memoria, Ritratti

“Melancholia” ovvero la tristezza dell’allegoria. Su un dipinto di Mario Ritarossi

La pittura, nella figurazione allegorica di Mario Ritarossi, è una giovane donna, poco più che adolescente. L’unico segno evidente che riconduca a ciò di cui vuole essere la velata rappresentazione è un pennello infilato nei capelli, come un fermaglio, per raccoglierli, impedendo che si scompongano sulle spalle, e piegarli così da scoprire l’ovale del volto e l’incarnato del collo in un’allusione amorosa. La natura donnesca della pittura sta tutta in questa acconciatura che pare casuale e invece è un cenno di invito, la spia di un atteggiamento in cui la spontaneità del gesto fa parte di un progetto estetico e intellettuale che vuole affermare il suo modo imprevedibile ed estremo di guardare il mondo, procurando la vertigine di un deragliamento di senso grazie al gioco degli inattesi punti d’osservazione.  

Non c’è nulla di spontaneo nella pittura, dal momento che essa non è la copia della natura, essendo al contrario la tesi che ambisce a ricostruirne la verità nascosta, una trama che si stende su complesse architetture della ragione, una filosofia, un discorso sul logo e sull’essere: una dimensione perciò, al dunque, del tutto diversa da quella corporale e vibrante suggerita dall’umbratile e proterva ingenuità della fanciulla raffigurata.

Nella tavola di Mario Ritarossi l’energia dell’allegoria, il suo contenuto esplosivo, si concentra in un dettaglio dello splendido ritratto: nello sguardo della giovinetta che sembra volgersi sullo spettatore ma in realtà lo ignora, andando al di là dell’incrocio del fuoco che lo inquadrerebbe.

È uno sguardo risentito e malinconico, prospettico che (dall’etimologia che lo stesso Ritarossi ama ricordare) guarda dentro, penetra l’interno della realtà con l’intelligenza ed il cuore. Oltrepassa chi gli si pone davanti, perchè il suo interesse è catturato non dal fenomeno ma dal noumeno, che è l’immutabile sostanza di cui gli accidenti della natura, gli unici riproducibili, sono l’annuncio molteplice e tuttavia sempre parziale.

È uno sguardo offuscato dalla malinconia, che si nutre e soffre, come spiega il gran libro di Panofsky che racconta di Saturno e del suo umore, “della contraddizione metafisica tra finito e l’infinito, tempo ed eternità”. La pittura e l’arte cercano di toccare l’infinito e l’eternità, sono consapevoli che solo in questo attingimento può darsi ragione della loro necessità e della validità duratura di quel messaggio di pienezza che promettono all’uomo, posto sotto scacco dall’incompletezza e desideroso di riscattarsi da tale condizione di parzialità esistenziale e conoscitiva.

Lo sguardo guarda e si rattrista perchè ha coscienza di quanto sia ardua la sfida, o anche di come sia destinato a restare precario il risultato raggiunto rispetto alla perfezione del modello. La giovane donna del dipinto di Ritarossi (il cui originale – forse non è superfluo ripeterlo – è su tavola quasi ad evitare che le tramature della tela increspino la levigatezza semantica dell’olio) è sorella minore delle fanciulle di alcune delle incisioni passate in rassegna da Panofsky, a partire da quella persistentemente misteriosa di Dürer, che riflettono la loro melanconia nella curvatura perfetta di una sfera, simbolo della compiutezza inarrivabile della forma in cui l’infinito si ripropone nel finito.

Ma la malinconia di questo sguardo non si ferma alla quieta, perchè insuperabile, presa d’atto di una gara perduta; non si comprende solo con la disperazione, ormai smorzatasi nella rassegnazione, della bruciante smentita dell’impresa di rintracciare nel disordine e nell’eccesso delle cose un ordine e una misura. Questo sguardo non sta solo fissando davanti a sè, mostrandosi indifferente a ogni astante. Sta anche osservandosi. E’ lo sguardo di chi riflette sulla figura di cui vuole compendiare il significato, sul compito che l’artista le ha voluto affidare inventandola allegoria, retorico tentativo di accostamento di un concetto a un’immagine nella triste presunzione che il primo possa colmare il limite dell’altra. E ciò le ricorda la sorte di essere per sempre qualcosa di non sufficiente, strumento e veicolo di un contenuto e non invece immagine propria, che si dichiara unicamente attraverso la sua conturbante bellezza. Forse vorrebbe essere una giovane e bella donna semplicemente, mentre le si chiede d’essere portatrice di un destino più impegnativo.

La malinconia dello sguardo è quello della pittura che si estende in metafora, e di un ritratto che scopre di non bastare da solo; di avere bisogno di completarsi nel rinvio a un sistema di pensiero, a un’astrazione che lo faccia diventare vero.

20 Marzo 2005

                                                                

Standard

Lascia un commento