La sala era stracolma, lo scorso 27 giugno, quando gli ex allievi del Liceo Conti Gentili hanno ricordato nella Biblioteca di Alatri, alla presenza dei famigliari e del Sindaco, Giovanni Battista Mantovani. Chi non c’era ha inviato un messaggio, un segno di partecipazione. Questo è il saluto di un “oriundo alatrense”, molisano d’origine, che vive a Piombino da quasi mezzo secolo, ELIO VERNUCCI
DICONO GLI ANALISTI che un’analisi è ben riuscita quando il paziente continua,
dentro di sé, a dialogare col suo terapeuta anche dopo molto tempo dalla fine della
terapia.
Significa che ha introiettato qualcosa che conforta. Che conserva con cura dentro di
sé, per usare il linguaggio dell’analista, un Oggetto Buono.
Qualcosa di simile mi è successo con Mantovani. Ci siamo salutati, noi due, in un giorno
facile da ricordare, il giorno in cui il primo uomo mise piede sulla luna. Non solo mi
ha separato da lui il tempo ma anche la distanza essendo io oramai definibile un
“oriundo” alatrense. Con questa doppia distanza, il ricordo potrebbe essere
facilmente e banalmente ancorato a infiniti più o meno efficaci aneddoti. Ma sono
solo tre le cose che mi servono per dichiarare il mio legame e il mio affetto nel
saluto.
La prima. Alcuni mesi fa nel paese dove vivo ora è stata dedicata una
giornata intera nell’aula consiliare all’omaggio di un professore del locale liceo
particolarmente caro ai suoi allievi che hanno rivolto a lui frasi piene di rispetto e
affetto. Io ero presente, per motivi laterali, e ho sentito e seguito l’impulso di
rivolgergli, pur non conoscendolo, poche parole parlando proprio del mio
professore, di Mantovani verso cui sentivo ancora l’affetto, che stavano
dimostrando a lui ora lì i suoi ex allievi.
La seconda. Solo poco tempo fa, riscontrando in
un evento politico attuale tracce delle pagine del Principe, con un amico abbiamo a
lungo ricordato la luminosa analisi di Mantovani di quelle pagine. E ciò che stava
dietro quell’analisi e che stavamo rivivendo. Il valore immenso del dialogo
intellettuale e la cura e la passione e anche la fatica per arrivarci. Come se lo
stessimo ascoltando lì mentre parlavamo al telefono dopo più di mezzo secolo!
L’ultima cosa è questa. A una domanda improvvisa “Cosa ricordi del professore” la
risposta immediata, senza pensarci sarebbe per me: gli occhi! Occhi neri siciliani,
seppur di Parma, le sopracciglia ad arco perfetto che ne mettevano in rilievo le
qualità: occhi attenti, indagatori, come avrebbe detto il suo amato Saitta, astuti a
volte beffardi capaci di intimidirti e di pretendere assoluta attenzione e rispetto.
Dichiaravano l’autorevolezza e insieme parlavano di rispetto per l’altro e anche di
nascosta e profonda timidezza. non posso non ricordarli come occhi felici di bimbo
che è solo curioso, che ha voglia di giocare con tutto anche con Epicuro con
Robespierre o Hegel.
(Elio Vernucci, Piombino 27 giugno 2026)

