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La lunga lotta della Pantanella

Nel novembre del 1971 si concludeva, con un accordo sindacale, l’occupazione della Pantanella, un’antica fabbrica di pasta di Roma. Sembrava una vittoria, ma fu una sconfitta di cui, un attimo prima degli altri, si accorse uno dei responsabili dell’azienda  che, alcuni giorni dopo la firma dell’intesa, si suicidò lanciandosi dalla terrazza più alta dello stabilimento di Porta Maggiore, i cui muri di cinta, con gli striscioni che promettevano resistenza a oltranza, erano stati per mesi il diario della lotta a uso dei pendolari bloccati sui treni nelle lunghe soste prima di entrare nella stazione Termini. Lo raccontai per “Nuovi Argomenti” nel numero aprile-giugno del 2000 quando al posto della fabbrica, dopo anni di abbandono, stava nascendo un’area commerciale e di uffici.  

Il treno ferma ancora lì, a poche centinaia di metri dall’ingresso della stazione Termini, a metà del ponte ferroviario di Porta Mag­giore. I pendolari più impazienti o più in ritardo, oggi come ieri, non riescono a sopportare quest’ultima sosta, spesso la più lunga delle numerose che accidentano la “tratta” Napoli-Roma via Cassi­no, e si precipitano ad aprire le porte di servizio, strattonando furtivamente con una mano le maniglie di alluminio lucido. Poi attraversano i binari con le borse sotto il braccio e spariscono die­tro il parapetto in muratura, dove una scaletta di ferro arruggini­to li scarica sulle strade sottostanti, proprio nel punto in cui si incrociano Prenestina e Casilina, che in quei paraggi conclude il suo cammino dalle terre del sud verso la capitale. I più continua­no a restarsene dentro le carrozze, a torturare con gli occhi gli orologi o a scivolare con lo sguardo, distratto e ansioso, sull’arco di Porta Maggiore e, quelli più in coda, sulla fila di edifici sventra­ti e ripuliti per una ristrutturazione in corso. Si tratta degli stabi­limenti, monumento di una vecchia e elegante architettura indu­striale, che fino a trenta anni fa, e prima di allora per altri qua­ranta, furono sede del molino e del pastificio più famosi di Roma, la Pantanella. Il fondatore, che le diede il nome, un intraprendente venditore di pizzette di granoturco, edificò l’azienda pezzo dopo pezzo sui terreni dell’asse ecclesiastico, nelle vicinanze del Circo Massimo. Da qui venne sfrattata mezzo secolo dopo, nei novecen­teschi anni trenta, per non intralciare la risistemazione archeolo­gica della zona. E da allora, chissà se per destino o scelta, trovò luogo sulla Casilina, nei pressi del sepolcro del fornaio Eurisace, fregiato di scene che descrivono come si attendeva alla lavorazio­ne e alla vendita del pane nella Roma tardo repubblicana.

Sulla facciata più alta dell’edificio centrale, un cartellone colora­to annuncia il recupero architettonico e urbanistico dei dieci fab­bricati del complesso industriale e dell’area, per iniziativa del­l’attuale proprietà, l’Acqua Pia Antica Marcia, erede ultima dell’Anglo Roman Water Company, società costituita a Londra pochi anni prima di Porta Pia con l’intento benefico, e commercial­mente lungimirante, di riportare nell’urbe l’antica acqua del pre­tore Marcio. Il cantiere chiuderà nel 2001. A quella data, promet­te di offrire alla città un’evocazione. L’immagine inattuale e avvincente del villaggio, spiegano le relazioni che illustrano il progetto. Un’oasi del passato pre-metropolitano, insistono ammiccanti le carte, schizzata nel centro della metropoli. L’evo­cazione si materializzerà in 203 appartamenti di vario taglio, decine di negozi e autorimesse, un parcheggio multipiano, innal­zato dentro il vecchio silos liberato dalle partizioni interne usate per lo stoccaggio delle granaglie, spazi per attività culturali e tempo libero. E, da ultimo, una scuola di teatro per giovani arti­sti in un fabbricato che il comune ha chiesto gli fosse riservato, a parziale attenuazione, si può immaginare, degli ingenti oneri di urbanizzazione dovuti.

Nel 2001 la parabola storica della Pantanella si potrà dunque dire compiuta. Giusto trenta anni dopo gli ultimi atti della sua vita di grande realtà produttiva romana. Trenta anni dopo le prime, niti­de, avvisaglie di un futuro da centro residenziale e di servizi, attribuite, nelle cronache del tempo, al fosco incontrarsi delle mire di una società “chiudi e vendi” americana con le trame degli affaristi del Vaticano, impegnati per suo mandato a smobilitare le tradizionali e sempre meno redditizie proprietà italiane e a ten­tare lucrative speculazioni immobiliari.

Allora, un altro cartello, meno colorato ma posto come quello di oggi sulle mura dell’edificio che fa da quinta d’angolo all’entrata della stazione, dava il resoconto giornaliero di una lotta operaia che si sarebbe prolungata per nove mesi, dal marzo al novembre del 1971. Contava i giorni dell’occupazione della fabbrica, e inti­mava che si sarebbe resistito un minuto in più del padrone. I pendolari del tempo, i più giovani, si entusiasmavano e trovava­no conferma che la vittoria era a portata di mano se bastava, qui come altrove, resistere un minuto in più del padrone. Non sape­vano né sospettavano, al pari degli anonimi cronisti che aggior­navano il cartello, che il padrone aveva già smesso di resistere. Aveva lasciato il campo e perciò, per vincere, aveva portato dalla sua il tempo.

La Pantanella fabbricava mangime per gli animali, biscotti, colombe pasquali, panettoni e, soprattutto, pasta. Che in quan­tità generose, e per obiettivo di un marketing diretto e casarec­cio, veniva cucinata e servita in ciotole di terracotta alla Festa de noantri e alla sagra di Amatrice, il due settembre. Era di ottima qualità, ricordano con decisione gli operai di allora, i protagoni­sti della lunga occupazione. In un’occasione la fabbrica aveva sfornato anche pane, per l’alluvionata Firenze, quattrocento quintali al giorno, utilizzando le linee dei panettoni. Il grano duro arrivava dall’Argentina e sbarcava a Civitavecchia. Un treno lo portava fin dentro lo stabilimento, capolinea di un binario che si staccava da quelli principali, prima di entrare nella stazione Termini. Il primo trattamento si effettuava già dentro le ampie paratie del silos: un filtro depurava le granaglie delle pellicine più spesse. Raffinati così a un primo vaglio, i chicchi venivano spinti lungo una condotta elicoidale verso il mulino, dove si com­piva il lavaggio vero e proprio e, subito appresso, la macinazio­ne. A questo punto il macinato prendeva due opposte direzioni. La parte più impura, la crusca, arricchita e resa più appetibile dagli scarti delle lavorazioni degli altri reparti dell’azienda, a cominciare dalla farina di biscotti, era già pronta per andare sul mercato dell’alimentazione animale. La parte più fine, la semola, veniva impastata con l’acqua, passata dentro gli stampi e, una volta sagomata secondo le più varie pezzature, veniva trasferita nelle ampie stanze d’essiccazione, dove per la sola azione dell’a­ria e sotto il controllo di un operaio asciugatore nel giro di una giornata diventava pasta secca, pronta per essere confezionata in scatoloni da 30 chili destinati ai rivenditori, finché restò ammessa la vendita sfusa, e in astucci da una libbra, fino al gior­no in cui queste misure provinciali vennero soppiantate dalle confezioni da un chilo o da mezzo, simbolo della omogeneità dei mercati garantita dai pesi standard. Un supplemento di lavora­zione toccava agli spaghetti, che usciti dalla pancia di levigati tubi cilindrici, revisionati almeno due volte l’anno perché non squilibrassero la precisione del loro taglio, venivano asciugati sulle filiere degli stenditoi, appesi a metà delle due estremità, ritorti come fragili uncini. Le curvature venivano poi spezzate per restituire linearità allo spaghetto e finivano come minuzzoli di minestra dalle forme erratiche. Era un processo tutto naturale, ricordano gli operai. E aggiungono: stava lì la nostra forza ma anche il nostro punto debole.

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La crisi arrivò all’improvviso. Nel mese di agosto del 1970 vi furo­no i primi licenziamenti. Nel marzo successivo la direzione azien­dale ne minacciò altri novanta. La risposta dei dipendenti, che erano diventati quattrocento da cinquecento stabili che erano stati un decennio prima e settecento che continuavano a essere nei periodi di produzione delle colombe e dei panettoni, fu l’oc­cupazione. Una scelta estrema, senza margini di mediazione. Ma sorretta dalla convinzione che con gli operai della Pantanella si stesse provando a cancellare la Roma delle industrie manifattu­riere, per fare spazio a qualcosa che allora pareva un labirinto improduttivo impastato di artifici finanziari, servizi di parole, speculazione sui terreni, stimati solo per le cubature di cemento che avrebbero accolto sopra piuttosto che per gli opifici che con­tenevano o per quello che avrebbe potuto germogliarvi sotto. A provocare l’inatteso crac, spiega Tullio Signorazzi, il sindacalista della Cgil che capeggiò la ribellione, le molte assunzioni clientelari che compromisero il rapporto tra impiegati e operai: troppi i primi perché gli altri potessero mantenerli, suggerisce ritornan­do alla sintassi del suo marxismo privo di incertezze. A un male più interno ripensa, invece, Sergio Lapis, capo del consiglio di fabbrica che racconta tuttora inorridendo dei sistemi sommari con cui i dirigenti commerciali si passavano per mano i nuovi prodotti domandandosi a quale prezzo dovessero essere venduti. Il primo reparto a cessare l’attività fu così il più recente, il biscottificio. Il solo su cui erano stati riversati investimenti per ammodernamenti successivi nel corso del suo tredicennio di vita. Da questo si capì che la metastasi aveva invaso tutta la fabbrica e che da allora in avanti dalla Pantanella non sarebbe uscito più un filo di pasta, un pugno di farina, una mollica di dolce. L’occu­pazione fu un atto forte, a Roma si ricordava solo il precedente, qualche anno prima, dell’Apollon, uno stabilimento tipografico. I pastai non avevano esperienze con cui confortarsi. Davanti a loro, però, e forse proprio per la novità della scelta che lasciava immaginare la gravità dei fatti che l’avevano obbligata, la città sospese la sua indifferenza e non tradì impazienze per i cortei giornalieri lungo le strade che portavano agli uffici severi in cui si sarebbero prese le decisioni ultime. 0 per gli assembramenti vocianti nelle strettoie di via Flavia dove, al ministero del lavo­ro, per le pressioni congiunte di sindacati ancora potenti sull’on­da dell’autunno caldo appena dietro le spalle, di partiti allora attenti a non scollarsi dalle proprie basi sociali, di discreti emis­sari vaticani, preoccupati che la lotta non portasse alla ribalta celati interessi proprietari e responsabilità gestionali di lunga durata, si cercavano soluzioni: più semplicemente, è la verità giunta fino a oggi, si prendeva tempo e si architettavano finzioni per chiudere l’accordo, sgomberare la fabbrica, prolungare il più possibile la cassa integrazione, dare a tutti il modo di cercarsi qualcos’altro da fare o di arrivare all’età giusta per la pensione. Il 24 novembre 1971, infine, l’accordo si firmò. Prevedeva che l’at­tività riprendesse, la manodopera venisse riassunta, la Gepi, finanziaria delle partecipazioni statali ai primi passi, sborsasse un miliardo e mezzo per dare la carica a tutto il meccanismo. I mesi successivi, mentre l’attenzione dalla Pantanella si spostava su una fioritura inusitata di occupazioni, tra cui quella di un’altra fabbrica simbolo, la Coca Cola, furono riempiti da una lunga istruttoria per accertare se il piano proposto avesse attendibilità industriale. L’accertamento fu negativo. Per uso interno ed esportazione, decretò infatti la Gepi, sarebbero stati necessari dodici milioni di quintali di pasta, quelli prodotti erano sedici milioni, il miliardo e mezzo avrebbe finanziato il superfluo. Anco­ra per qualche mese si tentò di ottenere un intervento politico. Si confidava sull’effetto imitativo indotto dal recente ingresso dello stato nelle produzioni alimentari di Motta e Alemagna, tra­mite una società pubblica costituita a bella posta. Ma a crederci erano in pochi, tutti gli altri si erano mano a mano convinti che il futuro chiamava le grandi concentrazioni, consegnava il palli­no del gioco nelle mani dei giganti che non lasciavano asciugare gli spaghetti con il soffio dell’aria, come per una stagionatura dal ciclo accelerato, e affidavano la naturalità delle loro paste alla suggestiva falsità dei manifesti pubblicitari e, più tardi, degli spot televisivi. L’unico risultato fu la lunga cassa integrazione, in atte­sa di uno stabilimento che si sarebbe dovuto costruire a Latina e per il quale non si andò mai oltre il cartello annunciarne l’opera, la creazione di un modesto opificio, a Pomezia, battezzato Panta­nella sud, che offrì lavoro a qualche decina di operai usciti dalla fabbrica di Roma, la liquidazione a tutti, fino all’ultima lira, delle spettanze nel frattempo maturate. L’ultima assemblea fu dunque serena e la lunga occupazione non lasciò il malanimo che frantu­ma le comunità dopo ogni prova che infuoca i sentimenti e asse­gna significati definitivi alle parole e ai comportamenti. Quella gente, dicono i vecchi capi della lotta a conferma di una solida­rietà che non si è spezzata, continua a frequentarsi, si sente anco­ra della Pantanella. E il ricordo degli ultimi mesi della Pantanella, per loro, non è aspro ma quieto. Non affiora all’improvviso, impe­tuoso e irrisolto, tra le fessure della damnatio memoriae, sotto cui si rischia sempre di occultare il nostro momento cruciale. Il rac­conto si increspa un po’ solo su un ultimo fatto. Sul volo nel vuoto, dall’alto del tetto del pastificio, nel giorno stesso dell’ac­cordo, dell’unico che ebbe in quell’attimo la convinzione folgo­rante che la Pantanella era finita e con essa la vita. Si trattava del direttore dello stabilimento, uomo dell’azienda prima ancora che della proprietà. Si chiamava, ironia della sorte, De Cecco.

Ringraziamenti e note

Tullio Signorazzi e Sergio Lapis, segretario romano degli alimentaristi della Cgil il primo e delegato della Pantanella nei mesi dell’occupazio­ne il secondo, li ho incontrati grazie a Luigi Stanca, grande capo dei panettieri romani che ancora oggi ricorda tutti i forni a cui la Pantanel­la vendeva le sue farine.

L’archivio della Camera del lavoro di Roma “Manuela Mezzelani”, l’ho consultato con l’aiuto del responsabile Giuseppe Sircana. Ho potuto così prendere visione delle annate 1971 e 1972 di Impegno sindacale, mensile della Cgil romana in cui si commentano i vari momenti della lotta della Pantanella, e di un fascicolo dell’ufficio economico del sin­dacato, datato gennaio 1950, che descrive i mutamenti del capitale sociale della società. La nota ricorda che si era partiti da 5 milioni al momento della costituzione nel 1874 e si era balzati a 400 milioni nel 1949 per nascondere “i grossi profitti derivati dalla manipolazione di rilevanti partite di farine americane”. Un’operazione “voluta dai finan­zieri vaticanensi” per “aumentare il numero delle azioni in possesso del padrone servito dai Nogara e Pacelli”. Bernardino Nogara, componente del consiglio di amministrazione era delegato amministrativo dei beni dello Stato Città del Vaticano, Marcantonio Pacelli, presidente della Pantanella, nipote del Papa e fratello di Carlo, consulente legale del­l’amministrazione dei beni del Vaticano. Nel consiglio di amministrazio­ne del pastificio romano, sottolinea il documento, sono stati presenti sempre “uomini del regime in auge”. E cita il presidente precedente l’at­tuale, Filippo Cremonesi, “il ben noto Pippo Pappa, ex governatore di Roma e ministro del fascismo”.

La Pantanella negli anni successivi alle vicende narrate in questo scrit­to è stata alloggio di fortuna di migliaia di immigrati. Mohsen Melliti, giovane scrittore di Tunisi, ne ha raccontato i fatti e i personaggi in un romanzo: Pantanella. Canto lungo la strada, pubblicato nel 1992 dalle Edizioni Lavoro.

Per una storia succinta della Pantanella e sul progetto di recupero in atto si può andare su internet a www.pantanella.it., pagina del sito Acqua Pia Antica Marcia realizzato da Alia Web Consultig.

Nella cronologia che vi compare si ricorda il bombardamento che distrusse la fabbrica il 19 luglio 1943. Delle 17 bombe sganciate, 13 colpi­rono il molino. La Pantanella, si apprese in seguito, era considerata area di interesse strategico.

Tarcisio Tarquini, “La Pantanella”, Nuovi Argomenti, n. 10 – aprile/giugno 2000. pp. 179-187

Nota (3 giugno 2019). Il dirigente aziendale suicida è ricordato dai testimoni col nome “De Cecco”, si chiamava in realtà Mario Di Cecco, ma forse l’equivoco sul nome è un involontario richiamo alla famosa pasta molisana che avrebbe sostituito, da lì a poco, sul mercato quella dell’antica azienda romana. Come un segno del destino.

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