libri e polemiche, memoria, Ritratti

I libri dello “scaffale Professor Mantovani”

C’è un intero settore della mia biblioteca che potrei intitolare “Reparto Professor Mantovani”. Custodisce i libri che il Professore, durante gli anni del liceo, mi ha fatto conoscere e amare. Avrei voluto fotografarli, con le loro vecchie copertine e nelle edizioni molto sobrie che non cercavano di conquistarsi il lettore per la suggestione grafica, per la leggerezza dell’impaginazione, per la gradevolezza del carattere tipografico usato: ci riuscivano solo perché colui che ce li proponeva li aveva fatti esplodere nella nostra mente e nel nostro cuore, convincendoci che, se non li avessimo letti, ci saremmo doluti per sempre della loro privazione.

Avrei voluto fotografarli, dicevo, ma sono tanti e sono posizionati con un po’ di disordine; mi sono limitato, perciò, a osservarli, cercando di seguire la memoria. Non saprei farne una graduatoria, secondo l’importanza che hanno avuto nella mia formazione, ma è un fatto che il primo che mi è venuto in mente, mentre tentavo la ricognizione, è stato “Maometto e Carlo Magno” di Henry Pirenne, forse per i tempi che viviamo: un capolavoro della storiografia che spiega l’ascesa di Carlo Magno, come unificatore dell’Europa, alla luce della invasione musulmana.

Questo classico, con la sua tesi che aveva già trovato allora illustri contraddittori (tutti d’accordo comunque della sua importanza interpretativa), Mantovani ce lo spiegò facendoci leggere la recensione che ne aveva fatto Guido De Ruggiero, anche se adesso, con la memoria che non è più quella di una volta, non ne sono più sicuro. Quello di cui sono sicuro, però, è che il manuale di storia adottato da Mantovani, il Saitta edito dalla Nuova Italia, era sempre accompagnato da un’antologia della critica storica, lì imparavamo che studiare storia era affacciarsi sul presente, entrare nel vivo delle questioni del mondo contemporaneo (e mentre scrivo, mi tornano in mente le lezioni “verticali” sulla questione balcanica che iniziavano dalla fine dell’impero romano d’oriente e si fermavano al dissolvimento dell’impero austroungarico, dopo la prima guerra mondiale).

Sullo stesso scaffale di Pirenne, un piano più sotto, ci sono altri grandi classici della storiografia medievista, “L’eresia del male” di Raul Manselli, “Medioevo cristiano” di Raffaello Morghen, “L’autunno del Medioevo” di Johan Huizinga, “Lutero” di Roland Bainton, poi ancora la fila dei classici sulla rivoluzione francese, dai due volumi di Soboul a quelli di Michel Vovelle, arrivati un po’ dopo ma acquistati sulla scia della passione per la grande rivoluzione alla quale Mantovani dedicava un ciclo di sei o sette lezioni, quasi a suggellare con quell’evento che aveva cambiato l’Europa e l”aveva aperta al libero pensiero e alla modernità, il programma di storia della seconda liceo.

Ma potrei continuare, cambiando epoca: “Il pensiero classico” e “La fine del mondo antico” di Sante Mazzarino, poi tra storia letteraria e filosofia il “Machiavelli” di Luigi Russo, ma soprattutto i saggi di Gennaro Sasso con la famosa interpretazione del settimo capitolo del Principe, quello dove il grande fiorentino sentenzia, al termine di una incalzante analisi dei fatti e misfatti di Cesare Borgia nell’elezione del papa (se non era riuscito a incoronarne uno amico avrebbe almeno dovuto evitarne uno che gli fosse nemico, come si poteva prevedere sarebbe stato Giulio della Rovere), “Errò adunque il Duca in questa elezione e fu cagione dell’ultima ruina sua”.

A noi suonava come l’insuperabile legge che stabilisce che gli errori politici determinano la sfortuna politica, tutto il resto – voleva dirci Mantovani – è conoscenza imperfetta della politica: non era stata certo “l’estrema malignità di fortuna” a decretare la fine del Valentino ma le sue decisioni sbagliate per le regole della politica (poi Carlo Dionisotti avrebbe dimostrato che non era andata proprio così).

Fu Mantovani, allora, a farci capire che Machiavelli aveva pagato l’arditezza delle sue idee “con le contumelie di tre secoli”, quelle che gli avrebbero impunemente attribuito il detto “il fine giustifica i mezzi”, da lui mai pensato e scritto. Ancora oggi la frase si sente ripetere in giro, ridetta da qualche mestierante che vuol fare sfoggio di cultura per coprire le sue piccole infamie quotidiane.Certamente si tratta di qualcuno che non ha studiato con Mantovani e dei libri che egli evocava nelle sue lezioni non suppone nemmeno l’esistenza o li ha buttati in qualche retrobottega.

L’ULTIMA LEZIONE E QUELL’APPLAUSO MANCATO (27 maggio, 2026)

Ci fu un attimo di sospensione, quando perfettamente in sincrono, come sempre, con lo squillare della campanella, pronunciò le ultime parole dell’ultima lezione che concludeva il triennio liceale della classe di cui facevo parte.

Si coglieva, in quella sospensione, l’imminenza di un applauso con il quale avremmo voluto salutarlo e ringraziarlo del tanto che ci aveva insegnato e, soprattutto, di quello che aveva saputo trasmetterci, con il suo entusiasmo di ogni giorno: la passione per la ricerca, l’amore per i libri, che correvamo a comprare quando li citava senza bisogno che ce lo raccomandasse, il valore del dialogo intellettuale, il senso della politica come attività alta, sempre accompagnata dallo studio.

Non applaudimmo, perché allora non si usava, forse pensammo che potesse disturbarlo e quell’applauso che avremmo dovuto concedergli allora, anche qui in sincronia con la sua uscita dall’aula, e non gli concedemmo, l’ho sempre sentito come un atto mancato, una piccola codardìa, un affievolimento di coscienza per non aver avuto il coraggio di manifestare la gratitudine che tutti sentivamo, nel momento in cui terminando il liceo avremmo preso ciascuno la nostra strada, sapendo che non ci sarebbe stata l’occasione di riparare.

Il rimorso di quel mancato applauso, in realtà, molti anni dopo l’ho confidato a Lui stesso, al Professor Mantovani, quando il comune di Alatri gli conferì la cittadinanza onoraria riconoscendo, anche con un atto istituzionale celebrato nell’aula consiliare, l’importanza del ruolo che aveva svolto nella nostra comunità e il valore di un magistero speso interamente per gli studenti del nostro Liceo Classico Conti Gentili, di cui per un lungo periodo, nella parte conclusiva della sua carriera, era stato anche Preside.

Sono stato un suo alunno, intimidito dal nitore della sua autorevolezza intellettuale, ma ho continuato a cercare la sua approvazione anche dopo, quando gli mandavo quello che pubblicavo e quando mi facevo promotore di iniziative culturali, chiedendo la sua partecipazione, che finché ha potuto non è mai mancata.

L’ultima volta è accaduto nel febbraio del 2020 per un convegno su Padre Luigi Pietrobono, nel sessantesimo della morte; gli proposi di tenere il discorso inaugurale (dieci e venti anni prima aveva promosso lui l’iniziativa di ricordare il grande dantista, che chiamava “Maestro” – i suoi interventi nei due seminari di studio si possono leggere nei preziosi volumetti che ne raccolsero gli atti). Disse di sì, per cortesia, ma ormai non era più nelle condizioni di mantenere l’impegno e ci limitammo solo a inviargli un saluto.

Ricordo con un brivido, ancora adesso, le sue lezioni sulla rivoluzione francese, letta e spiegata con la guida dei maestri della storiografia novecentesca, o quelle sul Manzoni degli “Sposi Promessi” e le letture di Luigi Russo, Attilio Momigliano, Federico Chabod, il venerato Benedetto Croce (ma anche Antonio Gramsci e Piero Gobetti), il suo racconto del pensiero dei grandi filosofi, fino a quell’imperativo kantiano che, pronunciato da lui, ci illuminò nella confusione delle nostre adolescenze: “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

Andando a rileggerlo dopo, questo sovrano ammonimento, là dove Kant l’aveva scritto, mi parve, addirittura, un po’ deludente, meno perentorio: forse perché privo, sulla carta stampata, della voce e della passione di chi ce lo aveva, per primo, insegnato.

Grazie Professore, spero che dove si trova adesso, possa sentire la mia devozione, il mio commosso, riconoscente, anche se tardivo, applauso.

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