Due grandi scatole piene di dattiloscritti, manoscritti, appunti, relazioni didattiche, progetti editoriali e, soprattutto poesie, quelle del Cattivo Ladrone ma anche tante altre scritte prima e dopo la chiusura della raccolta “principe” che, come ricorderanno coloro che mi hanno seguito nella ricerca sulla vita e l’opera di Guido Barlozzini, porta come date di inizio e chiusura il 1943 e il 1976.
Le due scatole mi sono state fatte recapitare (tramite il mio amico Felice Rolletta) dalla signora Anna, vedova di Michele Settanni, che insieme con il marito acquistò, dopo la morte di Guido, la casa che egli possedeva, per sé e la famiglia, ad Alatri. L’appartamento dove soggiornava l’estate e teneva libri, carte di lavoro, bozze e progetti di opere, tutto ciò che era parte del suo quotidiano e inesauribile prodigarsi intellettuale e, perciò, della sua vita.
Ringrazio perciò la signora Anna, che ha tenuto perfettamente conservate queste due scatole con tutto il loro prezioso contenuto, e soprattutto per avermele messe a disposizione perchè così posso concludere la mia ricerca, con la serena coscienza di aver ricostruito – analizzando tutte le fonti documentarie possibili e disponibili – il profilo bio-bibliografico di Guido che accompagnerà la ormai prossima pubblicazione dell’inedito “Il Cattivo Ladrone”.
Anche di questa preziosa opera, ho trovato una copia dattiloscritta, in una delle due scatole dentro una cartella su cui è annotato “Poesie di Guido”, che sto confrontando con la copia che mi è stata consegnata tempo fa da Laura Mangiapelo per accertare che rapporto vi sia tra le due, presentando qualche differenza che proverò a spiegare.
Della consegna delle scatole, dopo averne redatto un dettagliato inventario (due giorni pieni di lavoro, tanto per dire quanto esse siano ricche di carte) ho informato, naturalmente, il figlio di Guido, Alessandro, che costantemente segue i miei “ritrovamenti” e che ancora una volta mi ha incoraggiato, chiarendo anche qualche momento biografico cui si accenna in alcuni documenti.
In una busta, che porta la scritta “Racconto papà‘” , ci sono il dattiloscritto (un po’ sbiadito) e il manoscritto di un lungo racconto (senza titolo), scritto tra il 25 ottobre 1977 e il 19 agosto 1979, che è una lunga fantasticheria, forse una favola, che merita una lettura approfondita ed è senz’altro uno di quegli inediti di cui, durante la cerimonia del funerale, qualche oratore preannunciò la (poi mai avvenuta) pubblicazione.
Senza data, invece, è il progetto di una rivista culturale, con tanto di bilancio preventivo che, nella fiduciose attese di Guido, avrebbe certamente assicurato un margine tale da garantire la remuneratività, e perciò la continuità, della pubblicazione. Stando al valore delle cifre del “budget”, si può ritenere che questa rivista (tra i titoli ipotizzati: “La Ginestra”, leopardianamente) – divisa in tre parti, una di saggi di alta divulgazione, una seconda di recensioni tratte anche da altre riviste italiane e di altri paesi, una terza di cronache culturali dalle città italiane – sia stata pensata a metà anni Sessanta, quando ancora si poteva sperare che i periodici culturali avessero “mercato”. L’idea, però, non risulta sia andata in porto.
Le ultime due carte datate sono una lettera privata e il programma didattico per l’anno scolastico 1980-1981 delle classi IV e V, sezione G, del Liceo scientifico Plinio Seniore, dove egli insegnava da metà degli anni Sessanta. La data della lettera e del programma è la stessa, 15 settembre 1980. Due giorni dopo Guido sarebbe morto.
Una curiosità, non priva di valore storico e biografico, è l’abbozzo di uno scherzoso poemetto di Guido dove c’entrano Fiuggi e Laveno, Campanile Sera, Mike Bongiorno e Enzo Tortora.
“Buonasera, Bongiorno che sereno, /follie campanilistiche irraggiando, /tutta l’Italia tieni al tuo comando, /di Nord e Sud reggi la briglia e il freno. /Tu d’ogni piazza dominando il pieno, /Simpatie, antipatie volgendo in bando /ai nostri crucci fai deporre il brando /tu amico tanto a Fiuggi che a Laveno. /Forse, se al fine della trasmissione /noi dovessimo perder la partita, /non ti farei così ridente cera. /Ma per adesso fra l’animazione /della contesa non ancor finita, /ti ripeto: Bongiorno, buonasera.“


Tra le carte di Barlozzini delle scatole, che chiamerò per brevità, “Settanni”, così da indicarne la provenienza (nel post precedente è detta la ragione del nome), ci sono quattro fogli autografi con una sorta di poemetto scherzoso, di cui i versi che ho trascritto sopra rappresentano probabilmente l’inizio. Sono vergati con penna frettolosa, le cancellature e le fitte correzioni sembrano dovuti alla presa diretta, con approssimazioni e ripensamenti, sollecitati da qualcuno, nella concitazione di una sfida.
Non avrei mai capito né il tema né l’occasione di questi versi, se, a un certo punto del rimuginamento, il nome “Bongiorno”, la locuzione “follie campanilistiche” non mi avessero fatto rifiorire un ricordo di quando ero ragazzino e ascoltavo con attenzione tutto quello che si diceva in casa. E, infatti, cercando di mettere insieme le allusive informazioni dei versi mi è inaspettatamente tornata davanti la figura di mio padre che, con ammirazione, dice a mia madre, che il professor Barlozzini (mai, Barlozzini senza titolo) è stato chiamato da “Fiuggi” per aiutare la sua squadra nella sfida di Campanile Sera, la trasmissione di Mike Bongiorno in cui le città italiane si sfidavano in diversi campi e che, perciò, nell’occasione, erano solite sfoggiare quelle che oggi (in un tempo in cui non si fa più caso all’appropriatezza delle parole) si chiamerebbero le “eccellenze” dellla località. Dunque, Barlozzini sarebbe stato una “eccellenza” di Alatri prestata a Fiuggi.
I fogli successivi del curioso poemetto mi hanno confermato di aver individuato il contesto giusto. E, infatti, parlano di Laveno, cittadina termale del Lago maggiore, esaltano il “sapore dell’acqua nostra”, alludono a una sfida che vincerà anche chi la perde: “vince l’Italia in ogni campanile”.
La sfida a “Campanile Sera” tra Fiuggi e Laveno ci fu davvero, basta interpellare un motore di ricerca per arrivarci. Si tenne nell‘aprile del 1961, vinse Laveno per 7 a 2, uno dei due punti conquistati da Fiuggi fu ottenuto nella domanda di cultura. Chiedendo a Rai Teche credo si possa avere la riproduzione della puntata, ma in fondo basta così.
Nell’ultimo foglio del poemetto, infatti, credo si trovi la conferma definitiva:
“Finora la parola “tortorata”/derivava soltanto da tortòre/e non voleva dir che “randellata”/percossa in testa, causa di dolore./Ma negli ultimi tempi, avvalorata/dall’incombenza di un presentatore/qualcosa di più grave è diventata/è sinonimo d’incubo e di orrore./La tortorata che adesso ti coglie/è il colpo d’uno spirito ferale/sempre sul video in inattese spoglie,/che cambia aspetto, voce ed andatura./Io cambiandogli solo una vocale/lo direi più che Tortora tortura”.
Enzo Tortora era l’altro presentatore di Campanile Sera.
Era il suo modo di scrivere, quello caotico, pieno di correzioni e cancellature, di note e di “riporti* ad altre possibili note a pié pagina, il tutto in una calligrafia svelta veloce, rapida. Piena di punteggiatura e di scarabocchi. In più era una scrittura minuta, difficile da leggere per un estraneo e complicata nei termini. Altamente intellettuale. Questa era il modo di scrivere di mio papà.
Alessandro.
Parigi, 4 agosto 2026.
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