Il professor Mantovani non divagava. Durante le sue lezioni, di un’ora precisa (non c’era ancora l’ora di cinquanta minuti, ma noi non ci stancavamo lo stesso) non si (ci) concedeva pause, non raccontava l’aneddoto familiare, non parlava di sé (ovviamente ci diceva lo stesso tanto di sé). Ricordo solo una deroga, quando il suo discorso finì sulla “Storia d’Europa nel diciannovesimo secolo” di Benedetto Croce (la storia d’Europa come storia dell’affermazione dell’idea di libertà, contraddetta – il volume è del 1932 – dall’affermarsi del fascismo e dei movimenti reazionari nel nostro continente.
In quell’occasione ci disse (così ricordo) che quel libro – uscito nel 1932 – lui lo aveva cercato, non ancora adolescente nella biblioteca del “paesino” nel quale allora si trovava (forse al seguito del padre carabiniere), suscitando sorpresa. Un frammento biografico, i primi passi del suo percorso di formazione, uno squarcio sulla sua vita che guardava – e ci fece guardare – con tenerezza.
Ecco perché credo sia interessante il testo che la mia amica, professoressa e preside, Roberta Fanfarillo mi ha consegnato autorizzandomi a pubblicarlo. È lo stralcio di una conversazione che Roberta ebbe con il Professore quando, nel 2008, gli venne conferita la cittadinanza onoraria di Alatri.
In questa conversazione (da cui poi il giornalista Danilo Del Greco avrebbe confezionato un’intervista per un giornale cittadino) Mantovani parla di se stesso prima di venire ad Alatri, del perché vi era giunto, del suo rapporto con la città, il Liceo Conti Gentili e studenti e colleghi.
Ecco il racconto.
“La mia famiglia è originaria di Parma e si è trasferita ad Alatri dove mio padre ha avuto nel 1945 il Comando della Stazione dei Carabinieri. Io lo raggiunsi con il resto della famiglia il 21 luglio 1945. Da allora non ho più lasciato Alatri e sento per questa città un forte legame.
Qui ho terminato i miei studi liceali e qui sono rimasto anche durante il periodo dei miei studi universitari alla Facoltà di Lettere di Roma. Prendevo ogni mattina alle cinque il treno con le 5 lire che mio padre mi dava per il pranzo ma che il più delle volte sono state utilizzata per acquistare un libro. Ancora oggi nella mia biblioteca conservo i volumi che ho acquistato da ragazzo, il più antico risale al 1943, è un’edizione dei Canti di Leopardi commentati dallo Straccari che acquistai a 10 lire con il ricavato delle lezioni private impartite da liceale a uno studente che doveva affrontare l’ammissione al ginnasio”.
“Se ripenso a quei tempi, alle difficoltà economiche del nostro Paese e alle difficoltà di accesso alla cultura che avevamo noi giovani, non posso che biasimare la superficialità con cui oggi i giovani si accostano al sapere. Ieri studiare era un lusso che solo pochi potevano permettersi, raggiungere il diploma di scuola superiore era considerato già un difficile traguardo, l’università era poi riservata a pochissimi privilegiati a costo di grandi sacrifici. Oggi il sapere è enormemente aumentato e accessibile a tutti, ma i giovani studenti non sono educati all’amore per la cultura e al sacrificio dello studio, perché allettati da altri interessi effimeri”.
“Io non sono tra quelle persone che lamentano la superficialità del presente guardando con nostalgia al passato e non credo che la scuola di oggi sfiguri rispetto a quella di cinquant’anni fa ma ritengo che la scuola oggi educhi poco i giovani all’amore per il sapere e non li avvii ad uno studio autonomo che resti come abitudine per tutta la vita. Lo studio non va considerato solo come il mezzo per raggiungere un traguardo professionale ma come un’abitudine e uno stimolo per la conoscenza da mantenere vivi per tutta la vita. Terminato il tempo degli studi, la maggior parte dei giovani ritengono invece che sia concluso il loro rapporto con il sapere, perdendo così un’occasione straordinaria di libertà e di autonomia di pensiero”.
“Ho sempre creduto alla grande responsabilità educativa della scuola nei confronti dei giovani e alla necessità di accrescere il loro bagaglio culturale senza dimenticare di responsabilizzarli nei confronti del presente. Impegno culturale e passione civile hanno sempre caratterizzato il mio ruolo professionale. Come tutti gli studenti del Liceo potranno ricordare, c’erano due date importanti che costituivano un appuntamento fisso con gli studenti riuniti in Aula Magna: il 10 dicembre di ogni anno io ho sempre commemorato con una conferenza la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e il 24 aprile il valore e il significato della Festa della Liberazione che si sarebbe celebrata il giorno successivo e alla quale io ho partecipato ininterrottamente, dal 1952 ad oggi”.
“Gli anni trascorsi al Liceo Conti-Gentili sono stati ricchi di esperienze culturali e di incontri umani stimolanti: ricordo la commemorazione di Luigi Pietrobono nel 1961 a un anno dalla morte e la lapide in suo onore nell’Aula Magna; ricordo la profonda stima che mi ha legato al professor Guido Barlozzini che è stato un incontro molto importante nella mia vita”.
LO RICORDEREMO SABATO 27 GIUGNO 2026 ALLE 17 NEL SALONE DELLA BIBLIOYECA COMUNALE DI ALATRI