanche tanto incredibilmente dei simboli oltre che dei moduli sintagmatico-ritmici e di vocabolario (cfr. «Le campane si sciolsero: e fu come», «In quegli orrendi mattini» in cui la chiusa fra l’altro sembra di amarissimo autosarcasmo, distruttiva soltanto a una prima lettura, e «L’assiuolo caduto», in cui quattro entità pascoliane-assiuolo e cane, Io con maiuscola perché a inizio verso e Dio – agiscono in una tragedia già distante, sono la trama di una piccola e gèmmea parabola), D’Annunzio, Mon­ tale (dagli Ossi di seppia a Satura soprattutto, e oltre), e poi una citazione globale, un’impronta, dalle Rime per la donna Pietra e Lovecraft (di cui anche affiorano esplicitamente parole e opere, e che Landolfi dovette sentire così congeniale), e colti pretesti, da Yeats o da Eliot . E un accantonamento del Landolfi poetico più maturo (applicando questo aggettivo a Viola di morte, insinuo un sottinteso filologico che approvo, seppur confinato – scrivente e sottinteso – al mondo delle intuizioni) spiacerebbe, perché proprio oggi occorre leggere ·coloro che, nella visione di una sofferta verità, ma bella, quindi serena, anche perché verità, con il veicolo delle loro poesie ci trasportano nel cuore dei significati, dove la parola e l’arte non riflettono,  ma sono.

Sbaglierò, ma quest’autore mi sembra avvinghiato anche da quella malattia che Pavese ne Il mestiere di vivere definì «arte riflessa, di tipo alessandrino, il gusto di rifare uno stile, una tecnica, un mondo, che fanno data e risaltano l’intelligenza e il non impegno», e proprio di una cultura radicata «nel cinismo dei liberti romani», di quella città che è «un crocchio di giovanotti che attendono per farsi lustrare le scarpe». Ripeto, l’essenza stessa di questi libri allontana la possibilità di nette separazioni. Ma un abisso di poetica vasto anni-luce divide i due compiuti estremi, le poesie che in gran quantità fanno da sfondo e quelle che – per le silenti leggi della res publica litterarum andrebbero gridate  dai tetti.

Torno a «Breve perché non eterna». Qui sembra che la versificazione sia richiesta soltanto dal fatto che Landolfi avverte l’altezza e la tragedia dell’argomento, e questo non avrebbe bisogno di orpelli retorici, bellezza e poesia stanno infatti nel pacificato e vibrante scendere a una verità. Landolf i però intesse questa poesia di densi legami sonori, e questo è quasi ovunque nei due libri, con la differenza che nelle poesie di questo tipo ilsuono è nascosto e profondo; dalla musicalità di quella parte restante si passa qui alla musica, che è quindi per sé discreta, subliminale. Salvo ove il forte accentramento sonoro (basti pensare all’explicit di «Non sapevo»: «Alla mia morte or largo varco è aperto») non sia, in argomento così sofferto e vasto e di sommesso e arcano trionfo, non sia una sacrale scansione enniana, da esametro olospondiaco .

Ora per inciso, riguardo al suono, Landolfi sembra doversi misurare sempre con la malattia pascoliana e onofriana cui già ho accennato, quella dell’incanto e dell’ipnosi musicale, e più l’argomento del poetare è profondo e di gran verità, più da quella malattia riesce a difendersi, e splendidamente.

Ma con un procedimento contrario e analogo il tessuto che lega per assonanze e consonanze da tre a sei parole insieme tende a lasciare irrelata l’ultima parola, la cui solitudine sonora è però in questo caso soltanto apparente. Questo del nascondere una relazione sonora (e quanta arte del nascondere è in lui!) è comunque un procedimento abbastanza diffuso nelle poesie di Landolfi, e per cui egli adotta (ne ho visti almeno cinque o sei) un certo numero di accorgimenti fra cui scegliere, e tra questi ricordo qui, per nascondere finanche una rima, e chissà che degli altri accorgimenti questo non sia matrice, lo schema delle rime nelle terzine del sonetto d’apertura: CDE DEC.

Accesa è infatti legata per assonanza a eterna , stella, quella e poi per il durare di una doppia rispetto al III e IV verso. Sono legami deboli, se li prendiamo ciascuno per sé, più deboli di quelli che legano altre parole, ed è accesa, il più solo tra sostantivi, verbi e aggettivi, che rimane nella nostra immagina­ zione acustica, e sta alla fine, è l’unica parola che esce nello spazio dal grembo della nave-madre, e cos’è veramente accesa? Un’eternità o, contro, una brevità, di una stella o, come abbiamo visto, della vita o della morte, oppure della poesia, modello stesso dell’essere, che va da nulla a nulla, per eterne brevità. A volte quell’irrelazione di cui parlavo è totale e reale, come nella penultima di Viola di morte («Oh notturno silenzio: ecco lontano») o in «0 tu che celebrasti» o in <<Nuvole rosse in fuga sulla serra», oppure in «Questo alato insettuccio di crepuscolo», quasi spia di un atroce amore, e in cui nessun termine in fine verso è in relazione sonora con l’altro. Questi casi sono in proporzione più frequenti ne Il tradimento, dove l’ultimo termine, se irrelato, ha anche un maggiore, perché eccentrico rispetto alla media lessicale della poesia cui appar­ tiene, e inaspettato peso. In «Non sapevo in qual modo morire» che leggo:

Non sapevo in qual modo morire:

Mi figuravo la morte

Come una nascita, come

Un forzare le porte

D’un altro mondo, o del nulla.

 

Alla mia morte or largo varco è aperto.

 

sta una rima (II e IV verso) che lascia apparentemente liberi gli altri elementi, morire-come-nulla-aperto, che sarebbe esplicito di uno stato dello spirito Tutto­ Nulla, se volessi dar credito, e non voglio, a una soluzione anche enigmistica di questa poesia, che quindi includerebbe in sé un funebre gioco eversore, soluzione indegna del grande tema, centrale e anzi unico, dell’esperienza poetica landolfiana. Apparentemente liberi avevo detto, perché come è relato per assonanza imperfetta con le parole in rima, e aperto è relato per consonanza sempre alle parole in rima, oltreché rafforzato dall’eco di consonanza al ritorno della stessa morte nel primo termine in rima, e poi delle consonanti e assonanti largo e varco. Tralasciando gli altri legami interni, come ho già accennato, qui l’intensità della consonanza ha una funzione di sacralità e di conclusione di un’ ascesa per le sette balze: chiusa di quel che appare un’altissima prosa successivamente versificata. Ma a questo punto del percorso spirituale ogni parola e cosa è poesia, perché essa non riflette più (o non rifletterebbe più) l’infinita circolarità e la stasi, sia anche apparente, al di qua di una ricerca, sotto la specie dell’ossessione, della mania, della sterile solitudine, bensì uno stadio di integrazione «filosofica», di disposizione, possibilità e potenza mistica.

s-l300

Io credo che Landolfi può non piacere per la sua estrema lateralità rispetto alla tradizione del ‘900. Aggiungo: può non piacere subito. Infatti almeno la poesia landolfiana ha bisogno di un tempo di adattamento da parte del lettore, disavvezzo persino a un certo aspetto grafico, distolto dall’orizzonte di a ttesa sino, ad esempio, nelle maiuscole a ogni inizio verso, che, onnipresenti, messaggere di Landolfi dovrebbero già essere. Una cosa mi viene in mente, l’assenza di cromatismo, di prossimità alla materia, la barriera contro ogni sensorialità, quasi ovunque e non nelle cose migliori, il trattenersi nel bianco e nero, questa è un’impressione che non so cancellare, non so slegare dal nome di Landolfi. Anche l’opera di Lorenzo Calogero mi dà quest’impressione, con la differenza però che in Lorenzo Calogero un’implosiva intraversione è una qualità e soprattutto una sostanza egualmente distribuita in tutta la sua opera, pervade ugualmente ogni poesia. No, per Landolfi si tratta di altro, penso a un velo percettivo che, imposto ab initio dal mondo e dalla vita dovrà cadere. O forse è l’essenza di una visione senza veli che noi non vediamo perché il mondo, la vita, ci costringe al velo o alla lente. Certo poi quel che considero un carattere transitorio, benché pervasivo, della poesia landolfiana corrisponde forse anche a quell’incombente vuoto che minaccia il tessuto della prosa. Ma ciò che prosa o poesia diversamente significano per Landolfi egli esprime in più d’una poesia, nei due libri. «..Ah più non so evocarti/Dal nulla, o Dolce, o non mai vi­ sta./ Né so evocare te, Madre gentile,/O te, padre di lunga pazienza .../Il melograno apriva rossi fiori,/ Presentava gli schivi balausti./Tu mi portavi sotto il braccio, nudo/Nella corte». Egli oltrepassa quell’assenza di cromatismo, quell’avara e avida scheletricità in alcune poesie che trascendono i due tipi di cui ho parlato a cominciare, in Viola di morte, da «Non ti destare, amore» (e, di rimpetto; <iDivide, l’ansito del mare» più simile al tipo Breve), o per esempio in «Il verde·ha mille volti», «Quel ricamo d’argento», o nella visività dei versi 6-10 di «Qualcuno immaginò farsi più ricco», con l’eco, ne Il tradimento, dei versi 7-11 di «Di dove ancora vivo, di dove».

In «lsmena», ieratica, dopo l’irruzione della vita, l’autore cosl dice alla morte:

<<Avvolgiti di nere bende il capo:/Tu non sei più speranza>. E poi, con un legame ritmico che scandisce una sconfitta-vittoria -sconfitta, viene da immaginare, finta – lentamente: l’infinita perdita è quella di una morte vera, perdita che lo confina nell’oceano del peggio, mentre la persa morte sarebbe stata condizione a premio di una breve navigazione, vera vita perché vera morte, perché non eterna . Così in altre sempre della stessa specie, esempio «Quando era, la morte era certezza», anche troppo direttamente rivelatrice, senza obliquità, e l’obliquità non fa parte di Landolfi, e «Tutti, rio tempo sconoscente», e poi

«Ci parve torto ed ingiustizia un giorno», «E’ vivo il dio dell’odio», «Tu mi baleni innanzi», simmetrica a «Breve perché non eterna», e «Oh che parole dolci», «In queste amare notti», tutte dense, centrali, esplicite dell’anima landolfiana. Queste le brevi ne Il tradimento. Ma poi quelle trascendenti le due specie, per esempio in Viola di morte anche «Grazia, signore tanto più feroce», «Solo, amore mio, solo», «Non trovo conforto», più frequenti stanno ne Il tradimento:

«Non più m’affascina il luogo lontano», «Semiballata», «Il flauto narra d’antichi reami», «Nulla, neppure i verdi prati», che ancor più delle altre sembra il manifesto di una personale, panteistica riconciliazione, e «Dunque nulla saprà di questo fiume», «Tu quelle poche briciole raccatta», che credo sia la più bella di tutte, e in cui senza più peso stanno parole come «raccatta», tutto è incluso in una sofferta vittoria, in una tardiva armonia, come la felicità, le sue briciole, non è inclusa in moduli montaliani, da Satura , ma invece è qui un personalissi­ mo contraltare a tutte le altre esigue felicità novecentesche,  in altri poeti, e sembra, leggendo questa, che tutte le altre felicità cantate dagli altri poeti ap­ partengano soltanto a canzonette, e canzonette poco strinate da misurata e se­ rena mestizia.

La leggo:

 

Tu quelle poche briciole raccatta

E aduna di felicità,

Componine l’immagine felice

Che potrebbe salvarci dalla morte...

Odi: laggiù nel bosco, a mano manca,

Per la pioggia il rigogolo si lagna

(Oh flauto sordo, oh voce concertante)

E a mano dritta dal suo stesso pianto

Si svolge e accende un cielo,

Un orizzonte senza fine

Entro il cui giro corrono le stirpi

Umane a gara, e la vicenda eterna,

E tutto quanto si dà in terra d’oro.

E tutto quanto nutre la folle

Speranza, ed il fallace

Presentimento  di diversa patria

Lusinga: d’oro i tuoi capelli

E la tua voce incrinata.

 

e poi ancora poesie come <<A grandi balzi, magnis itineribus», o come <<Angoscia e terrore sono ormai».

Troviamo poi, occorre dirlo, in Landolfi un concettismo connaturato, alquanto diverso, certamente, dal neo-concettismo di oggi, quello di alcuni giovani poeti e che tanto piace a un certo pubblico: distante, il nostro, da piccine speculazioni barocchiste e comunque da non meno piccine agudezas, a lui ap­ partiene quel grido di gabbiano nascosto nella nebbia, quel richiamo della gru nascosta dalle nubi: «Ah de la vida!… Nadie me responde?» che aveva letto in Francisco de Quevedo, gli appartiene in quelle poesie, soprattutto in Viola di morte, che adombrano una visione del deserto e della vita che la morte visita, la vita contemplata  dal suo contrario.

Immane e segretamente fecondo magistero quello delle riuscite mature, finali e definitive poesie di Landolfi! Sia le brevi sia quelle del canto dispiegato, dove più si riconosce figlio del Novecento e italiano, lui così straniero, così ultramontano, boreale, brumale : a nulla sarebbero servite le impronte e i tibici­ nes degli autori amati. Rileggo, in Viola di morte, la seconda parte di «Che fa, se non ci spia, l’albero immoto?». La divina e santa accettazione dell’essere non subito delle volte abbaglia, ma oltre la nostra storia letteraria, al di fuori del nostro secolo, splenderà, io credo, per coloro che vorranno godere, in nome di una nuda, ebbra e pura contemplazione dell’essere, di una visione senza confini. Oltrepasserà la morte questa visione? Ricordo che per possedere la morte il nostro autore la corteggia, vorrebbe esserne contenuto. E posseduto egli è dal lutto, cerca immagini d’amore da creare in sé stesso, con cui ridar vita all’ amore per la vita. E non essendo il lutto mai interamente accolto quelle immagini stanno lontane, e fragili . E da quelle, e dalla loro finitezza, non vorrebbe egli mai farsi vincere. La morte-madre lo lascia vivere, solo. E lì egli vive, nella sua solitudine, nella scheletrica volontà del ricordo. Ma poi a dispetto di questa alleanza con la morte la vita lo cattura, un’immagine d’amore più forte di tutte le altre gli restituisce, dopo tutta una vita, una compromissoria lega con la vita. Quale rammarico pel tradimento gli infligge quell’immagine! Tradimento della morte-madre che gli dispensa in cambio una terribile e nuova sofferenza, quella, nel sentirsi vivo, di essere solo nella propria identità, lui già così a lungo trasmutato per distillazione dall’esperienza di morte, e poi di morte-porta sulla vita, botola sul vivere.

Quanto profonda questa esperienza di morte, e con quanto coraggio meditata! Qualcosa di urgente lettura per la sua bellezza e la sua profondità, cioè per la sostanza di pensiero che, perché pensiero esperto di verità, consustanza di verità, bello è già di per sé e comunque, e nudo oppure vestito di musica : così profonda l’esperienza di morte è in Landolfi che, quando cominciamo ad avventurarci nel suo mondo poetico e non per cabotaggio ma attraversandolo, attraversiamo non solo un deserto, ma l’ultimo deserto possibile del nostro vivere. Altri ne potremo inventare, e altre purificazioni, altre visioni, altri rag­giungimenti di sé, e però deserti che non postuleranno nulla di simile, penultimi. Il terribile viaggio landolfiano duole perché pieno di rovi e memorabile e universale e, benché recalcitriamo, nostro. E quanta resistenza nella lettura!

Sta un infinito arcipelago in questo mare di blatte, ed è l’ultimo deserto. Emblema landolfiano potrebbe essere «Non sapevo in qual modo morire»: statua perfetta, e il resto roccia d’alpe. Leggendolo ripetiamo la scultura: lavoriamo, e alla fine una definitiva visione ci cattura, è quella della morte, che è anche quella della vita . Cento poesie, Viola di Morte e Il tradimento valgono ben più di tutto il Landolfi narrativo. Non c’è, infatti, qualcosa che gli somigli nella storia recente della nostra poesia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

146

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...