La data della scheda dell’archivio Zavattini è 19 gennaio 1958 e la descrizione è molto precisa: “Si tratta di un soggetto che Cesare Zavattini scrisse in collaborazione con Vincenzo Mazzocchia. Nel corso del 1958 è documentata una collaborazione tra Cesare Zavattini, Vincenzo Mazzocchia e Guido Barlozzini relativa a un progetto di film da realizzare in Egitto”.
Il fascicolo contiene un soggetto dal titolo, provvisorio, “Io sono papà”, il cui protagonista è uno straccivendolo che si chiama Tonin. Non saprei dire se il film da realizzare in Egitto sia lo stesso del soggetto, potrebbe essere così perché l’ambiente nel quale si svolge la vicenda è quello degradato di un villaggio di stracci, ma la didascalia potrebbe anche alludere a un altro progetto di cui non sia restata traccia nell’archivio. Ho chiesto qualche chiarimento ai responsabili del Fondo Zavattini, depositato nella biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, ma senza averne informazioni più precise.
Questo soggetto, che compare con la classificazione di “progetti di film non realizzati”, non viene menzionato nemmeno nel recentissimo e ampio repertorio, curato da Nicola Dusi e Mauro Salvador, sui soggetti cinematografici di Zavattini mai realizzati, edito da Marsilio alcuni mesi fa.
Resta, però, come prova di un rapporto che Vincenzo, il giovane e schivo intellettuale di Alatri, ebbe con Zavattini, di cui troviamo ripetuti riferimenti nelle lettere che Barlozzini e il maestro del neorealismo si scambiarono nel corso degli anni Cinquanta, e che sembrò trovare un approdo finalmente positivo con questo testo scritto e firmato insieme.
I documenti presenti nell’archivio contenuti in un medesimo fascicolo, in realtà, sono due: il primo più che un soggetto è un’idea sintetizzata in tre cartelle che viene poi sviluppata – ed è il secondo documento – in un vero e proprio soggetto che ne espande la trama cambiandone anche punti essenziali. Tonin è il protagonista. Uno straccivendolo nano che, mettendosi contro un brutale, anche se alla prova dei fatti pavido, capo banda o capo villaggio (il ruolo cambia tra il primo e il secondo dattiloscritto), riesce a conquistare con la sua modestia, ma anche con insospettata tenacia, il cuore della donna del capo (da costui tenuta anche come prostituta per i suoi guadagni) fino a sposarla e averne un figlio. È proprio la notizia della paternità a dare coraggio a Tonin per ribellarsi all’angariatore e per opporsi al Comune che vorrebbe multarlo per la casa abusiva che si è costruita per dare un riparo degno a moglie e figlio; la consapevolezza di essere “papà” gli dà una identità e un prestigio che spingono gli altri abitanti del villaggio a eleggerlo loro nuovo capo (e a imitarlo nel costruirsi abitazioni abusive), mentre il capo precedente fugge coperto dal ridicolo e dal disprezzo generale.
È difficile individuare quale sia stata la parte di Zavattini e quale quella di Mazzocchia nella stesura del soggetto; tra il primo e il secondo ci sono, come ho detto modifiche anche sostanziali, la più curiosa (a me sembra anche la più zavattiniana) è la comparsa tra i protagonisti, nel gruppo dei vecchi saggi del villaggio, di un pappagallo del quale – ci informano alcune righe scritte a mano aggiunte a conclusione del testo dattiloscritto – si celebra il centesimo compleanno con una festa durante la quale, come riconoscimento, gli viene regalata una medaglia d’oro.
Dicevo delle lettere di Barlozzini a Zavattini, con la segnalazione delle qualità di Vincenzo e la richiesta di aiutarlo a trovare lavoro nel cinema. Il 17 marzo 1953 è Zavattini a scrivere a Barlozzini: “venne a me il suo amico Mazzocchia (…) ma è un caso davanti al quale mi sento impotente” e prosegue rivelando che ha tentato di inserirlo nel progetto del film “La fine del mondo”, ma che poi questo progetto è tramontato. In coda alla lettera, però, Zavattini inserisce la notizia, arrivatagli proprio mentre si apprestava a spedire la missiva, che improvvisamente sembra essersi riaccesa una possibilità di realizzare il progetto e, in tal caso, sarebbe tornata in ballo la candidatura di Vincenzo per qualche attività.
Non se ne farà nulla, ma nemmeno un anno dopo, il 9 marzo 1954, Barlozzini scrive al cineasta “ho convinto Vincenzo Mazzocchia a inviarle un suo abbozzo di sceneggiatura. Dico che l’ho convinto perché lui col suo solito riserbo non ne voleva proprio sapere”. Nemmeno due mesi dopo, il 7 maggio, Zavattini risponde: “quello che ho letto di Mazzocchia conferma il suo giudizio. È un uomo solido e molto intelligente, Certo che potrebbe fare qualcosa nel cinema e meglio di coloro che nel cinema prosperano”. Passa ancora del tempo senza che accada nulla, ma in questo deve entraci anche il carattere di Vincenzo; lo scrive chiaramente Barlozzini in una lettera a Zavattini datata 5 ottobre 1955 in cui allude a indecisioni ormai vinte: “l’ amico Mazzocchia è ormai deciso a superare qualunque timidezza e riserbo dovuto ad eccessiva modestia e sottovalutazione dei propri mezzi, sicché sarebbe disposto ad affrontare anche un lavoro qualificato e di un certo impegno, come per esempio fare da assistente a una regia: il che oltre tutto potrebbe rappresentare per lui, dopo l’appassionato studio teorico fatto per proprio conto, da un lato una prova e dall’altro una scuola di perfezionamento”.
L’occasione sembra arrivare tre anni dopo con il soggetto “Io sono papà”, ma anche stavolta non se ne farà nulla ed è da pensare che, dopo questa ultima delusione, Vincenzo decida di non provarci più. Certo è che il suo nome scompare dalla corrispondenza tra Barlozzini e Zavattini e “Io sono papà” resta l’unica testimonianza di un soggetto firmato a quattro mani da un gigante della cinematografia e un giovane intellettuale di provincia, cresciuto con la cultura dell’impegno politico e le suggestioni del cinema neorealista degli anni cinquanta. E con tante storie dentro, che è riuscito a raccontare forse solo a se stesso.
PS. Di Vincenzo Mazzocchia mi parlava mio padre, Mario Tarquini, sempre con tenerezza e amarezza. Vincenzo era stato da giovanissimo una sorta di suo maestro, solo un poco più grande. Così lo considerava, citandolo a esempio di come le cose del mondo non fossero mai andate nel verso giusto, quello di riconoscere i meriti di chi li ha. Ho ricordato i racconti di mio padre quando ho trovato notizie di Vincenzo nell’epistolario Barlozzini – Zavattini. Perciò, se si può dedicare a qualcuno il post di un blog, questo lo dedico, oltre che a Vincenzo Mazzocchia, a mio padre che sapeva vedere, anche nella sconfitta, la dignità e l’insegnamento dei “perdenti”.
(21 giugno 2026).
