Vincenzo Moretti, sociologo e scrittore, ha inventato “la notte del lavoro narrato” , che si “celebra” ormai da oltre un decennio tra la sera del 30 aprile e la mattina del giorno successivo, il primo maggio. Chi vuole e si sente parte di questo progetto e fa professione di credere nel lavoro fatto con coscienza (un lavoro da prendere di faccia e non di traverso, come avrebbe detto il padre di Vincenzo, pressappoco con queste parole, per ricordare che. per umile che sia, il lavoro deve essere ben fatto – è una questione di rispetto prima di se stessi e poi degli altri) può partecipare scrivendo una storia, mandando un pensiero, postando un video. Ne viene fuori, ogni anno, un racconto corale della coscienza del lavoro del nostra paese. Ho partecipato alla prima edizione, nel 2014, scrivendo questa mia esperienza, vissuta da bambino, di un lavoro che a mio padre non riuscì bene, ma proprio perchè provò una novità che tradiva la sua arte artigiana. Eccolo, anche in video.
Mio padre, da quando sono nato al giorno in cui è arrivata la mia seconda sorella ed io avevo ormai quasi nove anni, è stato un falegname disoccupato. Non che fosse propriamente senza lavoro, ma siccome lavorava alla falegnameria di suo padre e in quei tempi un artigiano per farsi pagare doveva penare e accontentarsi anche di compensi in natura (tipo i ceci e le lenticchie che una volta una signora dell’aristocrazia del mio paese gli offrì, rubando anche sul peso), guadagnava poco o nulla e stava sempre alla ricerca di qualche altra occasione.